Il comunismo ateo cinese uccide ancora

I Laogai sono come i Gulag. Ma oggi, dei Laogai, nessuno parla

Harry Wu, il Solgenitsin cinese, fu chiuso in un Laogai nel 1960 per aver criticato il Partito Comunista Cinese durante la Campagna dei cento Fiori.

Fu bollato come “controrivoluzionario”; inoltre era cattolico e questa venne considerata una macchia in più. Sua madre, che si era rifiutata di denunciarlo, morì suicida. Dopo tanti anni di internamento, fuggito in Usa, Wu fondò la Laogai Research Foundation , l’associazione con filiali in tutto il mondo che cerca di far conoscere quello che accade ancor oggi nella Cina comunista, dove vi sono almeno 1045 campi di concentramento, in cui gli internati lavorano 15-16 ore al giorno, in condizioni spaventose

Il mio scopo, ebbe a dire Wu, è che la parola Laogai entri finalmente in tutti i dizionari del mondo, accanto a “lager” e “gulag”. Purtroppo siamo ancora lontani dall’obiettivo: gli Stati occidentali preferiscono per lo più commerciare con la Cina, e ignorare che le merci a basso costo prodotte in quel grande paese costano il sangue e la vita di milioni di lavoratori. Nelle scuole e sui media regna ancora la cultura di sinistra: parlare dei lager, oltre 60 anni dopo, va sempre bene; dei gulag, un po’ meno, ma si può sempre dire che non ci sono più; dei laogai, invece, non parla nessuno!

Potrebbero far riflettere un po’ tanti attempati estimatori del comunismo e distogliere dalla religione dell’antifascismo permanente. Tanto si sa: quello che importa non è la verità, ma l’uso politico dei fatti. Alcuni vanno enfatizzati, e criticati (e giustamente); in altri casi è meglio mentire, o silenziare.

In fondo l’epoca in cui i nostri sessantottini sfilavano con il libretto rosso di Mao non è tanto lontana, e i frequentatori delle passerelle di quegli anni sono ancora l’asse portante di un grande partito. Tra l’altro non mancano i tollerantissimi difensori della legalità comunista: i centri sociali, ultima vera espressione del nichilismo anarco-comunista.

Apprendiamo infatti dalla Laogai foundation che “il 15 marzo 2006 Harry Wu aveva in programma la presentazione del suo libro Laogai. I Gulag di Mao Zedong presso il Tuma’s book bar di Roma, ma « la presentazione del libro non si è potuta svolgere perché una cinquantina di attivisti dei Centri sociali, armati di mazze, bastoni e spranghe, ha bloccato l’ingresso nella libreria; successivamente alcune persone che volevano assistere al dibattito sono state aggredite selvaggiamente; altri giovani sono stati rincorsi e malmenati per le strade del quartiere e lo stesso Harry Wu a stento si è sottratto al linciaggio ».

Successivi accertamenti del Ministero degli Interni (retto da Giuliano Amato) hanno accertato che « circa quaranta giovani aderenti al movimento antagonista capitolino del centro sociale di via dei Volsci hanno effettuato senza alcun preavviso un presidio all’ingresso della libreria, inibendone di fatto l’entrata e impedendo lo svolgimento di ogni iniziativa. Uno degli organizzatori dell’evento è stato proditoriamente colpito al viso da un sacchetto di plastica contenente del ghiaccio ed ha riportato un trauma contusivo. »”.

Infine, non manca la collaborazione dell’Occidente alle mostruosità cinesi: l’Unfpa, agenzia dell’Onu, finanzia con soldi americani ed europei la politica del figlio unico del governo cinese, basata su sterilizzazioni, aborti forzati e infanticidi, soprattutto di bambine femmine.

Così il comunismo si salda col peggio del liberalismo mercatista, ed entrambi svelano al fondo una radice materialista. La Cina è l’esempio più evidente, oggi, di quello che scriveva Dostoevskij: “se Dio non esiste (cioè dove Dio è eliminato, e l’uomo diventa unico e assoluto  arbitro della legge morale, ndr), tutto è possibile”.

Documenti:

1) Cina: il lavoro forzato nei Laogai

Valentina Piattelli, Squilibrio, 15 luglio 2003

In Cina esistono i campi di concentramento. Si chiamano “Laogai” e vi sono detenute milioni di persone, in condizioni pessime e costrette ai lavori forzati. La Laogai Research Foundation aiuta a far luce su questo aspetto poco noto del sistema repressivo cinese. Il direttore Harry Wu ha un passato da forzato Detenuto nei Laogai per 19 anni ne è oggi il più importante nemico. C’è un’organizzazione non a scopo di lucro, la Laogai Research Foundation, che dal 1992 raccogliere informazioni sui Laogai cinesi.

Il suo direttore, Harry Wu è il più famoso paladino nella lotta contro le violazioni dei diritti umani commesse nei Laogai, dove è stato detenuto per 19 anni semplicemente per aver criticato le politiche del Partito Comunista Cinese. Dal suo rilascio Harry Wu si è dato il compito di rendere noto quanto accade nei Laogai. Diventato cittadino americano, Harry Wu ha raccolto informazioni in Cina con viaggi sotto copertura come diplomatico o imprenditore, documentando innumerevoli campi di concentramento e altri centri detentivi e ha provato l’origine dal Laogai di alcune merci esportate all’estero.

Oggi la la Laogai Research Foundation ha ampliato il suo mandato fino ad occuparsi anche di esecuzioni pubbliche, racolta di organi dai prigionieri giustiziati, persecuzione per motivi religiosi e applicazione coatta della politica ripoduttiva in Cina (la “legge sul figlio unico”).

Un sistema di campi di concentramento voluto da Mao.

Ampiamente usato sia per i dissidenti, sia per i criminali comuni, gli scopi dei Laogai sono essenzialmente due: utilizzare i prigionieri come manodopera a basso costo e “riabilitare i criminali” attraverso il duro lavoro e la rieducazione politica obbligatoria.

Il vasto sistema di lavori forzati cinese si chiama “Laogai”, che significa “riforma (rieducazione) attraverso il lavoro. Secondo le definizioni ufficiali, il Laogai è costituito da sei componenti: i Laogai veri e propri, le prigioni, i centri di detenzione amministrativa (cioè senza un processo), i centri di detenzione (dove stanno sia i condannati a sentenze di breve durata, sia i condannati a morte, che in Cina vengono giustiziati assai in fretta), i centri di detenzione lavoro forzato per minorenni, e infine il “Personale addetto al lavoro forzato”, cioè le persone che hanno scontato la loro pena ma che sono state ritenute “non del tutto riabilitate” e che quindi sono costrette a continuare i lavori forzati. Il numero dei Laogai e dei prigionieri è un segreto di stato.

Secondo il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sul Lavoro Forzato e la Detenzione Arbitraria, pubblicato nel 1997 dopo un viaggio in Cina, ci sono 230.000 persone in 280 campi di rieducazione attraverso il lavoro. La Laogai Research Foundation ha però individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti fra i 4 e i 6 milioni di persone: dalla creazione del sistema dei Laogai fra i 40 e i 50 milioni di persone vi sono state imprigionate, tanto che in Cina praticamente ogni cittadino è imparentato o conosce qualcuno che è finito nei Laogai.

Il Laogai non è un semplice sistema carcerario; secondo il Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali in persone che “obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo”.

In questo modo infatti viene rafforzato il controllo del Partito Comunista sopprimendo qualsiasi segno di dissenso. Fra i prigionieri politici dei Loagai si trovano attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli. Secondo Human Rights Watch “I problemi principali con la “rieducazione attraverso il lavoro” sono cinque: la mancanza di qualsiasi vincolo procedurale, l’uso della rieducazione per incarcerare dissitenti religiosi o politici, la mancaza dipossibilità di appello, le condizioni di vita nei campi, e il sistema Jiuye – “Personale addetto al lavoro forzato” che permette all’aturità di trattenere i prigionieri nei campi anche dopo il termine della loro condanna”.

I Comitati per la Gestione della Rieducazione attraverso il Lavoro – istituiti a livello locale e diretti dal governo centrale – gestiscono i campi e stabiliscono chi ha “bisogno” di essere rieducato. Chiunque può chiedere l’intervento dei Comitati e chiedere che qualcuno venga mandato al Laogai. In genere è la polizia a determinare la durata del periodo di “rieducazione”, che comunque non può superare i tre anni, anche se una volta nel campo il detenuto può essere trattenuto anche più a lungo se viene giudicato non riabilitato. Non vi è diritto d’appello, nessuna udienza, né altri diritti che possano essere vantata dalla vittima di questa procedura d’ufficio.

Una volta nel Laogai, il detenuto viene costretto a “confessare” i suoi crimini, denunciare qualsiasi opinione anti-Partito e sottoporsi al regime di rieducazione e lavoro forzato. I funzionari dei Laogai devono attenersi all’enfasi tradizionale sulla riabilitazione dei prigionieri per trasformarli in “nuove persone socialiste”, raggiungendo allo stesso tempo precisi livelli di produttività e di profitto imposti dall’alto. Il tassello più importante del sistema di terrore cinese Nei Laogai vengono commesse la maggior parte delle gravi violazioni dei diritti umani della Cina.

Un numero sconosciuto di persone in dissenso con il governo sono state ridotte al silenzio nei Laogai. Definiti “elementi controrivoluzionari”, questi prigionieri di coscienza vengono oggi arrestati con accuse quali “sovvertimento dell’ordine statale”, “furto di segreti di stato”, “hoolinganismo” o “protesta senza permesso”. Questo ha reso più difficile individuarli da parte delle organizzazioni internazionali che monitorano la situazione dei diritti umani, ma non ha cambiato lo schema di repressione attuato con l’imprigionamento nei Laogai.

Anche se la legge cinese vieta la tortura per estrarre confessioni, questa pratica è ampiamente diffusa nei Laogai, dove è stato documentato l’uso di bastoni in grado di somminsitrare scariche elettriche, percosse con manganelli o pugni, uso di manette e catene alle caviglie in modo da causare intenso dolore, sospensione per le braccia, privazione di cibo o sonno o isolamento per periodi prolungati. Inoltre in Cina è in vigore un sistema legale per cui chiunque può essere detenuto fino a tre anni in un campo di rieducazione senza che sia necessario un processo. Per ottenere la detenzione amministrativa è sufficiente la direttiva di un qualsiasi funzionario della sicurezza.

Con il sistema chiamato “Jiuye” poi, qualsiasi detenuto può essere trattenuto indefinitivamente ai lavori forzati se i funzionari non giudicano che sia stato “pienamente riabilitato”. In questo modo una persona può rimanere detenuto anche molto a lungo in campo di concentramento. Tutti i prigionieri dei Laogai sono sottoposti al lavoro forzato, le cui condizioni e tipo cambiano da campo a campo. Alla Laogai Research Foundation sono noti molti resoconti di prigioneri costretti a lavorare fino a 16-18 ore al giorno per aggiungere le famigerate “quote”.

Se le quote non vengono raggiunte, al prigioniero viene diminuito il cibo. Spesso i prigionieri sono costretti a lavorare in condizioni malsane o pericolose, comprese le miniere di sostanze tossiche. A volte le condizioni di lavoro sono meno pesanti e il trattamento più umano. In ogni caso i prigionieri non vengono mai pagati per il loro lavoro o per qualsiasi profitto derivato dal loro lavoro. L’atmosfera di terrore e repressione in Cina viene anche rafforzata da campagne periodiche chiamate “Colpire duro”, durante le quali le pene già dure previste per qualsiasi reato vengono ulteriormente inasprite, i processi e le esecuzioni di massa vengono svolti in pubblico per intimidire la popolazione e propagandare il regime.

Le procedure legali divengono ancora meno vincolanti e gli abusi sono la norma durante la campagne “Colpire Duro”, quando tutto diventa frenetico e chi è accusato diun crimine viene automaticamente ritenuto colpevole prima ancora del processo. E con questi metodi che il movimento pro-decmorazia è stato ridotti al silenzio attraverso il terrore sistematico.

Pena di morte e commercio di organi

Fin dagli anni 70 ai condannati a morte vengono espiantati gli organi. Oggi questa pratica è divenuta importante economicamente. In base ai documenti raccolti dalla Laogai Research Foundation, la pratica di raccogliere gli organi dei prigionieri giustiziato risale alla fine degli anni ’70. Gli organi così ottenuti vengono utilizzati per i trapianti necessari ai cinesi più agiati o venduti all’estero.

Nonostante venga detto che i prigionieri avrebbero dato il loro consento agli espianti, vi sono prove che indicano che la stragrande maggioranza dei prigionieri e delle famiglie dei prigionieri non avevano dato alcun tipo di consenso all’espianto prima dell’esecuzione. In base alle statistiche fornite da organizzazioni come Amnesty International, la Cina da sola giustizia più persone di tutto il resto del mondo messo insieme. Va aggiunto che, poiché statistiche sono calcolate sulle esecuzione di cui è giunta voce all’estero, esse sono sicuramente di gran lunga inferiori ai dati reali.

Secondo la legge penale cinese vi sono oltre 60 reati capitali, che vanno dall’omicidio al furto, dall’incendio doloso al traffico di droga. Il dato sulle esecuzioni è ritenuto un segreto di stato.

Il laogai è parte integrante dell’economia cinese

La manodopera gratuita e coatta permette di abbassare i prezzi dei prodotti e conquistare i mercati mondiali. Ma è possibile boicottare questo sistema? Difficile … quasi impossibile. Per sfruttare meglio i lavoratori forzati, le autorità studiano continuamente nuovi mezzi per aumentare al produttività dei lavoratori forzati. Il lavoro forzato è visto soltanto come un mezzo ulteriore per aumentare i profitti. I milioni di persone rinchiusi nei Laogai sono il più grande numero di persone sottoposte al lavoro forzato oggi nel mondo. L’applicazione deliberata e diffusa di questo metodo ha creato in Cina una nuova forma di economia: l’economia del lavoro forzato.

Uno dei suoi teorizzatori l’ha così definità: “Il compito fondamentale dei Laogai è la punizione e la rieducazione dei criminali. Per definire queste funzioni conretamente, essi adempiono a questo compito nella seguente maniera: (1) punendo i criminali e tenendoli sotto stretta sorveglianza; (2) rieducando i criminali; (3) organizzando i criminali nel lavoro e nella produzione, così da migliorare il benessere della società. Le nostre unità Laogai sono sia istituzioni della dittatura, sia aziende speciali.” (Manuale per la Riforma Criminale, Partito Comunista, Ministero dells Giustizia, Ufficio Laogai, Editore Popolare dello Shaanxi, 1988)

Il Partito Comunista cinese ritiene le attività economiche che avvengono nei Laogai un segreto di stato. Anche se è stato provato che le aziende dei Laogai sono in passivo, a causa della gestione carente e della scarsa motivazione della forza lavoro coatta, le autorità cinesi cercano costantemente di integrare i Laogai nell’economia nazionale e di smerciare i prodotti dei Laogai nel mercato internazionale per guadagnare denaro corrente.

La Laogai Research Foundation e altri gruppi per i diritti umani hanno talvolta individuato alcune merci prodotte nei Laogai sui mercati internazionali. Anche se molti stati (es. Unione Europea e Stati Uniti d’America) vietano l’importazione di beni prodotti nei Laogai, le autorità cinesi camuffano l’origine di queste merci e rendono impossibile riconoscerle.

A volte perfino merci non marchiate con la dicitura “Made in China” è possibile che siano state prodotte dai prigionieri forzati dei Laogai. Facciamo un esempio: un marchio statunitense si affida a a un’azienda di import-esport cinese per trovare un’industria cinese dove far produrre i propri prodotti, questa a sua volta appalta una porizione del processo industriale a un campo Laogai, dove i prigionieri devono riempire quote loro assegnate, altrimenti vengono loro ridotte le razioni di cibo. Con un sistema economico intersecato come quello moderno, non c’è modo di evitare questi prodotti finché il governo cinese non accetta di far chiarezza sui Laogai (cosa che ovviamente non è nel suo interesse).

Le merci prodotte nei Laogai possono essere di qualsiasi tipo. “Parti meccaniche, scarpe, fiori artificiali, giocattoli, macchinari diogni tipo, gadgets, prodotti chimici, vestiti, sapone, profumi, minerali estratti da schiavi, cotone seminato e raccolto da schiavi, thé, vino e ogni tipo di cibo, qualsiasi cosa può essere pdotta nei Laogai – dice Harry Wu.

Qualcuno proprone di boicottore tutti i prodotti cinesi, anche se è ormai diventato sempre più difficile. C’è anche una campagna internazionale per questo boicotaggio: “boycottmadeinchina”. Harry Wu propone di scegliere almeno una serie di prodotti da boicottare, e propone i giocattoli. I giocattoli sono facili da identificare e da isolare. I consumatori che scelgono di attuare questo boicottagio però devono avvertire il proprio governo, per incoraggiarlo a fare di più per impedire lo sfruttamento dei lavoratori forzati in Cina.

2)Il mercato degli organi

E’ “rigoglioso” il mercato di organi prelevati dai detenuti cinesi. Un corrispondente della Bbc ha visitato sotto copertura un ospedale di Tianjin, che gli ha assicurato un fegato nuovo in tre settimane per poco meno di 95mila dollari. Il primario di chirurgia conferma che il “donatore” è uno dei tanti condannati a morte nel Paese: questi forniscono i loro organi “come dono alla società”.

Tianjin (AsiaNews/Bbc) – La fiorente vendita di organi prelevati dai prigionieri cinesi condannati a morte in Cina, è confermata da un’indagine sotto copertura condotta da un corrispondente dalla Bbc. Gli organi, prelevati dai corpi dei detenuti giustiziati, vengono venduti per la maggior parte a stranieri che hanno bisogno di trapianti. La pratica nel Paese non è illegale, ma il ministero della Salute ha emanato all’inizio dell’anno una serie di nuove regole per “fermare gli abusi” correlati al giro di trapianti. Il giornalista inglese ha tuttavia trovato un ospedale di Tianjin che si è detto pronto a fornire un fegato per poco meno di 95mila dollari: il primario di chirurgia ha confermato che i “donatori” sono i condannati a morte. Anche su diversi siti web di centri di trapianto cinesi viene garantito il rapido reperimento di organi.

Per un rene occorre da una settimana a un mese. “Fornitori di visceri – promette un sito – possono essere trovati subito!” Il costo per un trapianto di rene è di 62 mila dollari, per uno di cuore è di 140 mila. Rupert Wingfield-Hayes, corrispondente della Bbc, ha visitato l’Ospedale centrale n° 1 di Tianijn ufficialmente in cerca di un fegato per il padre malato. I dirigenti della struttura sanitaria lo hanno rassicurato: un fegato compatibile sarebbe stato disponibile in tre settimane.

Secondo un dirigente dell’ospedale, i prigionieri “donano volontariamente” i loro organi in una sorta di “dono alla società”, ed ha aggiunto che al momento vi è un grande quantitativo di organi: le esecuzioni sono infatti aumentate in vista del 1° ottobre, festa nazionale per il Paese. In Cina avvengono più esecuzioni che in qualunque altro Paese del mondo.

Nel 2005, almeno 1770 persone sono state giustiziate, ma un rapporto di Amnesty International definisce questi dati “molto più bassi del reale”. Il marzo scorso, il ministero cinese degli Esteri ha ammesso l’uso di organi prelevati dai condannati a morte ma ha sottolineato che la pratica veniva usata “in pochissimi casi”. Per Qin Gang, portavoce del dicastero, gli organi non sono prelevati con la forza, ma solo dopo espresso consenso del detenuto. Ma se questo sia vero, dice il corrispondente inglese, non è ben chiaro.

Nell’aprile del 2006, i maggiori chirurghi inglesi hanno condannato la pratica, definita “inaccettabile in quanto una chiara violazione dei diritti umani”. L’Ospedale centrale n° 1 di Tianijn ha effettuato l’anno scorso 600 trapianti di fegato e l’industria dei trapianti d’organi è divenuta un grande affare: la Cina è ormai il secondo paese al mondo per numero di trapianti di organi. Ogni anno i medici compiono da 7 a 8 mila operazioni, soprattutto per persone ricche provenienti da Hong Kong, Giappone, e Corea.

3) La politica del figlio-unico compromette la crescita della Cina

Fonti ufficiali chiedono sia cambiata. Entro una generazione mancherà la mano d’opera e “scoppierà” l’inadeguato sistema pensionistico. Intanto si registra un aumento della criminalità giovanile e dei divorzi. Esperti: sta sconvolgendo la società e creando una generazione di persone attente solo a loro stesse. Pechino (AsiaNews/Agenzie)

– La politica del figlio-unico fa aumentare la criminalità giovanile e il numero dei divorzi. Crescono le critiche, anche da fonti ufficiali, mosse in realtà dalla preoccupazione che questa politica comprometta lo sviluppo economico futuro. Secondo lo statale China Daily, sono coinvolti minori nei due terzi dei 4 milioni di reati denunciati ogni anno e i criminali minorili sono cresciuti dai 33mila casi del 1988 agli 80mila di quest’anno. Liu Guiming, funzionario pubblico del settore, spiega che si abbassa l’età di questi “criminali”, che si associano in vere bande e commettono nuovi tipi di reato (quali frodi tramite internet).

Tra le cause ricorda “l’insufficienza dell’istruzione scolastica e la rottura delle famiglie”, specie per i 150 milioni di contadini che vanno a lavorare nelle ricche città orientali lasciando i figli affidati a parenti o amici. Ma è anche conseguenza di una generazione di figli unici, “schiacciati” dalle aspettative familiari e incapaci di tessere normali rapporti dopo essere cresciuti come piccoli “imperatori”: coccolati dall’intera famiglia ma privi degli insegnamenti della tradizione confuciana, improntata al rispetto per gli altri e all’ideale di una famiglia numerosa e unita, e persino degli ideali marxisti.

Il professor Fucius Yunlan, psichiatra, osserva che l’esponente di questa generazione, specie chi vive in città, “è attento soprattutto a sé stesso, non agli altri o alla società”. Questi figli-unici, ormai adulti, scelgono un partner con famiglia agiata per avere una vita più facile. Ma tra loro cresce il numero di divorzi, anche dopo poche settimane o mesi. Intanto le famiglie prediligono figli maschi, anche con aborti selettivi: si è giunti a 123 neonati maschi ogni 100 bambine e si prevedono decine di milioni di uomini soli. Pechino ha adottato questa politica negli anni 80 per contenere la popolazione e favorire la crescita economica.

Ma sempre più voci chiedono di rivederla, in quanto si sta rilevando una “lenta tragedia umanitaria” che “mina in modo diretto le possibilità di sviluppo futuro del Paese”, come osserva il noto demografo Usa Nicholas Eberstadt. Per il 2030 ci saranno 235 milioni di persone oltre i 65 anni: in un Paese privo di un adeguato sistema pensionistico, i figli–unici cresciuti come “piccoli imperatori” dovranno occuparsi, da soli, di genitori e nonni. Si prevede che dal 2015 diminuirà la popolazione attiva (tra i 15 e i 64 anni) e tra una generazione la forza lavoro sarà inferiore a oggi. Ye Tingfang, membro dell’Accademia sociale delle scienze di Pechino, osserva che “all’inizio si pensava che la nostra enorme popolazione fosse un freno allo sviluppo economico. Ma negli ultimi dieci anni l’esperienza ci ha detto il contrario. Il Giappone, ad esempio, ha pochissime risorse e mostra una delle più alte densità di popolazione al mondo.

Eppure è una delle nazioni più ricche e la sua economia è in crescita. Il lavoro è la più importante fonte di ricchezza”. A marzo insieme a 30 delegati della Conferenza consultiva politica del popolo cinese (Ccppc) ha chiesto al governo di abolire la legge sul figlio unico perché “crea problemi sociali e disturbi alla personalità nei giovani”.

4)  Intervista a padre Bernardo Cervelliera, esperto di Cina e direttore di Asianews.

E dietro a tutto questo materialismo…

C’è una fortissima domanda di tipo religioso. Parlo della domanda sul significato della vita, ma anche della domanda sui valori che vanno aldilà dell’oggi. E infine è forte la domanda di maggiore dignità.

Una reazione, insomma, al regime politico?

Sì, perché l’uomo è fatto per Dio, non per il partito. E poi c’è tanta gente delusa dal percorso di questo partito comunista. Tant’è vero che anche nel partito, secondo documenti segreti che Asianews ha pubblicato, un terzo dei membri del partito segue una qualche religione, con grande paura della leadership che non sa cosa fare.

Le contraddizioni sono forti…

Sì, e rendono manifesta una schizofrenia: la Cina ha voluto diventare un Paese moderno, ma prendendo dall’Occidente solo i principali elementi di tecnica, di economia, di produzione industriale. Ma non ha voluto tutto il deposito che l’Occidente ha come ricchezza propria, che viene dalla tradizione giudaico-cristiana: il deposito dei diritti umani. Ragion per cui, da quando è iniziata la modernizzazione della Cina, puntualmente ci sono delle crisi politiche: nell’86, nell’89, tuttora, con richieste pressanti da parte della popolazione di avere più rispetto per i diritti umani, per la libertà religiosa…

Tutto ciò prelude alla frana dell’impero comunista cinese?

Io me lo auguro. I segnali sono molti… Sì, ci sono tantissimi segnali che incrinano l’immagine di potenza e di compattezza enorme del sistema cinese. I segnali dicono lo svuotamento dell’ideologia comunista e il fatto che la società non ha più collante. Resta, cioè, solo il collante del potere militare, del controllo. Ma per il resto ogni uomo, ogni famiglia cerca di trovare qualche significato per conto suo. Resta il fatto che la Cina è tutta percorsa da una crescita economica che sembra risentire meno di altri della crisi. E nella crescita economica si ricompatta… Solo apparentemente. C’è una grandissima ingiustizia nel sistema del socialismo con caratteristiche cinesi, che praticamente è un capitalismo selvaggio messo nelle mani del partito comunista.

Il partito è infatti, insieme, un’oligarchia di tipo politico e un’oligarchia di tipo economico, e questo capitalismo selvaggio sta portando ad un’enorme corruzione fra i membri del partito, tanto che gli scandali si susseguono. E oltre ad un enorme inquinamento ambientale, si sta arrivando ad un gigantesco divario fra ricchi e poveri.

E questa è la miccia che può far scoppiare il sistema Cina?

Sì, perché può creare delle rivolte violente che possono abbracciare tutto il Paese. Attualmente governo e partito cercano di frenare queste rivolte perché restino ad un livello locale. Ma lo stesso ministro dell’interno dice che è un problema gravissimo, perché aumentano quelli che loro chiamano “incidenti di massa”: in un anno ce ne sono stati 87.000.

L’Occidente, che ha trasferito tutta la sua produzione nella “fabbrica Cina”, potrebbe fare qualcosa per evitare l’esplosione del sistema?

Bisognerebbe che tutti gli occidentali che commerciano con la Cina portassero con sé uno stile di vita, di rispetto del lavoro e dei diritti del lavoratori che è tipico della cultura occidentale. Un po’ difficile, a quanto pare, dinanzi agli alti profitti… No, guardi, io ho amici che lo fanno: persone che commerciano con la Cina e che invece di sfruttare fino al midollo la popolazione cinese, aumentano i salari, migliorano le condizioni dei dormitori e delle mense… e questo incide per pochissimo nei loro guadagni.

Speriamo che lei abbia tanti amici…

Speriamo… (ride): no, non ne ho tanti. Il problema della Cina è purtroppo quello che lei dice: che l’Occidente alla fin fine è interessato solo al profitto e mette questo come unico criterio del rapporto. Ma alla fine questo criterio può diventare un boomerang… Certo, l’ho sempre detto da quando scrivo articoli e libri sulla Cina. Quanto più il mondo occidentale non si preoccupa dei diritti umani dei cinesi, tanto più si scava la fossa da sé, perché crea le condizioni per un esplosione della situazione, che si ripercuoterà pesantemente sull’Occidente stesso.

fonte: Giorgio Malavasi Tratto da GENTE VENETA, n.18/2009

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