Il Congresso Usa minaccia sanzioni contro lo yuan cinese

Dopo le richieste di Obama e i silenzi della leadership cinese, la guerra sul valore dello yuan non è finita. Per alcuni economisti la politica monetaria di Pechino aiuta gli Stati Uniti a contenere l’inflazione e il mondo ad uscire dalla crisi. Per altri essa distrugge la capacità manifatturiera del resto del mondo, riducendo in schiavitù la popolazione cinese.

Un gruppo di senatori Usa ha criticato il fallimento di Barack Obama nell’ottenere dalla Cina una rivalutazione dello yuan e promettono passi e tasse per frenare le importazioni di merci cinesi.

Repubblicani e democratici hanno scritto insieme una lettera al Dipartimento del commercio domandando un’inchiesta sulla “manipolazione della moneta cinese”. “È un primo passo potenziale… che potrebbe portare a imposizioni significative di tasse sulle importazioni dalla Cina” ha dichiarato il senatore democratico Charles Schumer, che ha firmato la lettera insieme al repubblicano Lindsey Graham.

Economisti e politici Usa accusano da tempo la Cina di mantenere troppo basso il valore dello yuan per aumentare la competitività delle sue esportazioni, che portato a un nuovo squilibrio la bilancia dei pagamenti con la Cina a una cifra record di 268 miliardi di dollari.

L’accusa sullo yuan sottovalutato viene anche da diverse parti del mondo. Lo stesso Timothy Geithner, segretario Usa al Tesoro, nel gennaio scorso ha accusato la Cina di “manipolazione della valuta”, anche se in seguito ha ritrattato l’accusa.

Nei giorni della visita di Barack Obama in Cina, Pechino è sembrata più disponibile a far fluttuare la sua moneta, ma il ministero cinese del commercio ha frenato l’idea rimandandola a tempi migliori per l’economia.

Obama ha detto di aver sollevato il problema con la leadership di Pechino, ma né il presidente Hu Jintao, né il premier Wen Jiabao hanno accennato pubblicamente ad alcuna possibile rivalutazione dello yuan.

Alcuni economisti cinesi hanno perfino accusato gli stessi Stati Uniti di “manipolazione” del dollaro, mantenendo quasi a zero i tassi di interesse. Sul South China Morning Post del 19 novembre l’economista Andy Xie afferma anzi che grazie al cambio fisso col dollaro, è proprio lo yuan a salvare gli Stati Uniti da una iperinflazione e ad aiutare la comunità internazionale a uscire dalla crisi globale.

Secondo l’economista Maurizio d’Orlando, il basso valore dello yuan “è abnorme, al di là di ogni parametro e fuori da ogni concepibile eccesso”. Attualmente il tasso di cambio è di 1 dollaro Usa = 6,833 Yuan. In realtà – in base ai canoni del potere di acquisto – lo yuan dovrebbe rivalutarsi del 33,43%, salendo a 1 dollaro Usa per 5,121 Yuan (v. 07/07/2009 Il G8, i titoli tossici e le tossicodipendenze di Usa e Cina ). Per d’Orlando, “la strategia cinese ha fini egemonici di grandezza nazionale in Estremo Oriente, ottenuta a spese della distruzione della capacità manifatturiera nel resto del mondo, riducendo praticamente in schiavitù le masse di popolazione interne”.

Fonte: AsiaNews, 20 novembre 2009

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