I dissidenti cinesi lanciano una petizione per chiedere la verità sul “suicidio” di Li Wangyang

Il “suicidio” di Li Wangyang, uno dei primi sindacalisti liberi della Cina e leader del movimento democratico di piazza Tiananmen, continua a non convincere la famiglia del defunto e i dissidenti che hanno lottato insieme a lui. Mentre una petizione chiede alle autorità di “fare luce” sull’accaduto, la polizia continua a impedire a chiunque di rendere omaggio alla salma e ritardano l’autopsia sul cadavere. Li, sindacalista sin dai primi anni ’80 del secolo scorso, ha passato 13 anni in carcere con l’accusa di essere un “controrivoluzionario” per aver guidato una federazione indipendente di lavoratori a Shaoyang durante le manifestazioni del 1989. Dopo il suo rilascio, avvenuto nel 2000 per motivi medici, è stato condannato ad altri 10 anni per “sovversione”. Il suo cadavere è stato ritrovato impiccato lo scorso 6 giugno in una stanza di ospedale mentre era sotto il controllo delle autorità, che definiscono la sua morte “un suicidio”. Prima di morire, era considerato uno dei prigionieri politici collegati a Tiananmen più colpiti dalla repressione del governo. Ora la sua famiglia dichiara che è “impossibile” che Li si sia ucciso: aveva chiesto alla sorella una radio – nonostante i problemi all’udito – perché “voleva risolverli” e parlando con una televisione di Hong Kong meno di una settimana fa aveva dichiarato di voler “continuare a combattere per la democrazia in Cina”. Su internet è apparsa una petizione che chiede al governo di “fare luce” sull’accaduto e invita le Nazioni Unite a condurre un’indagine, anche per trovare i colpevoli qualora la sua morte non sia stata un suicidio. Le autorità hanno risposto che “faranno a breve l’autopsia sul cadavere” ma il fratello di Li non ritiene questa offerta “fatta in buona fede”.

Fonte: Asia News, 8 giugno 2012

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