Il Dalai Lama guida la preghiera di 20mila per commemorare le vittime del tifone

Il Dalai Lama, in visita nel meridione di Taiwan per portare conforto alla popolazione colpita dal tifone Morakot, ha presieduto oggi una cerimonia di preghiera in memoria degli oltre 600 vittime e dispersi. Non si placa la polemica di Pechino, che annulla o rinvia incontri già fissati con Taipei. Samdhong Rinpoche, primo ministro (kalon tripa) del governo tibetano in esilio, spiega in esclusiva ad AsiaNews il significato e le finalità della visita del leader buddista tibetano.

Oltre 20mila persone hanno partecipato oggi alla preghiera presieduta dal Dalai Lama a Kaohsiung, nella zona più colpita dal tifone. La gente ha cantato insieme, chi in tibetano e chi in mandarino. Fonti locali riportano che tutti erano molto commossi e che la cerimonia ha avuto un significato soltanto spirituale e religioso.

In risposta, oggi Pechino ha cancellato o rinviato la già fissata visita a Taiwan di due importanti delegazioni cinesi e ha annunciato che la sua delegazione non parteciperà il 5 settembre a Taipei alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi per sordi.

Ad AsiaNews il professor Rinpoche critica questa posizione del governo cinese come priva di significato e ribadisce che “il Dalai Lama si è recato a Taiwan mosso dalla compassione per le sofferenze della popolazione per il tifone Morakot e il ciclone tropicale Etau. Egli vuole solo mostrare la sua solidarietà alle vittime, condividere le sofferenze e infondere la speranza di poter ricostruire le loro vite”.

Egli osserva che il Partito comunista cinese opprime non solo le minoranza etniche e religiose tibetana e uighuri ma “55 minoranze sono infelici sotto il Pcc, che colpisce con violenza qualsiasi protesta. Ma le proteste delle minoranze non posso essere represse con la forza, rimangono per sempre nel cuore e nella mente e nessuna violenza le può cancellare. La politica cinese verso le minoranze non è riuscita ad essere giusta, ma le misure repressive e autoritarie non possono durare per sempre”.

“Pechino non ha più ripreso il dialogo con i tibetani in esilio [inaugurato poco prima delle Olimpiadi – ndr], ora noi cerchiamo il dialogo con la popolazione cinese per stabilire scambi culturali e occasioni di incontro. La popolazione cinese non ci è ostile, ma occorre che riceva informazioni corrette su di noi. Di recente una Conferenza sino-tibetana a Ginevra ha chiesto l’istituzione di un centro di ricerca con studiosi delle due parti per studiare la storia e la cultura tibetana e per ristabilire verità storiche”.

“Abbiamo grande fiducia nella umanità del popolo cinese. La questione tibetana deve avere una soluzione, prima o poi”.

Fonte: AsiaNews, 1settembre 2009

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