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I 90 anni del Partito comunista cinese

In molte città della Cina sono in atto manifestazioni, canti, film, mostre e cerimonie per celebrare i 90 anni del Partito comunista cinese, il cui anniversario cade domani. Di per sé, già nel 1920 esistevano cellule comuniste in almeno 4 città della Cina, ma la storia ufficiale stabilisce che il Partito è nato il 1° luglio 1921 a Shanghai, alla presenza di 50 persone, con l’assenza di Mao Zedong e con il sostegno di emissari della Russia bolscevica. Ieri sera il presidente Hu Jintao e varie personalità del Comitato permanente del Politburo hanno partecipato nella capitale a uno spettacolo dal titolo “La nostra bandiera”. Nella Grande sala del popolo erano presenti 5 mila persone. In prossimità dell’anniversario il messaggio del Partito per il popolo è di “amare il Partito, amare la nazione, amare il socialismo”. Per questo, il direttore dell’Ufficio di propaganda. Li Changchun, ha dato ordine ai media controllati dallo Stato di creare “una densa atmosfera di solennità e ardore, gioia e pace, unità, progresso e sviluppo scientifico”. Così, da mesi e mesi, vi sono spettacoli teatrali e di canti rivoluzionari, sui quali spicca il famoso “L’oriente è rosso”, che celebra “l’eternità” di Mao Zedong. Molte province hanno perfino indetto concorsi per le migliori canzoni o performances. Oltre alle “canzoni rosse”, vi sono anche rassegne di “film rossi” e di “libri rossi”, oltre a il “turismo rosso”. Quest’anno vi sono almeno 28 film consigliati ai giovani, che narrano il patriottismo di eroi ed eroine, con pellicole “storiche” a cui hanno partecipato attori fra i più famosi di Hong Kong, Taiwan, e della Cina. Il “turismo rosso” si svolge con “pellegrinaggi” a Yanan (Shaanxi, la “culla della rivoluzione”), a Shaoshan (Hunan), patria di Mao Zedong. Liu Yunshan, membro del Politburo, ha dichiarato che  “promuovere il turismo nei luoghi rivoluzionari può accrescere la vicinanza del popolo ai valori socialisti”. Proprio questo è il problema del Partito comunista cinese: l’allontanamento dai valori socialisti, l’essere comunista solo di nome e essersi allontanato dai bisogni della gente. Il viraggio è avvenuto con Deng Xiaoping e le modernizzazioni economiche, che hanno lanciato la Cina in una corsa allo sviluppo tecnico ed economico che ha salvato dalla fame almeno 150 milioni di persone, ma ha creato anche innumerevoli problemi. La crescita economica ha infatti portato a sfruttamento delle persone, inquinamento dell’ambiente, corruzione e un abisso fra ricchi e poveri fra i più ampi del mondo. Il Partito nato con una rivoluzione dei contadini, ha ora nella povertà dei contadini la sua macchia più nera, con una media di 5900 yuan di reddito annuo (in città la media è oltre 19mila yuan). Intanto, nel Partito sono rifluiti come membri a parte intera imprenditori e finanzieri, certi di mangiare alla greppia del Partito più ricco del mondo. Alcuni giorni fa il Partito si è vantato dei suoi 80 milioni di iscritti, ma non ha detto che le inchieste fra i giovani mostrano che essi chiedono di entrare nel Partito per i vantaggi economici e legali che ne derivano. Chiunque critica la supremazia del Partito è subito condannato per “cospirazione contro lo Stato”; chi usa il Partito per i suoi affari, ha la protezione delle alte sfere. E mentre il Partito (per cooptazione) si ingrossa di membri, fra i più avvantaggiati dalle riforme economiche, le prigioni si riempiono di studiosi come Liu Xiaobo, attivisti, avvocati per i diritti umani, poveri portatori di petizioni, personalità religiose. Con la scusa di non volere in modo assoluto una democrazia di stile occidentale – come dichiarato tante volte dai leader – la Cina soffoca in realtà tutte le persone che chiedono giustizia usando le poche leggi a disposizione del Paese. In questi giorni accademici di Pechino, come Zhao Shilin, hanno chiesto al governo di “non deificare” il Partito e di andare a fondo della storia di esso, presentando non solo le conquiste economiche, ma anche i fallimenti (il Grande balzo in avanti; la Rivoluzione culturale; l’attuale corruzione…). A mio parere, il problema del Pcc è ancora più radicale: il suo fallimento/tradimento è all’origine: il Partito, invece di “servire il popolo”, come predica la Costituzione, si serve del popolo per schiavizzarlo e per zittirlo. Aprire alla democrazia, far parlare il popolo, sarebbe il modo migliore di celebrare questi 90 anni con maggiore verità e senza falsa retorica. Purtroppo, in questo lavoro di schiavismo e di soffocamento del popolo, il Partito cinese ha un grande alleato nell’occidente, anch’esso pieno di esaltazione per i successi economici di Pechino e silenzioso sulle violazioni ai diritti umani, giudicati solo come una “diversità di valutazione” fra oriente e occidente, che però non devono toccare nessun lauto contratto .

Bernardo Cervellera

Fonte: Asia News, 30 giugno  2011