Il frutto di un patto con la Cina

Di certo la liberazione dopo sette anni e mezzo di arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi è una festa ma è probabile che ciò non significhi troppo per l’avanzamento della democrazia nel Paese e nella regione.
Anzi paradossalmente questa sua libertà potrebbe essere testimonianza oggi della sconfitta della sua causa, o almeno del suo metodo di lotta. La sua liberazione arriva infatti dopo che la giunta militare al potere a Rangoon è riuscita a vincere le elezioni domenica scorsa.
L’opposizione, che ha boicottato il voto, grida ai brogli, ma le proteste non paiono al momento in grado di intaccare il potere dei militari. La libertà della Suu Kyi pare facesse parte di un patto del leader della giunta, generale Than Shwe, con alcuni Paesi asiatici e con la Cina. Pechino dopo anni di gelo (avrebbe preferito come leader il generale Khin Nyunt) aveva accolto Than Shwe questa estate con tutti gli onori. Tecnicamente la detenzione del Premio Nobel scadevano alle 19 di ieri (ora locale) e quindi la «Signora», ormai 65 enne, andava rilasciata. Però l’Occidente, che ha sempre difeso la Suu Kyi, è diventato sempre più debole e meno influente sulle sorti della Birmania; avrebbe avuto ben poche leve per opporsi a nuove eventuali limitazioni della libertà della donna. In realtà la spinta democratica di Aung San Suu Kyi in Birmania e in Asia si è esaurita. I generali sono di fatto al potere nella vicina Thailandia e collaborano con i birmani. A Bangkok Thaksin Shinawatra, populista ma comunque eletto democraticamente, è stato spodestato fra l’indifferenza generale dell’Occidente. Se la democrazia non si può difendere dove c’era, a Bangkok, come si può pretendere di farla arrivare dove non c’è, a Rangoon? Così, mentre migliaia di persone per le strade gettano fiori alla Aung San Suu Kyi, le cancellerie della regione sostengono che lei per prima è stata ed è un ostacolo alla democratizzazione del Paese. È Aung San Suu Kyi ad aver rifiutato più volte appelli al compromesso con i generali, disposti a concedere spazi in cambio di una qualche assicurazione per il loro futuro. E qui la politica si intreccia con la vita personale. Leader carismatica, figlia di uno dei fondatori della Birmania moderna, la Suu Kyi non ha potuto vedere il marito Aris, morto di cancro nel 1999, ed è da anni lontana dai figli, cresciuti in Inghilterra. Una persona che ha trascorso 15 degli ultimi 21 anni agli arresti lontano dalla famiglia, non ha compromessi da proporre. Ma senza compromessi una soluzione di forza appare improbabile, visto che in Asia la giunta birmana significa comunque stabilità e nessuno appoggia un intervento militare esterno.
Così oggi la libertà della Suu Kyi, dopo una sconfitta politica, potrebbe essere un astuto compromesso di fatto, almeno per poter segnare qualche punto in avanti, e consegnare alla Cina, in attesa del prossimo vertice con l’America a gennaio, una piccola carta da mostrare all’Occidente di idealismo condito di pragmatismo.

Fonte: La Stampa.it, 14 novembre 2010

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