I mille affari di Pechino a Kabul

La presenza a volte è discreta, a volte roboante. Roboante come il grattacielo costruito già da qualche anno tra il quartiere di Sharenaw e l’antica area urbana di Afghanan, proprio in faccia al quartier generale della polizia. È un ospedale attrezzatissimo che i cinesi hanno costruito con rapidità impressionante ma che praticamente non funziona. I rumors dicono che ci sia in ballo un’operazione poco chiara per venderlo a qualche privato del settore salute, un segmento del business afghano che preme, con qualche fortuna, per trasformare la sanità pubblica in un lucroso affare privato. Ma i cinesi, attivissimi in Afghanistan, sembrano interessati poco al «dopo». Intanto fanno e tutti lo sanno. È questa la loro politica di aiuto. Come l’ampia strada che da Mazar, nel nord, va verso il passo di Salang: perfetta e costruita in pochi mesi, senza neppure uno dei soliti cartelli «Dono del governo» che di solito campeggia persino su qualche saletta secondaria in un ufficio ministeriale. Tanto tutti sanno che è roba dei cinesi. Presenza roboante, presenza discreta. Come i pneumatici sulle sedie a rotelle che, in questi giorni, usano i pazienti del reparto ortopedico di Alberto Cairo, una delle tappe obbligate di un giornalista a Kabul. C’è una gara di basket in carrozzella nel campetto appena costruito dove veniamo a seguire gli allenamenti. Sì, d’accordo, i palloni sono made in Thailand, ma i pneumatici ad alta precisione per le carrozzelle speciali che servono agli sportivi le ha fatte un certo signor Chen. In questi giorni, un gruppo di ingegneri del Celeste impero è arrivato a Kabul. Devono studiare il percorso della ferrovia che il contratto di sfruttamento della miniera di rame di Aynak (14 miliardi di tonnellate da estrarre), firmato nel 2008, prevede venga costruita con soldi cinesi: 900 chilometri di strada ferrata con un costo di almeno 4miliardi di dollari a carico della Mcc – la società cinese che sfrutterà Aynak – per un percorso, in un paese quasi senza treni, che porterà rame e passeggeri dalla miniera (40 chilometri a sud della capitale) a Kabul e da lì alla frontiera col Pakistan, fino ai confini con l’Uzbekistan. Il contratto è controverso e in più parti segreto. Pare che i cinesi ne trarranno un enorme vantaggio e, si dice, anche la famiglia del presidente. Ma, come si diceva, a Pechino interessa poco chi fa soldi permettendo al Dragone di fare i suoi interessi. La Cina ha investito all’estero, nei primi quattro mesi dell’anno, oltre 20 miliardi di dollari, un raddoppio rispetto ai quattrini inviati «overseas» nello stesso periodo del 2011. Energia e risorse, principalmente, per oltre il 90% del denaro regalato o prestato con crediti spesso agevolatissimi. Ma per ora Africa e America del Sud restano i luoghi privilegiati. Con Kabul l’interscambio è basso e la bilancia commerciale pende comunque tutta a Est: nel 2011 i cinesi hanno esportato in Afghanistan per 234 milioni di dollari e hanno importato da questo paese, che peraltro non produce praticamente più nulla se non la vendita dei suoi gioielli di famiglia (le miniere), solo 4,4 milioni. Ma l’interesse sta crescendo. Hamid Karzai e il suo seguito sono appena stati accolti a Pechino col tappeto rosso dal presidente Hu Jintao. L’occasione era il Consiglio degli stati membri della Shanghai Cooperation Organization (Sco), organismo politico-militare che riunisce oltre a Cina e Russia i centroasiatici Kazakistan, Kyrghisistan, Tajikistan e Uzbekistan. Tutti ai confini con l’Afghanistan. Kabul, con Delhi, Islamabad e Tehran, gode lo status di osservatore ma è in procinto di diventare membro. E cinesi e afghani hanno annunciato a breve un accordo di partenariato strategico che ha tutta l’aria di essere una camera di compensazione asiatica di quello appena firmato da Kabul con Washington il 2 maggio. Karzai ha lasciato Pechino prima del dovuto motivando l’accorciamento della visita con l’ultimo attentato a Kandahar, ma soprattutto per l’ultima strage di 18 civili compiuta dalla Nato a Logar. E Hu Jintao, nel suo discorso, ha voluto sottolineare il ruolo che la Sco potrà giocare per la stabilizzazione dell’area. Quel che non ha detto è che a Pechino (e a Mosca) si pensa al dopo Nato, futuro ormai sempre più prossimo. Pare che Pechino, contraria a mettere assegni nel fondo multilaterale destinato alle forze armate di Kabul (4 miliardi l’anno dal 2015), non sarebbe sfavorevole a dare una mano direttamente ai militari afghani, come già si sono offerti di fare indiani e russi. L’Afghanistan lo vede di buon occhio. Proprio qualche sera fa, durante un dibattito a ToloTv, l’analista politico Abbas Noyan ha detto che l’influenza cinese sul Pakistan potrebbe sortire buoni effetti sulla lotta al terrorismo. Suggerendo, in altre parole, che Pechino potrebbe riuscire dove Washington ha fallito. Gli afghani insomma stanno aprendo una linea di credito alla più o meno discreta presenza del Dragone nel loro paese. Quanto ai cinesi, l’Afghanistan rientra forse in una cornice più ampia. Affari, certamente, miniere e infrastrutture (c’è in progetto anche una strada che dalla Cina via Panjshir raggiunga Kabul) ma anche il tassello di una vasta operazione geostrategica. Del resto, nemmeno un mese fa, il segretario alla difesa americano Leon Panetta ha detto che il focus militare americano dei prossimi anni sarà rivolto verso l’Asia-Pacifico. Anche se poi ha cercato di addolcire la pillola, la sua uscita è sembrata – non solo ai cinesi – un delicato avvertimento alla potenza mondiale che Washington teme di più. I cinesi dunque vedono nell’uscita di scena di Usa e Nato dall’Afghanistan una buona occasione per riempire quel vuoto. Paradossalmente a Washington (e a noi) farebbe anche comodo che qualcuno si occupasse di ricostruire il paese dove abbiamo investito 9 in armamenti e truppe e 1 in sviluppo. Come che sia l’ombra del Dragone su allunga su Kabul. Come quella del suo ospedale sulla piazza antistante il nosocomio quando cala il sole sfavillante dell’Hindukush.

Emanuele Giordana

Fonte: Il Manifesto, 9 giugno 2012

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