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Harry Wu: «La Cina resta comunista»

Lo chiamano il “Solzenicyn cinese” perché del suo Paese e del suo popolo – la Cina, martirizzata dal comunismo come lo fu la Russia – simboleggia la coscienza critica, la voglia di riscatto, la dignità più profonda. Il suo nome è Harry Wu – in cinese Wu Hongda -, è nato a Shangai nel 1937, è cattolico e per 19 incredibili anni è stato rinchiuso nei campi di lavoro forzato dell'”arcipelago laogai”, il corrispettivo cinese del Gulag sovietico. Tutto iniziò nel 1956 quando si permise di criticare l’URSS che schiacciava l’Ungheria nel sangue e finì nel 1960 in carcere.
Da quell’inferno Harry è uscito, fortunatamente vivo, nel 1979, cercando poi di mettere quanto più spazio possibile fra sé e quell’incubo. Nel 1985 riparò negli Stati Uniti, ma la sua non è stata una fuga. A Washington, nella capitale del Paese più ricco e potente del mondo libero, ha creato la Laogai Research Foundation – di cui è attiva anche la sezione italiana, la Laogai Research Foundation Italia Onlus, diretta da Toni Brandi a Roma – che alacremente si batte per smascherare la menzogna del comunismo cinese. La sua storia – che si legge come un romanzo di appendice, ma che è tutta vera – e le sue coraggiose denunce (pensate com’è vivere tutti i giorni con l’accusa di essere una “spia prezzolata”, un “traditore”, un “bugiardo”, e magari essere seguito, controllato, intercettato e minacciato…) stanno in diversi libri, Laogai, i Gulag di Mao Tze Dong (L’ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma 2006), Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2008), Laogai. L’orrore cinese (Spirali, Milano 2008) e I Laogai cinesi. I lager del Terzo Millennio (Fede e Cultura, Verona 2011).
Ebbene oggi, 9 novembre, ricorre il 22° anniversario dell’abbattimento – non del semplice, “fatalistico” crollo – del Muro di Berlino, eretto dal sistema concentrazionario del comunismo sovietico per dividere il mondo in due metà e perseguitarne con perizia una. Di quella barriera, però, molto resta pur sempre in piedi. Alcuni, ricordando la Cortina di ferro, chiamano Cortina di bambù l’abisso che ancora nella Cina comunista priva della libertà un miliardo e 300milioni persone, quelle di cui parla questa sera il nostro Harry Wu a Milano (Spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2, h. 18,30) in una serata organizzata dall’Assessorato alla cultura della Provincia di Milano in collaborazione con Alleanza Cattolica. Giovedì 10 ottobre, poi, Wu interverrà a Trento (Fondazione Caritro, Sala Conferenze, via Calepina 1) su invito dell’Associazione Soroptimist; venerdì 11 parlerà alle scuole trentine (Teatro Sociale, h 10,00); infine sabato 12 verrà insignito del “Premio Impegno Civico 2011””(Oratorio San Filippo Neri, Bologna, h. alle ore 11,00), dopo di che, ospite del Consiglio Comunale di Volano (Trento; h. 20,30). La Bussola Quotidiana lo ha intervistato.
La Cina è oggi un mercato enorme, aggressivo e in continua espansione. Ha smesso di essere comunista?
Affatto. La Cina è tuttora un Paese comunista. Lo è pienamente anche se in anni recenti si è riciclata  attraverso lo slogan della “politica di mercato socialista”. Il Partito Comunista Cinese (PCC) controlla ancora e sempre il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. Il Paese è insomma lontanissimo dall’essere uno Stato di diritto; del resto, gli avvocati degli attivisti per il rispetto dei diritti umani sono continuamente oggetto di persecuzioni, di violenze e di arresti. L’Occidente si deve rendere conto del fatto che, al di là delle parvenze e delle chiacchiere, in Cina la macchina repressiva continua a marciare indisturbata e che su tutto continua a esercitarsi la dittatura del partito unico. Basta vedere cosa avviene quotidianamente nei laogai, i campi di lavoro forzato e spesso schiavistico, tra repressione e “rieducazione” politica dei prigionieri.
Ma allora gli aiuti occidentali, dai commerci alle Olimpiadi, altro non fanno che foraggiare un sistema dispotico e ingiusto…
Il PCC ha avviato rapporti commerciali con l’Occidente, ma, contrariamente a ciò che diversi uomini politici occidentali hanno creduto nel corso degli anni 1980 e 1990, non ha varato alcuna significativa riforma politica. La corruzione da tempo dilagante – la cosa è piuttosto nota – nelle strutture del PCC fa peraltro sì che il commercio estero sia una delle principali e più redditizie forme di profitto su cui lucrano regolarmente i funzionari di partito, i quali guadagnano specialmente con la vendita agli occidentali di prodotti confezionati dagli schiavi internati nei laogai.
Benché siano sempre di più i cinesi che trovano il coraggio di contestare apertamente la politica repressiva del governo chiedendo riforme democratiche vere, Pechino continua a fare l’esatto contrario. Questo perché i rapporti, oggi sempre maggiori e forti, che legano il regime cinese a quelle democrazie occidentali per le quali contano più i profitti economici dei diritti umani hanno semplicemente fatto sì che il PCC si sentisse autorizzato a inasprire costantemente il proprio giro di vite; e così, in nome del “mantenimento dell’ordine”, il governo ha schiacciato e continua a schiacciare ogni movimento di opposizione democratica.
Se i ceti politici occidentali sono davvero intenzionati a spingere la Cina a riformare il proprio sistema, allora non possono continuare a permettere a compagnie – come per esempio la famosa Cisco System – di vendere al governo di Pechino quegli strumenti che esso poi impiega per reprimere i propri cittadini. Faccio questo esempio perché è assai concreto e puntuale. Con l’aiuto della tecnologia che alcune industrie americane garantiscono (telefonia, sistemi di intercettazione e tracciamento, e così via), il ministero cinese della Sicurezza pubblica ha scatenato una vera e propria caccia al dissidente. Con esiti spaventosi.
Snoccioliamo qualche cifra per rendere palpabile l’incubo cinese. Qual è la popolazione carceraria del Paese?
Il numero dei detenuti è un segreto di Stato così come lo è il numero esatto dei campi di lavoro dell'”arcipelago laogai”. Le stime parlano però di un totale di detenuti compreso tra 3 a 5 milioni di persone, un numero enorme dei quali è rinchiuso per motivi futili, o semplicemente inesistenti, o – peggio ancora – politici.
E i lagoai, quanti sono i laogai?
Cercando di penetrare nella cortina fumogena eretta dal segreto di stato, ne abbiamo individuati con certezza almeno mille.
Nessuno protesta mai pubblicamente per le molte condanne a morte che ogni anno vengono comminate ed eseguite in Cina. Quante sono?
Altro segreto di stato, ma la Logai Research Foundation e altre organizzazioni per la promozione dei diritti umani ne stimano non meno di 5mila l’anno.
La persecuzione antireligiosa, in specie conto i cristiani, è ancora una realtà?
Assolutamente si. Numerosi sacerdoti e anche vescovi cinesi spariscono dall’oggi al domani nel nulla, dopo essere stati presi in consegna arbitrariamente e spesso con la violenza dalla polizia. Di quelli di cui invece si sa qualcosa, il qualcosa che si sa è che vengono fatti entrare e uscire di galera con la stessa disinvoltura di un cambio d’abito. Immancabilmente, i religiosi fermati, arrestati o interrogati vengono percossi e ingiuriati. Se poi nell’aria si “muove qualcosa” – ovvero la polizia ha sentore di contestazioni democratiche, vere o presunte – i primi che ci vanno di mezzo, preventivamente e a prescindere, sono i sacerdoti. I cattolici, infatti, sono una spina costantemente puntata al fianco del regime: perché non si piegano, perché non sono disposti a operare e a tollerare il male, perché obbediscono a ben altro che al “dio-partito”…
La Cina è tristemente famosa anche per la famigerata politica del “figlio unico”, quella che impone l’aborto di Stato a ogni coppia dopo la nascita del primogenito per false e aberranti ragioni demografiche. La legge che impone tutto ciò fu varata il 25 settembre 1980. Vige ancora?
Purtroppo sì, e il regime si vanta di essersi “risparmiato” circa 400 milioni di nascite sgradite in tre decenni… Su questo fronte, noi della laogai Research Foundation collaboriamo con l’associazione statunitense Women Rights Without Frontier diretta da Reggie Littlejohn, che denuncia numerosi casi – attuali – di sterilizzazioni forzate e di aborti obbligatori persino all’ottavo mese di gravidanza. Nel corso di un’audizione al Congresso federale statunitense – presieduta dal deputato del Partito Repubblicano Christopher H. Smith, veterano della battaglia contro la politica cinese del figlio unico – il 22 settembre la Littlejohn ha presentato le testimonianze di numerose vittime del regime che hanno raccontato di abusi, interruzioni imposte della gravidanza, interventi contraccettivi di Stato.
Dal canto proprio, nel 2004 la Laogai Research Foundation ha stilato per il Congresso federale di Washington un rapporto, Better Ten Deaths Than One Birth, che, aggiornato, è stato pubblicato anche in Italia a cura della nostra sezione italiana con il titolo Strage di Innocenti, la politica del figlio unico in Cina (Guerini, Milano 2009).
Dentro questa tragedia vi è quella dell’aborto selettivo che colpisce in specie le bimbe…
Purtroppo in Cina la discriminazione contro le bambine è sempre esistita e questo poiché i governi hanno sempre concesso ai contadini terra da coltivare solo se quelli avevano eredi maschi. E però la criminale politica comunista del figlio unico, unita ai nuovi costumi improntati alla “libertà” sessuale del relativismo occidentale, hanno certamente contribuito a far aumentare il numero degli aborti, sia totali sia selettivi.
Quanto al lavoro schiavistico dei laogai, utilizzato tranquillamente da diverse ditte occidentali, in Italia ci si sta muovendo anche a livello legislativo…
In Italia e in Europa non esistono ancora leggi che colpiscano il traffico e l’importazione dei prodotti del lavoro forzato. Per questo, assieme alla Laogai Research Foundation Italia, lo scorso dicembre ho presentato al parlamento italiano una proposta di legge, la 3887, sostenuta da tutti i gruppi parlamentari.
Negli Stati Uniti, invece, la legge già esiste, anche se non è molto rispettata né, dall’inizio degli anni Duemila, si è granché investigato su casi di sospetta importazione – illegale – di manufatti provenienti dai laogai. Negli USA la discussione mira soprattutto a portare la Cina al rispetto delle regole del commercio internazionale fermando al contempo la manipolazione della moneta che essa opera. Ma non sono questi i soli elementi che consentono a Pechino di godere di un vantaggio enorme nel mercato globale. Una delle ragioni, infatti, per cui le merci cinesi sono così a buon mercato è che provengono dai laogai. Se non si retribuiscono i lavoratori, è facile guadagnare abbondantemente dalla vendita soprattutto se sono molti gli acquirenti che scelgono di non riflettere sul modo di quella produzione.
Concretamente, e al di là di ogni retorica semplicistica, cosa possono fare i governi occidentali per mettere in crisi il regime cinese e far sì che, finalmente, anche la Cortina di bambù venga abbattuta?
La cosa principale è subordinare i rapporti economici e politici con la Cina al rispetto degli accordi firmati ma non rispettati da Pechino, cioè i patti internazionali sui diritti civili e politici, sui diritti sociali, culturali ed economici, nonché le convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sul lavoro forzato e sul lavoro minorile. Se vogliono, questo i governi possono farlo davvero. E così quel Muro della vergogna comincerà inesorabilmente a creparsi.

Fonte: La Bussola quotidiana, 9 novembre 2011