Il costo umano della potenza cinese in 70 anni del suo dominio

Mentre Pechino festeggia il 70esimo anniversario della Repubblica popolare, il mondo pare essersi dimenticato dei milioni di morti causati dalla corsa cominciata con Mao. Dal quale Xi Jinping non ha mai preso le distanze. Anzi.

Non solo la Cina ha rifiutato di adottare le riforme promesse (al momento dell’ingresso nel Wto, ndr), ma ha abbracciato un modello economico dipendente da enormi barriere di mercato, sussidi statali, manipolazione valutaria, trasferimento di tecnologia, furto di proprietà intellettuale e segreti commerciali su vasta scala». Lo ha detto Donald Trump alla recente Assemblea generale delle Nazioni Unite. Accuse pesanti che però non sembrano avere impensierito troppo il presidente Xi Jinping, tutto preso, nei giorni scorsi, a tagliare il nastro del nuovo faraonico aeroporto Daxing di Pechino, costato quasi 18 miliardi di dollari (400 miliardi, includendo ferrovie e strade di collegamento) e già adesso candidato a diventare il maggiore al mondo.

Le accuse di Trump alla Cina, però, sono incomplete. Anche lui, come gli altri leader del Pianeta quando si rivolgono a Pechino, si dimentica della totale inosservanza del rispetto dei più basilari diritti umani, dello spregio continuo e costante della libertà di opinione, di stampa e di critica, del ricorso massiccio alla pena capitale, dell’applicazione pervasiva della censura tecnologica e informatica.

Diritti umani ancora calpestati

E mentre il primo ottobre la Cina festeggia i 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare, un silenzio assordante si leva dalla comunità internazionale che sembra ignorare il fatto che sia la nazione più illiberale, meno democratica e più totalitaria del mondo (con l’eccezione poco significativa della Corea del Nord). Una nazione, tra l’altro, fondata su decine di milioni di morti innocenti.

I milioni di vittime del grande balzo in avanti di Mao

«La guerra atomica? Non e certo un problema per la Cina. Di cinesi ne ho tanti, troppi. E la morte di 10 o 20 milioni di loro non sarebbe certo un grosso guaio». Cosi diceva Mao Zedong al primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, con impressionante cinismo. Ma il presidente Mao non ebbe bisogno di aspettare l’ecatombe nucleare di una bomba H. A uccidere decine di milioni di cinesi bastarono la sua sconsiderata politica economica, all’inizio degli Anni 60. La carestia causata dagli errori di pianificazione del cosiddetto “Grande balzo in avanti”, infatti, fu la più terribile nell’intera storia del genere umano: tra il 1958 e il 1962 uccise oltre 40 milioni di persone, secondo stime prudenti. E la responsabilità fu tutta di Mao, che per questo è passato alla storia come il più grande assassino di massa del pianeta.

E non si pensi che la Cina di oggi, quella che sembra una nazione moderna, ipertecnologica, tesa a imporre a ogni costo una sua nuova governance globale, sia in realtà radicalmente diversa da quella di quei tempi atroci, o che abbia mai inteso disconoscere e prendere le distanze dalle tragedie del maoismo.

Xi Jinping e l’ossessione della continuità

Il segno che Xi Jinping darà a queste maestose celebrazioni, infatti, sarà quello della continuità. L’ossessione della continuità, lo sforzo costante di collegare l’operato del Partito comunista oggi sempre al potere, con i periodi storici, gli eventi e persino i principi religiosi passati – in uno sforzo di assimilazione totale di ogni movimento o cultura esistente o esistita nel Paese – è una vera fissazione per lui. E la narrazione delle celebrazioni sarà proprio questa: non vi è alcuna discontinuità tra la Repubblica Popolare cinese degli albori, il periodo maoista e l’attuale Cina neo-capital-comunista.

Da Taiwan allo Xinjiang

Ma le sfide e i problemi per il povero Xi non mancano. A parte i disordini Hong Kong che ormai vanno avanti da più di quattro mesi, c’è l’”isola ribelle“, Taiwan, dove nel 2020 ci saranno le elezioni e dove i sentimenti indipendentisti sembrano aver trovato nuova linfa e nuova ispirazione dai tumulti dell’ex colonia britannica. Poi a rovinargli il sonno e le celebrazioni ci sono le due regioni che continuano a dare problemi alla granitica volontà di uniformare ogni cosa: il Tibet, storicamente inquieto, e lo Xinjiang, dove la minoranza musulmana degli uiguri non accenna a sottomettersi, malgrado sia vittima di una feroce repressione, denunciata anche di recente sul piano internazionale. E naturalmente la guerra dei dazi con Trump.

Una dittatura globale del denaro

Lungi comunque dall’utilizzare questa storica ricorrenza per prendere le distanze, una volta per tutte, dagli errori e dagli orrori della Cina maoista, al contrario, il presidente-a-vita – come del resto si evince dai suoi scritti ormai entrati a far parte della Costituzione – non rinnega la storia, ma rivendica le scelte passate come quelle fondanti – e le uniche possibili – che hanno consentito alla Cina di diventare quella che è diventata oggi: l’unico esempio di dittatura (globale) del danaro. E siccome pecunia non olet, inutile anche aspettarsi che questo imminente anniversario, che Pechino intende celebrare in pompa magna con festeggiamenti epocali, possa diventare l’occasione per un serio ripensamento dei rapporti con l’Occidente. Semmai, una cosa sembra certa e cioè che a meno di inediti e a oggi assolutamente imprevedibili sconvolgimenti geopolitici globali, presto o tardi, verremo anche noi “assimilati” e diventeremo tutti “comunisti” cinesi.

Fonte: Lettera 43,01/10/2019


Commento di Gianni Da Valle, Laogai  Research Foundation Italia

..e il mondo pare essersi dimenticato dei milioni di bambini non nati grazie alla politica del figlio unico(ora dei due figli), delle tremende conseguenze causate alle donne dall’aborto e dalla sterilizzazione forzata, della libertà di stampa e di espressione, dei laogai (ora campi di formazione al lavoro. ma il sistema è rimasto invariato), fondati proprio da Mao. Furono inaugurati nel 1950,seguendo il modello staliniano dei Gu-Lag. La stampa internazionale, Amnesty International,Human Rights Watch  e numerose altre organizzazioni hanno condannato il sistema dei laogai e la violenta repressione del dissenso in Cina.

Nel paese del dragone migliaia di persone, accusate di aver violato la legge, sono condannate a morte davanti ad un pubblico appositamente convocato, inclusi parenti e le scolaresche, allo scopo di intimidire il popolo. Amnesty International e altre organizzazioni internazionali hanno denunciato questa pratica. Se incutere paura al popolo è il primo scopo delle esecuzioni, il secondo è l’espianto di organi freschi a scopo di vendita, spesso senza il consenso delle vittime o dei parenti. Gli organi vengono spesso espiantati, subito dopo l’esecuzione.

Stime timide affermano che fino ad oggi le vittime del regime cinese si aggirano in 80 milioni di persone.

Fintanto che la coscienza umana non si risveglierà non ci sarà nessuna difesa dall’attacco devastante dell’arma che usa il Pcc, l’avidità umana. Il Pcc stà vincendo la guerra globale contro la coscienza.

English news,Los Angeles Times:

China’s Communist Party is as shadowy and repressive as when it took power 70 years ago 

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