I migliori uiguri

Ogni tanto, quando il regime neopostcomunista cinese, sente il bisogno d’infliggere una punizione esemplare all’enorme popolo che tiranneggia, o quando cerca l’ennesimo “controrivoluzionario” da sacrificare alla logica della propria sanguinaria geopolitica interna, o semplicemente quando deve rinfoltire le liste delle migliaia di condannati che ogni anno manda a morte nell’indifferenza generale degli “umanitarismi professionisti”, magari pure per raggiungere le quote di organi da espianto richieste dalle inesorabili leggi del “mercato umano”, qualche uiguro sparisce come se nulla fosse. I giornali, ma esclusivamente i più attenti, e di solito sempre e solo quando diviene impossibile tacitare la notizia, dedicano alla cosa qualche rigo, e poi più nulla, avanti il prossimo.
La speranza degli uiguri ha però un volto, quello dolce e fermo di una donna che ne ha passate parecchie e che però ha saputo tirarsi fuori. La speranza degli uiguri ha un nome, Rebiya Kadeer, la lunga treccia corvina che si appoggia alla spalla di sotto il tipico copricapo nero arricchito di qualche sberluccichio. Ho visto uiguri piangere quando lei racconta in pubblico la tragedia di un mondo dimenticato, uiguri che la salutano come «Rebiya è la madre di tutti noi», uiguri che la raggiungono di soppiatto standosene quatti quatti per terrore della repressione, niente nomi, non ditemeli, così nemmeno con il pentotal. Rebiya grida al mondo le sofferenze del proprio popolo e da anni dà voce ai senza voce, testimoni e martiri, è la medesima cosa, che patiscono ancora il maglio dell’ideocrazia nel tempo della cosiddetta morte dell’ideologia. Tra un brindisi spensierato e l’altro pare allora bello raccogliere la storia che lei ci racconta.
Mi parli di sé….
Sono nata, poverissima, ad Altay, nello Xinjiang degli uiguri, nel 1947, e poi a 18 anni mi sono sposata, trasferendomi ad Aksu. Nel frattempo era nata la Cina comunista e io, come milioni di altre persone, ne ho fatto le spese. La “Rivoluzione culturale” mi bollò subito come “nemica di classe”. Perché? Be’, con mio marito mandavo avanti una bottega, una sartoria, e questo fu giudicato uno spregevole segno d'”intollerabile capitalismo”. Dovemmo chiudere i battenti. Mi costrinsero pure a divorziare…
Smembramento dell’azienda, insomma, letteralmente fisico…. E poi che è successo?
Fu dolorosissimo, soprattutto separarmi dai miei allora cinque figli. In tutto ne ho poi avuto undici. Ho ricominciato tutto da capo, lentamente, passo dopo passo, e così nel 1976 sono faticosamente riuscita ad aprire una lavanderia. Mi sono risposta nel 1981 con Sidik Rouzi, professore, poi riparato negli Stati Uniti, Paese dove egli svolge oggi, e da tempo, un’alacre attività in difesa dei diritti umani dei cittadini cinesi perseguitati, e mi sono trasferita a Ürümqi. Lì ho cominciato, ancora, una nuova attività manifatturiera: la confezione dei costumi tradizionali del mio popolo. Sempre sul filo del rasoio, sempre attenta a mantenermi a monte dell’accusa di “capitalismo”, sempre sul “chi va là”.
Sembra fantascienza. Un mondo dove si può fare e soprattutto si può commettere di tutto, ma dove il “capitalismo” resta il solo peccato letteralmente mortale…
Già. Ma questo finché il regime non ha astutamente trovato il modo di arruolare alla rivoluzione anche quel “peccato supremo”. Con la scomparsa dell’Unione Sovietica, infatti, il mercato mondiale si è improvvisamente ampliato, e così anche dalle nostre parti le cose sono mutate: prima impercettibilmente, quindi sempre più vistosamente. Il regime cinese ha insomma scoperto il denaro e ha pensato bene di farne l’ennesimo strumento del proprio armamentario ideologico di dominio. In quel frangente, in un momento, cioè, in cui oggettivamente gli spazi sono sembrati ingrandirsi e liberarsi, io ho cominciato a fare fortuna, divenendo presto la settima donna più ricca della Cina, titolare della prosperosa The Akida Industry and Trade Co.
E a tutto questo ha affiancato il lavoro umanitario…
Sì. Con il nuovo denaro di cui disponevo sono tornata al mio popolo e ho dato vita a una fondazione, la 1,000 Families Mothers Project, finalizzata a spingere le donne uigure a buttarsi nel mondo nell’intrapresa. Sono state pure create scuole gratuite per l’alfabetizzazione di figli e madri. Di fatto, sull’onda della nuova politica economica, ho sfruttato al meglio il favore di cui ho per un po’ goduto presso il regime venendo per esempio nominata, nel 1993, delegato all’VIII Sessione della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, quindi al Congresso nazionale del popolo e pure alla IV Conferenza delle Nazioni Unite sulle donne, svoltasi a Pechino nel 1995, e accumulando anche una serie di cariche rappresentative regionali e imprenditoriali strettamente legate alla mia regione.
Una donna benvoluta dall’Establishment, cioè, il quale nel frattempo, ma sempre dentro un’ottica rigidamente comunista e illiberale, aveva con Deng Xiaoping (1904-1997) imparato a dire: «Arricchirsi è glorioso!»  Benvoluta finché è durata…
Tutto è andato avanti fino al 1997, fino alla scomparsa del cosiddetto “padre del risveglio cinese”. Per il mio popolo il momento cruciale venne come un fulmine nel febbraio di quell’anno, quando a Ghulja, nello Xinjiang, l’Esercito popolare di liberazione cinese represse nel sangue una rivolta di attivisti che chiedevano libertà e indipendenza. Quando denunciai la gravità della situazione in parlamento, venni subito destituita di ogni carica. Seguirono mesi di “guerra fredda” e poi, nell’agosto del 1999, fui arrestata mentre mi recavo a incontrare una delegazione del Congresso statunitense che svolgeva indagini sulle violazioni di diritti umani nella mia regione. Nel marzo 2000 sono stata quindi condannata a otto anni di carcere per presunte relazioni con il movimento indipendentista uiguro, il tutto sulla base del fatto che avevo inviato ritagli di giornali relativi a quella situazione incandescente a mio marito, che appunto stava già da tempo negli USA. Feci due anni al confino. Non venni torturata, fortunatamente, ma attorno a me ho visto di tutto, letteralmente di tutto.
C’è da immaginarlo. E poi?
La mia notorietà internazionale mi aiutava e Pechino si risolse a cercare il compromesso. Dissero che se avessi smesso di occuparmi degli uiguri mi avrebbero liberata e che quindi avrei potuto continuare indisturbatamente i miei affari, anzi che avrei avuto nuove occasioni di arricchimento. Tutto in cambio del silenzio. Mi consegnarono una versione ufficiale dei fatti relativi al mio incarceramento, dissero che dovevo impararla a memoria e quindi che avrei dovuto recitarla di fronte a una telecamera: era la polizza di assicurazione che il governo si garantiva. Accettai. Lo feci. E il 14 marzo 2005 venni puntualmente rilasciata. Due giorni dopo, però, sulla scaletta dell’aereo che mi avrebbe portato alla libertà, a Washington, da mio marito negli Stati Uniti, chiesi: «Sono libera, finalmente libera, davvero libera?». Lo domandai più volte. Più volte mi risposero: «Sì». Pensando allora alla farsa che mi avevano fatto interpretare, aggiunsi: «Bene. Da adesso in poi non mentirò mai più». E così negli USA, dove vivo e opero, combatto ogni giorno per la libertà del mio popolo, lavorando assieme a personaggi grandiosi come Harry Wu, 19 anni di campi di lavoro in Cina, fondatore della benemerita Laogai Research Foundation.
Reazioni del governo?
Mio figlio Ablikim è stato condannato a 9 anni di prigione nell’aprile 2007. Alim, altro mio figlio, è stato condannato a 7 anni di carcere nel novembre 2006. Qahar Abdurehim, un terzo dei miei figli, deve pagare una multa di 12.500 dollari per “evasione fiscale”… Nel giugno 2006 sono stati tutti e tre accusati di crimini economici ai danni della sicurezza dello Stato. Eppoi l’organizzazione che presiedo, la Uighur American Association, è stata accusata di avere organizzato la rivolta uigura di Ürümqi nel luglio 2009, culminata nel solito massacro. Mi stanno pure dando della terrorista islamica… All’inizio del settembre 2009 è stata annunciata la chiusura di tre mie proprietà perché le strutture che le ospitavano sono state giudicate pericolanti…
Scusi ma perché i comunisti cinesi ce l’hanno con gli uiguri?
Anzitutto non siamo cinesi han e quindi non ci tollerano. Poi siamo profondamente religiosi, e pure questo non va. Infine la nostra regione, vastissima, possiede un sottosuolo ricco, strategico: minerali e petrolio. Non ci lasceranno mai andare…
Mi tolga una curiosità. Le Olimpiadi a Pechino, i commerci con uno Stato schiavista, mille favoritismi… Non è che l’Occidente grasso e distratto stia finanziando l’ultima superpotenza comunista della Terra, procrastinando di fatto la caduta di quel regime che il suo popolo attende da molto, troppo tempo?
Assolutamente sì.

Marco Respinti

Fonte: La Bussola Quotidiana, 27 gennaio 2011

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