I farmaci europei? Il padrone è la Cina: l’inchiesta che allarma anche l’Italia

L’emergenza coronavirus, e il conseguente lockdown, ha svelato un’altra falla nella perdita di centralità dell’Italia e dell’Europa: le nostre medicine sono in mano alla Cina. Se si bloccano gli scambi commerciali con loro, la nostra salute è in serio pericolo. L’Ue, infatti, non è legata a doppio filo a Pechino solo nel settore del tessile o della tecnologia. La Cina è padrona assoluta dei farmaci.

Un’arma strategica fondamentale. Dagli Anni 2000 il Dragone è diventato il più grande produttore mondiale di ingredienti farmaceutici, e copre il 60% della produzione globale di “starting materials”, detti anche “intermedi”, imprescindibili per formare i principi attivi delle nostre medicine. Come spiega molto bene Letizia Tortello nella sua inchiesta per La Stampa, “nel caso della Ue, la dipendenza è totale. Dai farmaci di marca ai generici da banco, analgesici, antinfiammatori, ai più complessi impiegati in cardiologia e oncologia: lo scaffale europeo non si riempirebbe senza la farmacia cinese”.

A fare la fotografia di questa bilancia tutta tesa a Est è il Cpa Industry Report 2019, un report della Chemical Pharmaceutical Generic Association, che a inizio settembre presenterà i dati alla Commissione europea. “Il Covid – spiega Tortello – ha creato carenze di approvvigionamento, ma è stato solo l’ultimo dei segnali che la sproporzione va riequilibrata. Il controllo della salute, per Pechino, è un campo in crescita constate (+ 9,1%), di pari passo con l’invecchiamento della popolazione cinese e con la necessità di prepararsi a nuove pandemie, sviluppando in fretta e meglio vaccini e strategie di sopravvivenza”.

Proprio con l’emergenza coronavirus, spiega il presidente di Assogenerici, Enrique Hàusermann, l’Europa si è scoperta troppo dipendente, soprattutto nei momenti critici, da Paesi extra-europei”. La principale ragione per cui gli occidentali, Stati Uniti compresi, hanno consegnato le chiavi dei propri farmaci in mano alle aziende orientali è la concorrenzialità sul prezzo: “Il costo di produzione è più basso del 30-40%, a partire dai salari inferiori di un decimo, a volte anche di un ventesimo”, spiega alla Stampa Marcello Fumagalli, general manager di Cpa, da vent’anni leader degli studi sul mercato mondiale dei principi attivi. Poi, c’è il tema ambiente: Pechino può permettersi di produrre molecole necessarie al settore farmaceutico in stabilimenti pericolosi o inquinanti.

“C’è, però, un altro prezzo immateriale che dobbiamo pagare – aggiunge Tortello – quello della qualità dei prodotti. Come racconta Gian Mario Baccalini, vicepresidente dell’European Fine Chemical Group e di Aschimfarma: “Se da noi il livello di garanzia dei principi attivi prodotti è 10, perché siamo sottoposti a stringenti controlli, in Cina è 3-4, in India tra il 2 e il 3”. Intanto, Usa, Francia e Germania provano a tamponare e a riprendere centralità per non restare troppo dipendenti dalla Cina. E l’Italia – che con il governo Conte bacia sempre più i piedi ai cinesi – cosa pensa di fare? In conclusione, un altro dato: oggi, l’unico laboratorio rimasto in Europa che ospita tutte le fasi di produzione di un antibiotico salvavita come la penicillina è in Austria.

Fonte: Business.it,24/08/2020

 

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.