Il documentario che fa riflettere sulla Cina

David Kilgour , Epoch Times| 8/04/2015

Il film Free Cina: Il coraggio di credere dimostra che in Cina, le libertà di parola, di coscienza e di religione sono indissolubilmente connesse. Gli attuali problemi del governo in tal senso sono da ricercarsi dall’inizio delle riforme economiche messe in atto dal leader Deng Xiaoping dopo il 1978, in quello che è diventato un sistema misto tra capitalismo clientelare e governo leninista.

LAVORI FORZATI E TRAFFICO DI ORGANI UMANI

David Matas e io abbiamo visitato una dozzina di Paesi per intervistare i praticanti del Falun Gong che sono riusciti a uscire vivi sia dai campi di lavoro forzato in cui erano prigionieri – ce ne sono circa 350 in tutta la Cina – che dal Paese stesso. I loro sono racconti terrificanti: fino a sedici ore al giorno di lavoro, senza paga e con poco cibo, in ambienti estremamente affollati, oltre alle torture. Come mostrato da Jennifer Zang e da Charles Lee nel film ‘Free China’, i prigionieri producono ogni sorta di oggetti da esportazione, destinati ai consumatori occidentali. Oltre a una mancanza di responsabilità aziendale, si tratta di una violazione delle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc); tutti i governi dovrebbero imporre agli importatori l’onere di dimostrare che i loro prodotti non sono stati realizzati in condizioni di schiavitù.

Lo scrittore Ethan Gutmann, autore nel 2014 del libro ‘The Slaughter’ (La carneficina), stima che, solamente nel periodo dal 2000 al 2008, sono stati prelevati gli organi a circa 65 mila praticanti del Falun Gong, oltre a un numero compreso tra duemila e quattromila tra uiguri, tibetani e cristiani delle chiese indipendenti. Gli organi vengono venduti a prezzi elevati ai ricchi cinesi e ai ‘turisti dei trapianti’ di tutto il mondo. Questo commercio è stato definito un «nuovo crimine contro l’umanità».

ASSENZA DELLA LEGGE

David Shambaugh, considerato tra i principali analisti americani della Cina dall’Università degli Affari Esteri cinese (affiliata con il Ministero degli Affari Esteri), è adesso convinto che stiamo assistendo alla «fase finale del dominio del regime comunista cinese».

Recentemente ha scritto che «nel 2014, l’Istituto di ricerca Hurun di Shanghai… ha rilevato con un sondaggio che il 64 per cento ricchi cinesi, – 393 milionari e miliardari – fossero in procinto di emigrando, o stessero pianificando di farlo. Il numero dei ricchi cinesi che stanno mandando i loro figli a studiare all’estero è impressionante…»

«… il (presidente) Xi, dal suo insediamento nel 2012, ha notevolmenteintensificato la repressione politica che imperversa in Cina. I suoi obiettivi includono la stampa, i social media, il cinema, l’arte e la letteratura, i gruppi religiosi, internet, gli intellettuali, i tibetani e gli uiguri, i dissidenti, gli avvocati, le ong, gli studenti universitari e i libri di testo…»

«(La corruzione) è profondamente radicata nel sistema del partito unico, nelle reti clientelari, in un’economia del tutto priva di trasparenza, in un sistema mediatico controllato dallo Stato e originata dall’assenza dell’autorità della legge…»

BUSINESS E DIRITTI UMANI

Politici, investitori e imprenditori di tutto il mondo dovrebbero capire che, incrementando gli scambi e gli investimenti con la Cina, stanno sostenendo violazioni di diritti umani fondamentali. Allo stesso tempo la comunità internazionale dovrebbe continuare a impegnarsi con Pechino e con gli uomini chiave in Cina: una democrazia con caratteristiche cinesi è probabilmente molto più prossima di quanto molti potrebbero pensare.

La popolazione cinese desidera le stesse cose che vogliamo noi: il rispetto, l’educazione, la sicurezza, buoni posti di lavoro, che la legge venga rispettata, un governo democratico e un ambiente naturale sostenibile. Se il partito-Stato mettesse fine alle sue sistematiche violazioni dei diritti umani, sia in patria che all’estero, e iniziasse a trattare i suoi partner commerciali in modo trasparente ed equo, questo secolo potrebbe orientarsi verso l’armonia sia in Cina che nel mondo.

HONG KONG È UN ESEMPIO PER LA CINA

Se prendiamo la libertà di parola e la libertà di religione, Martin Lee [fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong fino al 2002,NdT] ha recentemente ricordato che Hong Kong è un esempio per il resto della Cina.

Anson Chan, segretario di Hong Kong sia sotto il governo britannico che quello cinese, concorda: «Una delle più care speranze che ho per il mio Paese è che, nel tempo, la Cina possa evolversi pacificamente in una Nazione in cui sono garantiti i diritti umani fondamentali. Dove ogni individuo abbia gli stessi diritti e opportunità di decidere come e chi sarà al governo… ho il vantaggio di vivere in una società aperta, pluralista, tollerante, radicata nell’autorità della legge, nella libertà personale, in un governo pulito e nel senso di correttezza… imparo a non prendere mai questi valori per scontati».

Gli attivisti democratici Anson Chan (sx) e l’avvocato Tanya Chan del Partito civico durante le elezioni a Hong Kong del 16 maggio 2010. (Daniel Sorabji/AFP/Getty Images)

Riguardo a quel milione e 800 mila cittadini nati in Cina e residenti a Hong Kong, Chan aggiunge che «è fondamentale continuare a costruire questa rete, in continua espansione, fatta di legami economici e personali tra i nostri due Paesi. È la chiave per una maggiore comprensione e fiducia reciproca. Hong Kong, per poter svolgere questo ruolo, deve rimanere fedele a sé stessa e ai diritti e alle libertà sanciti nella nostra Costituzione, la Legge fondamentale, sotto il concetto di ‘un Paese, due sistemi’. Vale a dire all’autorità della legge e a una magistratura indipendente; alla libertà di espressione, compresa la libertà di stampa; alla libertà di religione; alla libertà da arresti e detenzioni arbitrari; e alla tolleranza zero nei confronti della corruzione».

Quanto sopra è un adattamento di un discorso tenuto a una proiezione speciale del film ‘Free Cina: Il coraggio di credere’, presentato il 25 Marzo 2015 al ‘Theatre N’ di Wilmington nello Stato americano del Delaware. Per informazioni sul premiato documentario ‘Free China’ di Kean Wong e Michael Perlman, visita il sito ufficiale.

David Kilgour è co-presidente degli ‘Amici canadesi di un Iran democratico’ e direttore del Consiglio per una Comunità delle Democrazie (Ccd) con sede a Washington. È un ex deputato del Partito Conservatore e del Partito Liberale nella regione del sudest di Edmonton e ha anche prestato servizio come Segretario di Stato per l’America Latina e per l’Africa, Segretario di Stato per l’Asia-Pacifico e Vice Presidente della Camera. Assieme a David Matas è autore del libro-inchiesta ‘Bloody harvest: the killing of Falun Gong for their organs’ (Bloody Harvest: L’uccisione dei praticanti del Falun Gong per i loro organi). Sia lui che Matas sono stati nominati per il Premio Nobel per la Pace nel 2010. Per ulteriori informazioni visitare il suo sito personale.

I punti di vista espressi in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non rispecchiano necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Fonte,Epoch Times-http://epochtimes.it/n2/news/riflettere-sulla-cina-grazie-a-un-documentario-789.html

Articolo in inglese: Free China’ Documentary Thought-Provoking’

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