I limiti della scommessa iraniana sulla Cina nell’ambito della crisi nucleare

Con il regime iraniano che insiste a portare avanti lo sviluppo del proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti non risparmiano gli sforzi per cercare di mobilitare la comunità internazionale contro Teheran e di ottenere il benestare della grandi potenze a un inasprimento dell’assedio internazionale nei confronti della Repubblica Islamica, la Cina sembra essere rimasta ormai l’ultimo cavallo su cui Teheran può puntare per proseguire la sua aspra e prolungata battaglia contro le grandi potenze e contro Israele. Ma i continui sviluppi della crisi nucleare, che ultimamente hanno coinvolto la posizione cinese a questo riguardo, hanno portato gli iraniani a ridimensionare le loro ambizioni e la loro fiducia nel sostegno che la Cina può offrire loro in questa crisi.

In primo luogo, la posizione cinese riguardo alla questione nucleare iraniana è divenuta un’incognita a livello internazionale poiché complica gli sforzi americani di mobilitare il consenso e il sostegno internazionale a un inasprimento delle sanzioni contro Teheran. Pechino preferisce perseverare nella via diplomatica con il regime iraniano, rifiutando ogni eventuale escalation militare, e rimanendo scarsamente favorevole all’imposizione di sanzioni restrittive. Tuttavia, i responsabili cinesi nelle scorse settimane non hanno esitato a lanciare segnali in diverse direzioni, che indicano che Pechino antepone i suoi molteplici interessi e le sue intese strategiche con gli Stati Uniti al fardello di appoggiare l’intransigente posizione iraniana che irrita l’intera comunità internazionale.

La posizione cinese a favore di Teheran si è basata in un primo momento su una serie di considerazioni, e soprattutto sui crescenti interessi condivisi tra i due paesi, primi fra tutti la sicurezza energetica ed economica dell’emergente potenza cinese. Mentre il volume degli scambi commerciali fra i due paesi si avvicina ormai ai 30 miliardi di dollari all’anno, le importazioni cinesi di petrolio iraniano sono balzate al 14%, mentre le importazioni di gas iraniano hanno raggiunto l’11%. Si tratta di quote candidate a crescere ulteriormente, tenuto conto dell’aumento del consumo cinese di greggio negli ultimi anni, che attualmente ha raggiunto gli 8 milioni di barili al giorno per tenere il passo con lo sviluppo industriale cinese. A questo fabbisogno l’Iran da solo contribuisce con 450.000 barili al giorno. Mentre l’Iran viene subito dopo l’Arabia Saudita come secondo maggior fornitore del fabbisogno petrolifero cinese, Pechino vede nel petrolio iraniano una fonte promettente per soddisfare la sua crescente richiesta di greggio in futuro, essendo il petrolio di Teheran lontano dal dominio delle potenze occidentali a causa delle sanzioni e dell’assedio economico, mente invece i restanti mercati petroliferi gravitano nell’orbita delle potenze mondiali guidate dagli Stati Uniti. Per non parlare poi degli enormi investimenti cinesi nel settore energetico iraniano, che raggiungono i 9 miliardi di dollari, distribuiti nelle diverse attività del settore petrolchimico.

Al di là di questo, Pechino cerca di sfruttare la carta iraniana per rafforzare il potere contrattuale cinese nei confronti degli Stati Uniti in una serie di questioni oggetto di annosi contrasti fra i due paesi, in primo luogo la competizione economica, la corsa agli armamenti, la battaglia per l’influenza e per le fonti energetiche mondiali – a cui bisogna aggiungere la questione di Taiwan, del Tibet, e dei diritti umani e della democrazia in Cina.

Sebbene non voglia suscitare una crisi con Washington a proposito dell’Iran, Pechino sta cercando di contenere la spinta americana ed occidentale a favore di un’escalation nei confronti di Teheran, temendo che le intenzioni ostili dell’Occidente nei confronti delle ambizioni nucleari iraniane tengano conto dei progetti occidentali e degli interessi israeliani ignorando invece gli interessi cinesi relativi all’Iran. Pechino teme che un inasprimento delle sanzioni contro Teheran potrebbe danneggiare la sicurezza energetica della Cina o bloccare l’accesso dei prodotti militari e civili cinesi al mercato iraniano. Pechino si prefigge di raggiungere i propri obiettivi cercando di convincere Washington ad adottare una strategia di “appeasement” nei confronti del regime iraniano. Tale strategia dovrebbe consistere nel promettere all’Iran di non attaccarlo militarmente e di non cercare di ottenere un cambio di regime, consentendo allo stesso tempo a Teheran di entrare in possesso della tecnologia nucleare a scopi pacifici. Ciò contribuirebbe ad attenuare i timori iraniani e incoraggerebbe il regime di Teheran a mostrare maggiore flessibilità e a rinunciare alle ambizioni nucleari di natura militare.

Tuttavia gli sforzi cinesi vanno a cozzare contro difficoltà non trascurabili, la principale delle quali è legata all’intensità delle pressioni israeliane e delle pressioni americane interne nei confronti dell’amministrazione Obama affinché ponga un freno alle ambizioni nucleari iraniane. Queste pressioni hanno pagato, infatti Obama e la sua amministrazione non hanno rinunciato a lavorare assiduamente per contenere gli sforzi cinesi e per spingere Pechino a cambiare la propria posizione. La strategia della Casa Bianca comprende due piani differenti. Il primo prevede un approccio intimidatorio che include la minaccia di esercitare pressioni su Pechino riguardo a questioni “scomode” come il Tibet e Taiwan, o come le questioni del libero scambio e dei rapporti economici, o dei diritti umani in Cina.

Sotto questo profilo, Washington non ha esitato a concludere un nuovo accordo per la vendita di armi a Taiwan alcune settimane fa. Inoltre, il presidente americano si è ostinato a voler accogliere il Dalai Lama, la guida spirituale del Tibet, a Washington, ignorando la richiesta di non incontrarlo avanzatagli dal suo omologo cinese, in occasione del loro incontro del novembre scorso a Pechino, dopo che violenti scontri avevano devastato le regioni del Tibet nel marzo 2008.

Il secondo piano della strategia americana prevede invece un approccio negoziale e l’offerta di incentivi, visto che Pechino ha messo in guardia contro l’eventualità che vengano danneggiati i suoi interessi qualora dovessero fallire gli sforzi diplomatici per risolvere la crisi nucleare iraniana e Israele dovesse avventurarsi in un attacco militare unilaterale contro l’Iran. Nel corso del suo recente viaggio nel Golfo Persico, il segretario di stato americano Hillary Clinton aveva cercato di persuadere i leader dei paesi arabi del Golfo a sfruttare i loro stretti rapporti economici con la Cina per convincere Pechino a cambiare la sua posizione nei confronti dell’Iran, assicurando al governo cinese che avrebbero provveduto loro al suo fabbisogno energetico qualora avesse acconsentito alle nuove sanzioni contro Teheran.

In un analogo contesto, gli sforzi cinesi a cui abbiamo accennato restano legati alla preoccupazione che diminuisca la fiducia iraniana nella posizione cinese. L’Iran potrebbe credere meno alla possibilità di fare affidamento sulla capacità cinese di far fallire qualsiasi nuovo progetto di risoluzione, all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, relativamente a nuove sanzioni contro Teheran. Questo calo di fiducia potrebbe basarsi sull’esperienza relativa al comportamento tenuto dalla Cina al Consiglio di Sicurezza negli ultimi quarant’anni. In tutto questo periodo, Pechino ha fatto uso del diritto di veto solo sei volte. In nessun caso lo ha utilizzato per bloccare i tre precedenti round di sanzioni approvati dal Consiglio di Sicurezza contro l’Iran a partire dal 2006.

Ciò sembrerebbe suggerire che Pechino, che nella fase attuale ha interesse a evitare di scontrarsi con le grandi potenze, non abbia molta propensione a infrangere l’unanimità internazionale, sia che si tratti dell’Iran sia che si tratti di altre questioni. Ciò era parso evidente anche in passato nel caso dell’Iraq, quando gli stretti rapporti economici con il regime di Saddam non portarono Pechino a ostacolare risoluzioni ostili all’Iraq all’interno dell’ONU. Le precedenti posizioni di Pechino manifestano chiaramente l’incontrovertibile desiderio cinese di mantenere con Washington un rapporto relativamente buono, che prediliga la tregua ed il compromesso, evitando il confronto e lo scontro aperto, sebbene vi sia un ragionevole spazio per le divergenze transitorie e per la contrattazione relativamente ad alcune questioni delicate come quella iraniana, ad esempio.

Malgrado le difficoltà e le contraddizioni della posizione cinese, che fanno sì che fare affidamento su di essa voglia dire indulgere in un atteggiamento eccessivamente ottimistico, l’Iran è costretto a dipendere dall’esiguo margine di manovra che la posizione cinese gli consente, cercando di sfruttarla al massimo, non soltanto perché Teheran non vede nel panorama internazionale un’opzione alternativa, ma anche per altre ragioni, prima fra tutte il fatto che la Cina è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza che gode del diritto di veto, ed è tuttora contraria a un ulteriore inasprimento delle sanzioni che eventualmente colpisca le esportazioni iraniane di gas e di petrolio.

Gli iraniani hanno inoltre estremo bisogno di mantenere i rapporti con la Cina in quanto vitale fonte di approvvigionamento di diversi prodotti, alla luce dell’assedio internazionale imposto all’Iran dalle potenze occidentali. Teheran infatti ottiene da Pechino merci e materiali ai quali non può più accedere sui mercati internazionali.

Bashir Abdel Fattah è un analista egiziano specializzato in questioni asiatiche; è ricercatore presso il centro “al-Ahram” di studi politici e strategici.

Fonte: Medarabnews, 5 maggio 2010

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