Il dragone, il dissidente e la sedia vuota

Un ennesimo commento all’assegnazione del Nobel per la Pace a Liu Xiaobo che restituisce  speranze di libertà per la Cina e spinge l’Occidente ad una seria riflessione sui diritti umani

Nobel, Oslo, sedia vuota. Sono queste le nuove ‘parole proibite’ per il governo cinese, le cui reazioni per la simbolica premiazione del dissidente Liu Xiaobo hanno quasi il sapore di una crisi diplomatica. Chiunque vada a digitare i vocaboli pocanzi elencati su un qualunque motore di ricerca cinese non troverà nulla: Pechino continua nella sua sempre più arrogante ed inesorabile opera di censura sul web. E nemmeno stavolta il “Dragone” ha risparmiato parole di fuoco nei confronti delle democrazie occidentali e della “conventicola di Oslo”, ree di aver plaudito alla premiazione di un “criminale” e di aver messo in atto un “teatrino politico” che “per nulla scuoterà la determinazione del popolo cinese”.

L’assegnazione dell’ultimo Nobel per la Pace sarà ricordata per l’immagine del presidente del Comitato dei Nobel, Thobjorn Jagland che depone medaglia e attestato su una poltrona vuota. Convitato di pietra è lui, Liu Xiaobo, il letterato cinese, amante della poesia che, quasi per caso, si è ritrovato a comporre il proprio capolavoro in un intenso inno alla libertà per il suo popolo: stiamo parlando di quella Charta ’08 nella quale Liu rivendica nient’altro che democrazia, libertà di pensiero e rispetto dei diritti umani nel proprio paese. Le stesse rivendicazioni per le quali il ‘controrivoluzionario’ pechinese, esattamente un anno fa, è stato condannato a undici anni di reclusione in un remoto carcere di massima sicurezza in Manciuria.
Impossibile non associare la figura di Liu a quella, altrettanto eroica, della consorte Liu Xia. La storia d’amore tra i due Liu si intreccia in modo quasi magico con l’amore di entrambi per il proprio popolo. Questa donna, costretta agli arresti domiciliari, che una volta al mese intraprende un lungo viaggio verso il luogo di prigionia del marito, per potergli parlare soltanto un’ora sotto le occhiatacce delle guardie carcerarie, è la vera forza del Nobel cinese prigioniero. “Il tuo amore è una luce che supera i muri di recinzione, che mi consente di mantenere la mia calma interiore, la mia magnanimità e la mia lucentezza, rendendo significativo ogni momento che trascorro in prigione”: sono le parole che Liu ha scritto per la moglie e che Liv Ullmann ha letto lo scorso 10 novembre durante la cerimonia del Nobel. “Anche se venissi ridotto in polvere ti abbraccerei con le mie ceneri”, le aveva detto anni fa durante un processo. La storia d’amore tra i due dissidenti – conosciutisi ventotto anni fa a una serata di poesia – è romantica nel senso primigenio del termine: fa pensare ai tanti letterati ed intellettuali europei del primo Ottocento, da Foscolo a Byron, fino a Schiller, a tutti quei poeti/patrioti che hanno fatto tutt’uno della loro vita e della loro arte. E che hanno vissuto i loro amori e le loro passioni politiche con il medesimo slancio prometeico, in modo totale.
Questo Premio Nobel assegnato ‘in contumacia’ segna una linea spartiacque nei rapporti diplomatici tra Cina e resto del mondo. Da un lato svela un regime post-maoista che ormai ha gettato la maschera: avendo in pugno l’economia mondiale, Pechino può permettersi di sparare a zero contro i diritti umani e il libero pensiero, nascondendosi ormai dietro l’unico alibi del formalismo giuridico che condanna Liu come un delinquente ed un sovversivo. Il tutto quasi contemporaneamente alla nomina di Giuseppe Guo Jincai in qualità di vescovo della comunità patriottica, segna un passo indietro rispetto al dialogo con la vera chiesa cinese, quella clandestina e fedele al papa.
Lo strapotere del “Dragone”, tuttavia, si fa forte anche dell’inettitudine dell’Occidente che, da troppo tempo, ha sacrificato i propri ideali di libertà sull’altare degli interessi commerciali e degli equilibri economici internazionali, oggi più che mai fragili. Non sorprende dunque il profilo assai basso che la maggior parte dei governi europei ha mantenuto, dinnanzi alla vicenda Liu.
In compenso il dissidente cinese sta trovando un’alleata di ferro in Aung San Suu Kyi, anche lei Nobel per la Pace e fresca di liberazione. “Non considero la Cina un nemico e, soprattutto, ritengo che non dobbiamo pensare alla Cina come un nemico di chi desidera la democrazia per la Birmania”, ha affermato l’eroina birmana. “La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – ha aggiunto Suu Kyi – di cui ieri (10 dicembre, ndr) ricorreva la celebrazione, comincia proprio affermando che ciascuno nasce con un diritto naturale. Questo diritto deve essere difeso. È per questo occorre che tutti facciano quanto necessario: c’è un dovere, il dovere della responsabilità, un dovere che tutti dobbiamo riconoscere come nostro ed essere disposti a portarlo fino in fondo”. Quello stesso diritto naturale che prescinde epoche, storiche, civiltà, religioni, filosofie, strutture politiche e che, in tal senso sbugiarda l’autoritarismo del governo cinese, incapace di guardare oltre il diritto positivo e una concezione puramente utilitaristica dell’uomo. È proprio questa la buona novella di questi giorni: anche in Asia, anche in paesi con tradizioni culturali diverse dalle nostre, è possibile parlare in termini universali e non riduttivi di “democrazia”, quella stessa democrazia che, per usare ancora parole di Suu Kyi, è impossibile da costruire con un “partito unico” e “senza libertà di parola”. La vecchia e stanca Europa prenda nota …
Clarence Green

pubblicato su L’Ottimista

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