Il Dalai Lama da Obama, Pechino: “grave danno” ai rapporti bilaterali

Il leader spirituale dei buddisti tibetani incontra in forma privata il presidente americano. Il ministero degli Esteri di Pechino all’attacco, mentre in alcune province del Tibet si festeggia con i fuochi di artificio.
Tutto come previsto. Non appena il Dalai Lama ha posato il piede all’interno della Casa Bianca, la Cina ha protestato in modo vigoroso per l’incontro tra il leader buddista e il presidente Obama. Una nota del ministero degli Esteri cinese minaccia “gravi danni” ai rapporti tra Washington e Pechino per il summit, che la Cina ha cercato in tutti i modi di evitare.
L’incontro tra i due Nobel per la pace è stato programmato non nell’Ufficio ovale, dove Obama incontra di solito i leader internazionali ospiti, ma nella Map Room, una scelta che sottolinea il carattere non ufficiale della visita. La Casa Bianca, infatti, ha più volte sottolineato che Obama incontra il Dalai Lama nella sua veste di leader spirituale.
L’incontro è chiuso ai media ma durante la giornata sarà diffusa una fotografia ufficiale dell’incontro. Il Dalai Lama incontrerà anche in serata il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che aveva già conosciuto durante la presidenza del marito Bill. Nonostante i limiti diplomatici dell’incontro, esso è considerato “un successo” dalla comunità residente in Tibet.
A Rebkong, che i cinesi chiamano Tongren, la festa si è svolta di notte. Non potendo radunarsi in pubblico, a causa delle pesanti divieti che il governo di Pechino impone alla Regione autonoma del Tibet, i monaci buddisti che vivono nel luogo di nascita del Dalai Lama hanno atteso il buio per celebrare l’incontro fra il loro leader e il presidente americano.
Non importa, dicono, “con quale forma verrà ricevuta Sua Santità. Il fatto che anche questo governo americano non si faccia intimidire dalla Cina vuol dire moltissimo per noi”. A parlare è uno degli abati di un monastero della contea tibetana di Amdo, che per motivi di sicurezza chiede l’anonimato. La zona in cui vive è sotto il ferreo controllo della polizia sin dagli scontri di Lhasa, avvenuti nell’estate del 2008: tuttavia i monaci sono riusciti persino a sparare dei fuochi di artificio.
Le speranze riposte nel meeting riguardano più che altro la percezione internazionale della causa tibetana: “I cinesi parlano sempre molto male di noi tibetani, dicono che siamo riottosi e indipendentisti. Ma questo non è vero, e il mondo lo deve sapere. Speriamo che questo incontro serva a far capire che noi vogliamo soltanto la pace”.
Tuttavia, l’interlocutore non si lascia sfuggire l’occasione per una provocazione: “D’altra parte, i cinesi sono un miliardo e trecento milioni e non hanno neanche un premio Nobel. Noi siamo sei milioni, e il nostro leader ha vinto quello per la Pace. Vorrà dire qualcosa, no?”.
Fonte: AsiaNews, 18 febbraio 2010

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