Il dissidente Ai Weiwei: «La Cina può crollare, da un momento all’altro»

«La struttura sociale della Cina è molto fragile. Se cede un po’, può crollare tutto». Parola di Ai Weiwei, il dissidente cinese che ha sorprendentemente ottenuto la restituzione del suo passaporto, oggi è ospite a Berlino, dove gli è stato offerto l’insegnamento presso l’Università delle Belle Arti.

Celebre artista, ma noto ancor di più per essere critico verso la dirigenza del suo paese, Ai Weiwei, in un’intervista rilasciata a Jorg Hantzschel e pubblicata su Repubblica, ha raccontato la sofferenza del carcere vissuta in prima persona e le difficoltà di un intero popolo:

Nel 2009 lei è stato picchiato dalla polizia. Quattro settimane dopo, quando ha allestito la sua retrospettiva, le è stata diagnosticata un’emorragia cerebrale. Ora si è fatto visitare a Monaco.

«È stata la prima visita da allora. Sembra tutto a posto. Il medico non ha trovato niente di sospetto».

Ha dei disturbi?

«La mia memoria è diminuita. Non ho più l’energia di un tempo. Ma è normale, alla mia età».
Gli ultimi quattro anni devono essere stati un incubo: 81 giorni di carcere, poi i domiciliari e il divieto di viaggiare.
«Ho subìto tutti i livelli di privazione della libertà. Molte situazioni sono state estreme. Ci sono stati giorni in cui non sapevo dove mi trovassi, di cosa fossi accusato, quale sentenza mi attendesse. Poi sono stato pubblicamente incolpato di questo delitto».

La presunta evasione fiscale…

«Mi hanno detto che la cosa non mi riguardava personalmente. L’imputazione si riferiva a un’azienda per la quale lavoravo. Ma io non rispondo per questa azienda. Peraltro, contro di essa non c’erano prove. Contro di me non sono mai state formulate accuse. Ufficialmente non sono mai stato arrestato, mi hanno solo messo in stato di fermo. Nulla di ciò è documentato. Era strano».

Le accuse nei suoi confronti non sono mai state ritirate?

«No. Alla fine hanno detto che l’azienda deve effettivamente allo Stato delle tasse. Ma nessuno le ha mai rchieste. Era tutto inventato. Vogliono rovinarti credibilità e reputazione. In Cina fanno così, con i prigionieri politici».

Giornalettismo,07/08/2015

English article, SZ International:

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