I problemi del mondo: la situazione del Tibet

Il 2011 è stato un anno davvero speciale per il Tibet; sotto molti punti di vista un anno drammatico come il paese non aveva vissuto da anni, ma anche importante per il messaggio che ci è arrivato forte e chiaro dalla gente di quella nazione; gente che ci dimostra ancora una volta che non è assolutamente disposta a farsi normalizzare da Pechino. Mentre vi scrivo ho sotto gli occhi queste ultime immagini arrivate dal Tibet.Mostrano plotoni interi di soldati cinesi in tenuta antisommossa. Sono vestiti di nero e armati di tutto punto. Attraversano le strade di un villaggio tibetano.. Sullo sfondo si riconosce lo stupa di Kirti. Altre immagini li mostrano adunati a centinaia, forse migliaia, che ascoltano probabilmente istruzioni su come reprimere i “facinorosi”. Poi ancora ci sono soldati che trascinano dei tibetani tenendogli il capo chino quasi fin sul terreno.. e altre con dei monaci trascinati fuori dal monastero e con dei cartelli al collo con su scritti i reati di cui sono accusati.. Chi sa il cinese legge “separatista”. Immagini sinistre che ci riportano agli anni bui della rivoluzione culturale. Nulla sembra essere cambiato. I tamzing, le delazioni, le torture e gli imprigionamenti arbitrari. Infine monaci caricati sui camion con le teste fuori dalle sponde del cassone e i cartelli che penzolano dai loro colli a monito per tutti..Via verso destinazioni ignote. Di molti si prederanno le tracce. Sono immagini che da sole raccontano la verità su quanto sta accadendo in Tibet. Il Tibet tanto reclamizzato da Pechino come un luogo idilliaco dove i tibetani vivono quotidianamente felici ed esprimendo gratitudine imperitura ai cinesi “liberatori”E poi ci sono le altre immagini. Film. Agghiaccianti. Quelle immagini che sbugiardano Pechino che ha sempre bollato le auto immolazioni come “invenzioni” della propaganda occidentale e della cricca del Dalai Lama. Le immagini di Dawa Tsering che ormai carbonizzato si contrae negli ultimi spasimi tra le fiamme ai bordi di una strada.. Di Tenzin Wangmo, riversa, rigida e nera come un pezzo di carbone ancora fumante sullo sfondo verde di un prato nelle vicinanze di Nagaba in Tibet. Le immagini dei cadaveri carbonizzati dei due giovani monaci del 6 gennaio e la descrizione della morte di Sonam Namgyal letteralmente esploso dopo avere bevuto una quantità di cherosene. Le immagini di Palden Choetso, che arde ritta e potente nel suo sacrificio estremo in mezzo ad una strada tra le case. Una donna le lancia una sciarpa bianca. Si sentono grida terrorizzate di monache e si vede la polizia che arriva di corsa, ma per Palden non c’è nulla da fare. Dopo un po’ sarà a terra tra atroci spasimi. Anche lei si era bevuta una quantità enorme di benzina prima di appiccarsi il fuoco. Non si può credere che un essere umano decida con fredda determinazione di compiere un gesto così atrocemente estremo. Conscio perfettamente di quello che vivrà negli ultimi minuti e secondi di vita. Un dolore inimmaginabile. Non è possibile rimanere indifferenti di fronte a tutto questo. Non è possibile dare ancora credito alle grottesche bugie del regime cinese. Bugie che non riguardano solo il Tibet ma l’intera Cina presentata con reiterata e patetica ripetitività come il paese del bengodi e della stabilità, quando invece manifestazioni e sommosse si susseguono e la scontentezza sociale è sempre più inasprita.  Presentata come il paese che verrà a salvare l’Europa facendo shopping del nostro patrimonio con la complicità di politici spregiudicati e oscuri personaggi manovratori di business e fautori di moltissime delocalizzazioni di aziende in Cina, con conseguenze sulla nostra occupazione già vissute e facili da immaginare per il futuro.Considerare le faccende tibetane come una cosa lontana e che non ci riguarda per nulla è un errore enorme, sia dal punto di vista umano e morale ( ma ognuno su questo ha i suoi parametri) e sia dal punto di vista strategico e politico internazionale, visto che ormai la Cina è entrata nei nostri quartieri e nelle nostre case, nei nostri redditi e buste paga e presto entrerà nelle nostre aziende da padrona. Tutto questo riguarderà gran parte di noi e sicuramente i nostri figli. Nel mondo tibetano della diaspora c’è ancora chi spera e crede che da parte di Pechino ci sarà un gesto, un’apertura o una concessione che potrà cambiare la vita dei tibetani nella loro patria occupata. Ma le risposte del regime da anni sembrano ormai un disco rotto e le dichiarazioni ancora una volta concilianti del Kalon Tripa Lobsang Sangay a Bruxelles, tese a fugare ogni dubbio sul fatto che i tibetani richiedono “solo” una genuina forma di autonomia “prevista fra l’altro dalla costituzione cinese”, suonano francamente un po’ irrealiste alla luce anche di queste ultime drammatiche testimonianze visive. Verrebbe poi anche da considerare che i sedici martiri tibetani che da marzo si sono immolati col fuoco non chiedessero esattamente “una genuina autonomia” o la “fine delle repressioni” o “il rispetto dei diritti umani in Tibet” o tanto meno “il ritorno del Dalai Lama” come un fantoccio nelle mani dei cinesi, così come sarebbe se il ritorno dovesse avvenire nella situazione odierna. Al contrario Palden Choetso e tutti gli altri eroi silenziosi e NON VIOLENTI, che hanno preferito togliersi la vita piuttosto che attentare a quella degli altri, chiedono la libertà del loro paese e il ritorno del Dalai Lama in un Tibet libero. Libero ha un significato preciso. E’ molto difficile in questo momento prevedere cosa accadrà nella smisurata e super potente, quanto super arrogante, Repubblica Popolare Cinese, ma un articolo molto interessante uscito su Asianews (www.asianews.it) pone seri punti interrogativi sul tanto sbandierato futuro luminoso della locomotiva asiatica:

L’economia cinese “è sull’orlo della bancarotta” e ogni provincia del Paese “ha i conti simili a quelli della Grecia”. Tutto questo “corrisponde a verità, ma secondo il sistema politico vigente nel Paese non possiamo dirlo”. A parlare non è un dissidente o un analista internazionale ma Larry Lang, titolare della cattedra di Studi finanziari all’Università cinese di Hong Kong e noto opinionista della televisione nazionale della Cina continentale. Il professore ha tenuto una lunga lezione a porte chiuse nella città di Shenyang, nella provincia settentrionale del Liaoning: nonostante abbia proibito ogni ripresa della sua lezione, un audio è stato reperito e messo in Rete da alcuni dei presenti…. Difficile anche capire bene cosa augurarsi in una prospettiva simile: uno sconvolgimento  che avrebbe ripercussioni su scala mondiale; e mentre noi facciamo i conti con l’euro, l’ICI e la patrimoniale, lo “spettro” della recessione, la banca centrale europea e tutto il resto, lassù sul Tetto del Mondo, la Cina mantiene in piedi il suo sistema di potere a qualunque costo e con qualunque mezzo lecito o, più spesso, illecito. Certo i sedici roghi umani non libereranno il Tibet domani mattina ma rappresentano un’ennesima scossa al nervo scoperto di Pechino. E’ il fuoco sotto la cenere che ha ripreso ad ardere. Tutta la coscienza collettiva dei tibetani dentro e fuori il Tibet si è risvegliata in seguito a queste eroiche tragedie. Pechino, tanto per cambiare, accusa il Dalai Lama di fanatizzare i monaci e ci manda lezioncine sul buddismo disatteso dagli stessi nel loro atto “violento” contro loro stessi. Solito copione. Noi ammiriamo e rendiamo onore a questi sedici martiri e a tutti i Tibetani che soffrono e combattono per la loro libertà ma anche, pensateci bene, per la nostra futura.

Dott. Claudio Cardelli, Presidente Associazione Italia Tibet

Alcune foto della situazione in Tibet:

Fonte: Voci Attive, 29 gennaio 2012

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