I centri cinesi di “Rieducazione” degli Uiguri e i fantasmi dei totalitarismi passati

Oramai  è fuori dubbio che la Cina sta intraprendendo un programma di incarcerazione di massa della popolazione Uigura della   provincia nord-occidentale dello Xinjiang (che molti uiguri chiamano Turkestan orientale) in una rete regionale di centri di detenzione e di “rieducazione”.

Si stima che fino a 1,5 milioni di uiguri (e altre minoranze musulmane turche) siano coinvolti nella più grande attuale crisi mondiale dei diritti umani. L’analisi basata sui contratti di appalto del governo cinese per la costruzione di questi centri e le foto satellitari di Google Earth hanno rivelato centinaia di grandi strutture simili a carceri che si stima possano contenere fino a 1 milione di musulmani turchi dello Xinjiang. Uno dei più grandi centri di detenzione, Dabancheng, potrebbe contenere fino a 130.000 persone, suggerisce un’analisi architettonica.

Molte di queste strutture assomigliano a prigioni, complete di filo spinato, torri di guardia e telecamere a circuito chiuso. All’interno di essi i detenuti sono costretti a cantare ripetutamente canzoni “patriottiche” lodando la benevolenza del Partito Comunista Cinese (PCC) e studiando mandarino, testi confuciani e il “pensiero” del presidente Xi Jinping. “Chi resiste o non fa progressi soddisfacenti” rischia la cella di isolamento, la privazione di cibo, immobilizzazione contro un muro per lunghi periodi, incatenamento ad un  muro oppure  polsi e caviglie serrati in una rigida ‘sedia da tigre’, minacce di annegamento e scariche elettriche. “

Ciò porta inevitabilmente alla mente i tristi precedenti dei gulag stalinisti e dei campi di concentramento nazisti:  vi sono chiari parallelismi ideologici e tattici tra questi esempi e ciò che sta accadendo nello Xinjiang.

I centri di “rieducazione” della Cina riflettono una spinta totalitaria non solo a usare la repressione come mezzo di controllo, ma a mobilitare la società attorno a un’ideologia esclusiva, che, come osserva Juan Jose Luiz, “va al di là di un particolare programma o di una delimitazione dei confini di una legittima azione politica,  per fornire un significato ultimo, il senso dello scopo storico e l’interpretazione della realtà sociale”.

Sotto Xi, suggerisce William Callhan, l’ideologia si incentra sul “sogno cinese” di un “grande ringiovanimento nazionale” che non è focalizzato sulla “lotta di classe” maoista, ma piuttosto su “un appello all’unità sopra la differenza, e al collettivo sopra l’individuale” come mezzo per ottenere   che il paese  ritorni ad essere uno stato di grande potere.

Fondamentalmente, questo approccio mescola aspetti dello statalismo del modello leninista e della tradizionale politica cinese, che, come osserva James Leibold, hanno avuto entrambi a lungo un “approccio paternalistico che patologizza  pensieri e   comportamenti diversi, e quindi cerca di trasformarli con la forza”. Consideriamo, per esempio, il funzionario della Xinjiang PCC Youth League che ha affermato che i centri di rieducazione sono necessari per “ripulire il virus [dell’estremismo] dal loro cervello” e per aiutarli a “tornare a un sano stato mentale ideologico”.

Dal punto di vista tattico, vi sono dei paralleli tra il modo in cui Pechino ha cercato di giustificare le sue azioni agli osservatori nazionali e internazionali e  i comportamenti dei regimi sovietico e nazista. Come hanno fatto entrambi questi governi totalitari, la Cina di Xi ha intrapreso una strategia di propaganda multifase per gestire le potenziali conseguenze dei suoi sforzi di “rieducazione”: all’inizio segretezza e totale negazione, poi controinformazioni, propaganda mirata all’interno del paese, e “tour” dei campi per osservatori stranieri selezionati.

Tuttavia, differenze cruciali suggeriscono un diverso modello di controllo statale della società in Cina. Questo modello è caratterizzato da una parte dall’idea che la “devianza” politica e sociale debba essere trasformata in maniera proattiva piuttosto che esclusa, e dall’altra parte dall’uso innovativo delle tecnologie di sorveglianza e monitoraggio che paradossalmente hanno permesso un maggiore controllo internazionale. Quindi, si spera che, a differenza dei più infami regimi totalitari del XX secolo, la Cina non riuscirà a oscurare la sua sistematica incarcerazione e distruzione delle popolazioni emarginate.

Dalla negazione alla giustificazione

La Cina ha adottato una strategia di totale negazione dei centri di rieducazione, seguita da contro-informazioni. Questo approccio è simile a quelli usati da Stalin per difendere il sistema dei campi di lavoro dei gulag e da Hitler per difendere i primi campi di concentramento nella Germania nazista.

Il PCC ha suggerito che le notizie sulla “rieducazione” di massa sono il prodotto dell’ignoranza o della “disinformazione” malevola. Il quotidiano statale China Daily,  nell’agosto 2018, ha dichiarato che “i media stranieri” hanno “interpretato erroneamente o addirittura esagerato le misure di sicurezza”  che la Cina aveva instaurato nello Xinjiang. Queste “false storie”, secondo l’articolo, venivano diffuse da coloro che erano intenzionati a “separare la regione dello Xinjang  dalla Cina e trasformarla in un paese indipendente”.

Gli alti funzionari hanno fatto eco a tali smentite davanti agli organismi internazionali. Poco dopo la pubblicazione dell’editoriale del China Daily, Hu Lianhe, un membro anziano del Dipartimento  del Fronte Unito del Lavoro del PCC, ha dichiarato seccamente alla Commissione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Discriminazione Razziale che “non esistono centri di rieducazione” nello Xinjiang.

Tuttavia, poco più di un mese più tardi, i funzionari e i media cinesi hanno cambiato il loro tono per pubblicizzare il concetto che le strutture altro non erano che una misura necessaria e ben vista per aiutare gli uiguri a soccombere al flagello dell’ “estremismo”. Il discorso del partito sull’ “estremismo”, come Jerome Doyon ha osservato in War on the Rocks, “mira a legittimare la mobilitazione della popolazione verso una massiccia trasformazione sociale della regione” al servizio di “un approccio preventivo al terrorismo” che ha colpisce l’identità uigura.

Nell’ottobre 2018, il presidente del governo della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang  (XUAR), Shohrat Zakir, ha detto all’agenzia di stampa statale Xinhua che la Cina stava semplicemente perseguendo un approccio all’antiterrorismo “in linea con  le loro proprie condizioni”.

Nella prima, seppur  tortuosa, ammissione dell’esistenza dei centri di “rieducazione”, Zakir ha dichiarato che i continui attacchi terroristici nello Xinjiang richiedevano che le autorità non solo combattessero “rigorosamente” contro gli estremismi, ma affrontassero anche “la causa alla radice del terrorismo”, “educando coloro che hanno commesso piccoli reati” in modo da “impedire loro di diventare vittime del terrorismo e dell’estremismo”.

Nel 1931, mentre Stalin intraprendeva la sua campagna di collettivizzazione di massa, la studiosa Maya Vinokour osserva: “I giornali russi iniziarono a definire le notizie sui  lavori forzati ‘calunniose’ inventate da un ‘fronte antisovietico’” molto prima che venisse ammessa l’esistenza dei lavori forzati.

Vyachslav Molotov, uno dei principali luogotenenti di Stalin, dichiarò pubblicamente nel marzo 1931 che il lavoro forzato “era buono per i criminali, perché li abitua al lavoro e li rende membri utili alla società.” Proprio come la Cina ha tentato di inquadrare i campi di  “rieducazione”  come positivi e necessari, le autorità sovietiche spesero grandi sforzi nel propagandare il gulag come un “riforgiamento” che trasformava ex “nemici di classe” in cittadini sovietici impegnati ideologicamente.

Dopo l’ascesa al cancellierato di Hitler nel 1933, il suo regime creò subito i primi campi di concentramento per circa 150.000 persone – per lo più quelle definite dal regime come oppositori politici irrecuperabili, come comunisti e socialdemocratici. Analogamente alla strategia di Stalin, questi campi “furono venduti al popolo tedesco come strutture rieducative simili ai  riformatori per  adolescenti violenti degli anni ’50 in America, dove si diceva alla gente che aria fresca, esercizio e formazione professionale erano necessari per mettere in riga i devianti sociali che potevano essere restituiti alla società. “

Dipingere un quadro roseo: il ruolo della propaganda

Sia i sovietici che i nazisti hanno usato abbondantemente la propaganda sia nella stampa che nel cinema per giustificare i gulag e i campi di concentramento.

Eclatante  nel caso dei sovietici fu La storia della costruzione del canale Stalin White Sea-Baltic del 1933 – un volume di 600 pagine collettivamente scritto da 120 scrittori e artisti sovietici sotto la supervisione di Maxim Gorky, allora lo scrittore più famoso dell’Unione Sovietica. Questo volume esultava perchè la costruzione del canale di 227 chilometri aveva usato il lavoro forzato di circa 150.000 detenuti dei gulag. Fu anche accompagnato da un lungometraggio che mostrava Stalin, Kliment Voroshilov e Sergei Kirov durante la crociera inaugurale per la sua apertura ufficiale nel luglio del 1933.

I film erano un mezzo di propaganda ancora più importante per i nazisti. Durante la seconda guerra mondiale, il regime produsse il film infame Theresienstadt: Un documentario proveniente dall’area degli insediamenti ebraici – una rappresentazione apparentemente “oggettiva” (da qui il sottotitolo di “documentario”) della vita in un campo di concentramento ebraico nella Cecoslovacchia occupata. Il film includeva scene di detenuti che si cimentavano nella cucina, nel cucito e nella carpenteria, ascoltavano l’orchestra del campo e giocavano una partita di calcio. Il film era stato accuratamente  sceneggiato e diretto  ed era destinato a un pubblico straniero – ad esempio, era stato proiettato ad una delegazione della Croce Rossa Internazionale nell’aprile 1945.

Allo stesso modo la Cina ha costruito una propaganda visiva gestita in modo scenografico riguardo ai campi di rieducazione. Lo stesso giorno dell’intervista di Zakir con Xinhua, la China Central Television (CCTV) ha trasmesso una storia di 15 minuti che dettagliava le interviste con “allievi” nel “Centro di Formazione e Addestramento Professionale delle Competenze” di Khotan nel sud dello Xinjiang.

Facendo eco a Theresienstadt, la storia descrive il centro come un tentativo altruistico del PCC di fornire “educazione” attraverso la formazione nella lingua mandarina e nel codice legale cinese, insieme a sviluppo di “abilità professionali” come la cosmetologia, la tessitura dei tappeti, il cucito, la cucina e la carpenteria. Una giovane donna uigura intervistata  ha detto: “Se non fossi venuta qui, non posso immaginare cosa sarebbe successo. Forse avrei seguito quegli estremisti religiosi sul sentiero criminale. Il partito e il governo mi hanno scoperto in tempo e mi hanno salvato”. La natura apparentemente benevola di tale assistenza è in qualche modo smentita da una scena del film – che mostra “allievi” che prendono lezioni di mandarino – che rivela che la “classe” è costantemente sotto sorveglianza telecamere chiaramente visibili sulle pareti e microfoni appesi al soffitto.

Il “turismo” nei gulag cinesi

L’ultimo passo nello sforzo di propaganda della Cina è l’equivalente dei viaggi di Potemkin per gli osservatori stranieri nei campi dello Xinjiang. Anche questo ha chiari precedenti sovietici. Il successore di Stalin, Nikita Khrushchev, sponsorizzò quello che lo storico Jeffrey Hardy ha soprannominato il “turismo dei gulag” con il quale le autorità sovietiche gestivano attentamente le visite per le delegazioni straniere alle maggiori istituzioni penali negli anni ’50. Questo è stato un tentativo di negare le  notizie occidentali sui gulag come sistema di lavoro schiavistico e dimostrare i benefici sociali positivi del sistema.

I preparativi della Cina per la sua versione del “turismo dei gulag” sono stati caratterizzati sia dal segreto che dall’inganno. Quando le autorità hanno previsto le visite di osservatori internazionali alla fine dello scorso anno, il servizio in lingua uigura di Radio Free Asia ha riferito che alcuni detenuti erano stati obbligati a firmare “accordi di riservatezza” per garantire che non divulgassero dettagli delle loro esperienze, mentre evidenti manifestazioni di sicurezza e sorveglianza – come il filo spinato e la polizia pesantemente armata – erano stati rimossi o ridimensionati. Inoltre, secondo Bitter Winter, alle autorità locali era stato ordinato di compilare informazioni più dettagliate sulla gravità dei “crimini” dei detenuti per determinare quali detenuti avrebbero potuto essere trasferiti “in strutture che apparissero meno palesemente  prigioni, ma  più simili a alloggi a basso costo “.

Fatti questi preparativi, Pechino permise un tour delle strutture ad alcuni diplomatici e media internazionali. Dal 3 al 5 gennaio funzionari hanno accompagnato diplomatici provenienti da Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan, Pakistan, India, Afghanistan, Malesia, Indonesia, Kuwait e Thailandia e giornalisti di varie testate: l’agenzia statale kazaka, Kazinform, Sputnik News, Associated Press del Pakistan, e l’agenzia di stampa nazionale indonesiana Antara alle strutture di Urumqi, Kashgar e Khotan. Ai diplomatici e ai giornalisti è stata raccontata una storia identica a quella descritta sopra: i centri sono stati implementati per “assistere le persone malate di estremismo” insegnando loro il mandarino, la legislazione cinese e “abilità professionali”. Tre funzionari dell’Unione Europea hanno visitato un numero di strutture la settimana successiva.

Pechino ovviamente sperava che i suoi tour gestiti dei campi di “rieducazione” avrebbero deviato le critiche internazionali. Ma sembra che gli sforzi non abbiano raggiunto il loro obiettivo. Nessuno dei due gruppi di visitatori sembra essere stato ingannato dai tour di Potemkin. Un rapporto pubblicato da Kazinform, per esempio, conclude evidenziando le somiglianze nelle testimonianze fornite dai “tirocinanti” e sostenendo che “durante tutto il tour della stampa in tutte le città e località, le interviste erano state concesse solo davanti  alla presenza obbligatoria delle autorità cinesi”.

La risposta del Pakistan è stata un’ eccezione (il Pakistan è un alleato a lungo termine della Cina). L’incaricato d’affari di Islamabad a Pechino, Mumtaz Zahra Baloch, ha affermato:  “Io non ho visto alcun segno di repressione culturale” e durante la sua visita a tre strutture ha osservato “gli studenti sono in buona salute” mentre “le strutture abitative sono  moderne e confortevoli. “

I delegati dell’Unione Europea, al contrario, hanno osservato che mentre “i siti visitati sono stati accuratamente selezionati dalle autorità per sostenere la versione ufficiale della Cina”, tuttavia  ciò che hanno osservato era “coerente” con quanto i media internazionali, gli accademici e le organizzazioni non governative hanno documentato negli ultimi due anni – cioè, che “violazioni dei diritti umani gravi e sistematiche” si verificano di fatto nello Xinjiang.

Sia per Stalin che per Hitler, la propaganda interna era probabilmente più importante delle  critiche internazionali, poichè contribuiva alla legittimità del regime e serviva come mezzo di mobilitazione di sostegno. Nel caso sovietico, come dimostra Steven Barnes, il gulag ha svolto un ruolo centrale nella “costruzione della società socialista e della nuova persona sovietica”, enfatizzando i principali stereotipi ideologici tra cui la lotta come forza motivante della storia, il lavoro come elemento caratterizzante dell’umanità e la redimibilità dei nemici di classe.

Nel contesto cinese, gran parte della propaganda del PCC gioca direttamente su quello che Brandon Barbour e Reece Jones descrivono come un “discorso di pericolosità” costruito intorno agli uiguri  dall’11 settembre. Attraverso questa storia, i media di stato “cercano di de-umanizzare gli Uiguri, creando la percezione che la categoria dell’identità uigura è piena di gente arretrata” incline all’ “estremismo”. In questo modo, Pechino suggerisce che ci saranno disordine e  violenza   se non   penetreranno vigorosamente nello Xinjiang con  misure di sicurezza e di sorveglianza statali.

Come i sovietici in passato, tuttavia, le dichiarazioni ufficiali sui centri di “rieducazione” enfatizzano anche l’obiettivo di riscattare gli estremisti attuali o potenziali.

Il rapporto ufficiale del marzo 2019, “La lotta contro il terrorismo e l’estremismo e la protezione dei diritti umani nello Xinjiang”, diffuso dal Consiglio di Stato Cinese, afferma che “alcuni leader e membri centrali di bande violente e terroriste che hanno commesso reati efferati o sono criminali incalliti saranno severamente puniti secondo la legge”, invece coloro “che hanno commesso reati minori sotto l’influenza dell’estremismo religioso saranno educati, riabilitati e protetti attraverso la formazione professionale, attraverso l’apprendimento della lingua cinese standard e la acquisizione di abilità lavorative e la conoscenza della legge”. In questo modo, tali individui “si libereranno dell’inclinazione  terroristica, della mentalità estremista e delle pratiche culturali antiquate”.

Non si tratta semplicemente di prevenire gli attacchi. È anche un modo per dimostrare alla popolazione Han della regione che lo stato garantirà “sicurezza” e “stabilità”. “Le persone si sentono meno a disagio”, sostiene Tom Cliff, “quando viene loro riferito che la polizia per le strade è lì per proteggere loro da pericolosi ‘altri’, piuttosto che proteggere lo stato proprio da loro o da altri Han. “

Repressione di massa e costrizioni della propaganda nel XXI secolo

Gli scettici del paragone tra gli attuali comportamenti cinesi e quelli dei regimi sovietico e nazista potrebbero ragionevolmente sostenere che, ad oggi, non ci sono prove di eliminazione fisica dei detenuti e che lo stato rimane impegnato nell’integrazione degli uiguri (e di altri musulmani turchi ) nella società cinese.

Questi due contro-argomenti non invalidano tuttavia la somiglianza. Lo scopo dei centri di “rieducazione” e il discorso che si è sviluppato attorno a loro si sovrappongono chiaramente sia ai precedenti sovietici che a quelli nazisti. Lo scopo dei centri riecheggia l’attenzione sovietica sul potenziale del gulag di “riforgiare” i nemici attraverso il lavoro, sposata con la concezione razziale dei nazisti sulla devianza politica e sociale nella scelta di chi dovrebbe essere “rieducato”.

Le contro-informazioni che Pechino ha costruito per combattere le critiche internazionali hanno gettato ulteriore luce sulle idee dei tre regimi riguardo al controllo sociale.

In primo luogo, queste storie ripetono sempre quelle che sono diventate le caratteristiche distintive del discorso dello stato nei confronti degli Uiguri e dello Xinjiang: che un estremismo religioso deviante appartiene all’identità uigura. Può essere superato solo attraverso “educazione” e assimilazione nella  cultura cinese.

Qui, c’è un contrasto cruciale con i gulag di Stalin e i campi di concentramento di Hitler. Come nota Richard Overy, questi erano prodotti di ideologie binarie di appartenenza ed esclusione. Sono stati concepiti come strumenti di “guerra ideologica” finalizzati alla “distruzione redentiva del nemico”. Per Pechino, invece, gli uiguri (e altre minoranze musulmane turche) sono ancora parte integrante della nazione cinese (zhonghua minzu). Lo sforzo di rieducazione, sostiene James Leibold, emerge come un mezzo per standardizzare il comportamento con lo scopo di  raggiungere un’identità nazionale coesa sanzionata dallo stato. A differenza dei precedenti sovietici e nazisti, i campi di Pechino sembrano progettati per facilitare la distruzione della cultura uigura piuttosto che la distruzione fisica degli individui. Questo, naturalmente, è di poco conforto per gli uiguri.

In secondo luogo, l’offensiva propagandistica della Cina, in gran parte orientata verso l’esterno, dimostra chiari parallelismi con i tentativi sovietici e nazisti di sviare le critiche internazionali presentando testimonianze fuorvianti e falsificate delle strutture di detenzione. Ma anche qui c’è una differenza importante: Pechino non è riuscita a ingannare la comunità internazionale.

Infatti, sta intraprendendo questo sforzo di propaganda in un ambiente in cui, paradossalmente, le innovazioni nella sorveglianza e nelle tecnologie di raccolta dati migliorano la capacità dello stato di monitorare e controllare le persone e allo stesso tempo aiutano a rivelarlo al mondo esterno.

La Cina ha cercato di assicurare la “supervisione globale” dello Xinjiang con il sistema di sorveglianza elettronica “Skynet” nelle principali aree urbane; con localizzatori GPS in veicoli a motore; con riconoscimento facciale e scanner dell’iride ai posti di blocco, stazioni ferroviarie e stazioni di servizio; con raccolta di dati biometrici per i passaporti; e con app obbligatorie per ripulire gli smartphone di materiale potenzialmente sovversivo.

Tuttavia, i registri internet dello stato cinese di offerte contrattuali per la costruzione di strutture di detenzione, gli annunci pubblicitari che reclutano nuovo personale della sicurezza pubblica per gestirli, e le immagini satellitari open source hanno permesso a media e ricercatori internazionali di svelare l’intera portata della repressione sistematica di Pechino. Adrian Zenz, ad esempio, ha analizzato le offerte di lavoro ufficiali online di personale per la sicurezza dei campi e le offerte di costruzione e gli avvisi di gara per la costruzione dei centri. Lo studente della University of British Columbia Shawn Zhang ha informazioni utilizzate in modo simile raccolte da Baidu (la versione cinese di Google), ricerche sulla posizione dei centri da collegare a Google Earth per ottenere immagini satellitari.

Possiamo sperare che la continua vigilanza di questi osservatori esterni possa garantire che la Cina non segua i peggiori precedenti del 20 ° secolo.

Di maggiore importanza, tuttavia, potrebbe essere il modello di controllo sociale che è stato implementato nello Xinjiang. La fusione dell’innovazione tecnologica dello stato cinese con il suo desiderio di “trasformare” individui o gruppi che non si conformano all’ortodossia prevalente auspica un “totalitarismo digitale” definito da “un modello statico di osservazione e sorveglianza centralizzata a senso unico”. La “supervisione globale” implementata nello Xinjiang, come recentemente dettagliata da Darren Byler, non solo consente allo stato di identificare gli individui che ritiene necessitino  di “rieducazione “, ma assicura anche che quelli che rimangono all’esterno  siano non solo cittadini trasparenti visti dallo stato ma anche che stiano al loro posto  intrinsecamente controllabili.

Questo modello di controllo sociale suggerisce un’evoluzione significativa nella natura del partito-stato. Il PCC sotto Xi Jinping, come ha sostenuto Frank Pieke, non è semplicemente uno stato leninista tradizionale che ha adottato le innovazioni tecnologiche come mezzo per aumentare la sua presa sul potere. È piuttosto un regime che ha sviluppato un insieme innovativo di “tecnologie governative” che cerca in modo proattivo di modellare e dirigere il comportamento dei cittadini.

Dr. Michael Clarke professore associato al National Security College, Australian National University (ANU). E’ editore di Terrorism and Counter-Terrorism in China: Domestic and Foreign Policy Dimensions (Hurst/Oxford University Press 2018) e autore di  Xinjiang and China’s Rise in Central Asia: A History (Routledge 2011).

Traduzione A cura della Laogai Research Foundation


Fonte: War on the rocks,25/04/2019

English article:

CHINA’S UYGHUR ‘RE-EDUCATION’ CENTERS AND THE GHOSTS OF TOTALITARIANS PAST

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