Greenpeace: sostanze tossiche sui marchi griffati

Se a vestire capi firmati ci si guadagna in immagine, forse a perderci è la salute. Questo almeno secondo Greenpeace. Il “colosso” ambientalista ha infatti portato in laboratorio molti capi d’abbigliamento di grandi marche internazionali, quasi tutte prodotte nelle sedi delocalizzate in Cina, Vietnam e Filippine. Un sistema che da decenni consente alle aziende di abbattere i costi della manodopera ed evitare controlli rigorosi sul processo di lavorazione. Le leggi non lo vietano ma questo ha delle conseguenze. Su 78 articoli, ben 52 (i due terzi) sono risultati contaminati da Etossilati di Nonilfenolo, sostanze usate come detergenti nell’industria tessile. Il rischio maggiore riguarda il sistema riproduttivo. A Pechino, durante la conferenza stampa dove è stato presentato il rapporto “panni sporchi 2” , l’attivista Li Yifang ha affermato che “il nonifenolo è un distruttore endocrino, può contaminare la catena alimentare e accumularsi negli organismi viventi, mettendo a rischio la loro fertilità, il sistema riproduttivo e la crescita”. Il danno riguarda non solo la salute umana ma anche l’ecosistema perché i prodotti tossici vengono usati durante il lavaggio dei tessuti e spesso, a causa degli scarichi, finiscono nei fiumi e nelle falde acquifere, inquinandoli. Una denuncia che Greenpeace aveva già presentato con il primo rapporto. Il rischio però non resta circoscritto ai paesi dove vengono prodotti i capi: durante il lavaggio infatti, piccole parti di Npe vengono rilasciate, per cui anche se in molti i paesi occidentali queste sostanze sono vietate si possono ci si può comunque entrare in contatto dopo un semplice bucato. Molti grandi Brand internazionali sono finiti nel mirino, aziende del calibro di Adidas, Uniqlo, Calvin Klain, Nike, Adidas, Puma, H&M, Lacoste, Converse e diverse altre. Il rapporto, come era facile prevedere, ha scatenato molte polemiche. Dopo la pubblicazione molti attivisti si sono radunati davanti ad un grande magazzino Adidas di Honk Kong per chiedere all’azienda di eliminare le sostanze chimiche dannose nei procedimenti di lavorazione dei prodotti. Non tutte le aziende però hanno fatto muro contro la denuncia di Greenpeace: Nike e Puma ad esempio, si sono impegnate ad eliminarle, entro il 2020. Questo almeno a parole.

Carlo Di Foggia

Fonte: La Stampa.it, 24 agosto 2011

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