I passi falsi di Pechino nell’affare Liu Xiaobo

L’atteggiamento cinese nei confronti del Nobel per la pace Liu Xiaobo “dimostra in maniera chiara le due facce della Cina. Dopo aver mostrato al mondo un bel sorriso e aver promosso lo sviluppo economico interno, la maschera cinese è scivolata rivelando una volta di più un’espressione arcigna e autocratica”. Lo scrive oggi l’autorevole quotidiano Financial Times, aggiungendosi alla serie di analisti ed esperti che criticano l’atteggiamento cinese riguardo la cerimonia di Oslo. Times Wang, figlio di Wang Bingzhang (un dissidente cinese condannato all’ergastolo per le sue attività politiche) spiega: “La strategia del Partito tesa a screditare Liu e il Nobel in generale dimostra l’ironia più triste. Invece di essere fieri di avere per la prima volta  premiato un cinese, hanno riempito il cuore della popolazione di odio”. Per Nicholas Bequelin, ricercatore di Human Rights Watch: “Il pugno di ferro usato da Pechino in questa occasione mina in maniera drammatica gli sforzi compiuti dal regime per riabilitarsi dopo il massacro di piazza Tiananmen. Diventa sempre più difficile per i governi del mondo lasciare da parte i diritti umani, quando si tratta con la Cina”. Al coro si è unito anche il presidente di Taiwan Ma Ying-jeou, che ha chiesto al governo cinese di liberare Liu Xiaobo: “Come nazione che apprezza i diritti umani, chiediamo alla Cina continentale di liberare il dissidente prima possibile”. Nella notte di venerdì, in coincidenza con la cerimonia di consegna del Nobel per la pace al dissidente cinese detenuto Liu Xiaobo, su almeno quattro siti web cinesi sono comparse foto di sedie vuote come quella riservata a Oslo al vincitore del premio. Secondo un internauta sul sito Weibo, uno striscione di congratulazioni a Liu è stato appeso ad un edificio dell’Università di Changsha, nell’Hunan, e rimosso pochi minuti dopo dalle autorità universitarie. Una foto dello striscione è stata diffusa su Twitter dove è rimasta solo 30 secondi prima di essere cancellata. Non sono molto i segnali che la dissidenza ha potuto mandare per appoggiare l’assegnazione del Nobel a Liu, ma i dissidenti cinesi in esilio pensano comunque che il premio al professore di letteratura che sta scontando 11 anni di prigione per aver promosso il documento pro-democrazia Carta 08, “abbia dato un nuovo impulso al movimento democratico cinese”. Yang Jianli, un esule che ha trascorso cinque anni in prigione per la sua partecipazione al movimento democratico del 1989, ha affermato che “il cambiamento più importante determinato dal premio è il cambiamento nei cuori delle persone. Ora la gente prende più seriamente il movimento democratico”. Su Xiaokang, lo sceneggiatore della serie televisiva River Elegy (una revisione critica della cultura cinese che contribuì allo sviluppo del movimento del 1989), ha messo in evidenza il messaggio pacifista del premio Nobel: “Liu ha detto: non vogliamo la violenza, abbiamo bisogno di un’evoluzione pacifica e dobbiamo attenerci alla Costituzione”. L’attivista anti-Aids Wan Yanhai, che è in esilio negli Usa da alcuni mesi per sfuggire alle crescenti attenzioni della polizia, ha sostenuto che Liu Xiaobo ha “opinioni solide e moderate e non è tra coloro che sostengono l’ estremismo”. In Cina decine di dissidenti e amici del premio Nobel, tra cui la moglie Liu Xia, rimangono agli arresti domiciliari. Almeno 140 dissidenti sono stati bloccati dalla polizia cinese dall’inizio di ottobre, quando era maturata la convinzione che il Nobel per la pace sarebbe andato a Liu. A loro se ne sono aggiunti altre decine, deportati fuori Pechino alla vigilia della cerimonia di consegna del premio.

Fonte: Asia News, 13 dicembre 2010

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