I tormenti del Dalai Lama

di Enzo Reale
Pico Iyer conosce bene il Dalai Lama. Lo scrittore inglese di origini indiane lo ha incontrato molte volte, lo ha accompagnato spesso nei suoi spostamenti, ne ha studiato il pensiero e l’azione. The Open Road: The Global Journey of the Fourteenth Dalai Lama è il libro che ha dedicato alla sua figura, pubblicato nel 2008. Pico Iyer ha scritto recentemente sulla New York Review of Books un lungo articolo (http://www.nybooks.com/articles/22510) nel quale riflette su quella che si potrebbe definire la consapevolezza di un fallimento. Ognuno di noi ne ha esperienza, o almeno dovrebbe, dato che la vita ci mette continuamente di fronte ai nostri insuccessi. Ma se a fallire e a riconoscerlo è il Dalai Lama, allora questa diventa una storia dai risvolti più ampi e significativi. Scrivevo, più modestamente, un anno fa su un’altra pubblicazione online (http://www.ideazione.com/new_2008/primo_piano/2008/marzo/2008_03_31_reale.htm), che la Via di Mezzo del Dalai Lama rischiava di essere ormai superata dalla storia, proprio nel momento in cui il Tibet era scosso dai disordini di piazza, poi repressi dai cinesi con un bilancio di cui ad oggi ancora poco si conosce. La filosofia del compromesso e della rassegnazione, elevata a dogma dai dai troppi “amici” della causa tibetana e dallo stesso Dalai Lama, mostrava in quel momento la corda: “quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo di “moderazione” e di “compromesso” nei confronti di un potere che non ha esitato a compiere – per usare le parole dello stesso Dalai Lama – un vero e proprio genocidio culturale?”, provavo a chiedermi. Ero sicuro che questa domanda avesse già tormentato lo stesso Tentsin Gyatso molte volte, anche se aveva prevalso una sorta di speranzosa indulgenza nei confronti dell’interlocutore-oppressore cinese. Pico Iyer conferma oggi questa supposizione e svela il pensiero del Dalai Lama al termine di questo percorso critico della propria azione nei cinquant’anni che lo separano dall’inizio dell’esilio.
La sua definizione della situazione dei tibetani sotto occupazione cinese come di “un inferno sulla terra” non è stata l’espressione di una debolezza passeggera ma piuttosto il frutto di una riflessione approfondita se è vero, come rivela Iyer nel suo articolo, che già lo scorso novembre nel corso di una visita in Giappone Sua Santità aveva espresso la sua frustrazione con queste parole: “Devo accettare il fallimento. In quanto ad ottenere una maggior benevolenza da parte del governo cinese, la mia politica non ha avuto successo. Dobbiamo accettare la realtà”. Era il momento in cui i cinquecento tibetani dell’esilio stavo per riunirsi a Dharamsala per ridiscutere le strategie da adottare, un’assemblea che avrebbe poi deciso di continuare ad appoggiare anche politicamente la propria guida spirituale proprio mentre la stessa stava vivendo profondi ripensamenti. Qualche mese più tardi, all’Aspen Institute di Washington, lo scrittore avrebbe incontrato nuovamente il Dalai Lama, che lo avrebbe sorpreso con queste parole: “La mia fiducia nella leadership cinese è flebile in questo momento. Non so davvero che cosa fare”, lasciando intendere che sarebbe stato meglio fare spazio ad un approccio più realistico, forse addirittura incarnato da una personalità politica diversa dalla sua. C’è alla base di questo ragionamento anche la consapevolezza di essere giunto alla tappa finale della propria esistenza, se non dal punto di vista fisico (pur acciaccato, il Dalai Lama sembra godere di ottima salute), certamente da quello delle energie necessarie a continuare la battaglia dalla prima linea. Da qui anche il tentativo di stimolare un dibattito finora impensabile ma certamente necessario, soprattutto di fronte all’inquietudine delle nuove generazioni: quello della separazione tra sfera spirituale e politica, tra ispirazione ideale e strategia di condotta: “Da più di trecento anni il Dalai Lama è il leader spirituale e temporale del popolo tibetano. Ma quel tempo è passato”, ha dichiarato a un gruppo di studenti cinesi, lasciando intendere che vedrebbe di buon occhio una successione “laica” approvata dal popolo tibetano. Una divisione fra stato e chiesa, mi si passi l’analogia, che permetterebbe tra l’altro di snellire le complessità legate alla designazione e alla maturazione di un nuovo Dalai Lama. Resta il problema dell’educazione di una classe dirigente che possa realmente concepire  e realizzare nuove strategie di lotta prima che si troppo tardi: prima, cioè, che Pechino riesca ad imporre sul territorio “ribelle” la versione politicamente corretta di un buddhismo approvato dal centro, completando così quel “genocidio culturale” contro cui il Dalai Lama ha provato, forse inutilmente, ad opporsi.

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