Gli enormi passi del Papa verso la Cina, frenati dal Vaticano e dal Partito

Benedetto XVI è un grande papa, un uomo innamorato della verità. Per lui Dio è verità e l’uomo non può vivere senza verità. Purtroppo, oggi la verità non è “di moda” e domina quello che proprio Benedetto XVI ha definito “la dittatura del relativismo”. Ma egli ha sempre tenuto il timone diritto secondo la verità. Questo è il suo contributo alla cultura mondiale e anche verso la Cina. Va detto pure che per la Cina questo pontefice ha fatto cose che non ha fatto per nessun altro Paese: a nessun altra Chiesa particolare ha scritto una Lettera specifica; nessun Paese ha una Commissione apposita di circa 30 elementi, dei due dicasteri più importanti della Santa Sede. Noi dobbiamo essergli riconoscenti in modo profondo.
Ma purtroppo devo aggiungere che spesso lui è stato una voce nel deserto. L’ho detto e lo ripeto: il suo lavoro è stato sprecato da altri vicini a lui, che non hanno seguito la sua linea. Non sto qui a giudicare le coscienze: è probabile che questi suoi collaboratori abbiano pensato che forse lui non conosceva bene la situazione, che non sapeva prendere la giusta strategia. In ogni caso queste persone non hanno attuato quanto Benedetto XVI ha stabilito come linea per la Chiesa in Cina.
Dicendo “altri” intendo persone del Vaticano, ma anche esterni che, senza l’aiuto della Santa Sede, non avrebbero fatto così tanti danni.
È una cosa molto spiacevole, anche se mostra un altro aspetto della personalità di Benedetto XVI: egli è fermissimo nel trattare della verità, ma è molto rispettoso delle persone attorno a lui, estremamente – forse fin troppo – gentile; un uomo dolce, che non usa la forza.
Questa non è forse una sua debolezza; è l’altra faccia di un grande suo valore, la dolcezza, il rispetto, la misericordia: proprio il contrario di come lo hanno spesso dipinto (il “conservatore”, il “panzer”, “l’inquisitore”, ecc..).
Anch’io qualche volta mi sono spazientito e mi è sembrato che lui fosse troppo corrivo. In questi ultimi anni ho continuato a sottolineare questo punto perché in Cina la gente è molto semplice e facilmente indentifica la Santa Sede col papa. Invece bisogna dire che molto di quello che è stato fatto in Cina, non è sempre attribuibile al Santo Padre.

Il Vaticano e il compromesso a oltranza

Che influenza hanno avuto la Lettera e la Commissione sulla Chiesa in Cina?
La Lettera ha un’importanza ancora attuale: è uno scritto e questo rimane e possiamo riferirci ad essa anche in seguito. Spero che il papa che verrà partirà di nuovo da questa Lettera. Essa è scritta da Benedetto XVI, anche se con la partecipazione di tante persone. Ed ha mostrato la sua chiarezza nella verità, come pure la sua misericordia e gentilezza. C’è un perfetto equilibrio fra la sua nettezza e la sua apertura. Questo equilibrio è stato turbato da una manipolazione nella traduzione cinese e da una interpretazione tendenziosa.
Per quanto riguarda la Commissione, penso che essa abbia sprecato l’occasione. Come è possibile che un incontro di 30 persone, in annuale raduno plenario di tre giorni, sia stato vanificato? Occorre un esame di coscienza che faccia comprendere come questo organismo non abbia funzionato… Significa che nella Santa Sede c’è qualcosa che non funziona.
Occorre trovare un modo serio per vedere come deve funzionare questa Commissione e sia efficace. Certo, essa è consultiva ed è il papa a decidere, ma che metta in atto davvero la decisione del papa! Talvolta ho avuto l’impressione che siano stati i capi di dipartimento a suggerire al papa  politica e gesti, scavalcando il parere importante e, qualche volta, unanime della Commissione.
Per me fin dall’inizio si è seguita una strategia sbagliata, che è quella del compromesso con Pechino a tutti i costi.
Una volta , davanti al Santo Padre, ho detto a lui che si sta seguendo un compromesso ad oltranza. Lui mi ha corretto: “Bè, forse, non proprio ad oltranza, ma è una questione di misura”. Si può dire allora che talvolta si è esagerato, cedendo alle pressioni, pensando che questo fosse l’unico modo di far sopravvivere la Chiesa in Cina. In tal modo invece di incoraggiare alla fermezza, si incoraggia la sudditanza. Certo, i vescovi in Cina sono davanti a un muro e a pressioni poderose, ma noi che possiamo parlare con libertà, dobbiamo dire le cose giuste, incoraggiando alla testimonianza di fede.
Il papa stesso, davanti alle cose che succedono in Cina, ha sempre richiamato al “coraggio”. Invece, attorno a lui, si parlava di “compassione”, “comprensione”, “pazienza”, esagerando e cedendo oltre il giusto limite, contro il parere maggioritario della Commissione.
Occorre la compassione, ma anche il rispetto per la verità e per la dottrina della fede cattolica. Per quanto riguarda la verità, noi ci possiamo basare sulle informazioni che ci giungono da molti fedeli e sacerdoti cinesi, la pars potior, la parte migliore della Chiesa in Cina, che non appartengono né alla parte radicale o alla parte lassa. Il popolo fedele, che ha ancora senso della Chiesa – non solo i clandestini, ma anche quelli nella Chiesa ufficiale – sta soffrendo profondamente per questo atteggiamento di compromesso. Varrebbe la pena tradurre da internet tutti questi lamenti del popolo cristiano in Cina, un popolo che geme per le ambiguità che dominano fra vescovi e opportunisti.
Siamo davanti a un nemico che non solo nuoce alla Chiesa, ma anche alla Cina, nostra patria. Sono rappresentanti del governo e personalità della Chiesa che stanno facendo i loro interessi in modo indecente, schiavizzando i vescovi della Chiesa ufficiale con pressioni enormi; menandoli per il naso; obbligandoli a ordinazioni illegittime; facendo alleanze con gli elementi peggiori,. Ho un sospetto molto fondato: se un giorno i dirigenti supremi della Cina si metteranno a guardare l’operato di questi loro rappresentanti, scopriranno orrori e nefandezze difficili.

Testimoni più forti degli opportunisti
Quali speranze per la Chiesa in Cina? Pochi giorni fa, il portavoce del ministero degli esteri Hong Lei, ha dato i “consigli” per il futuro papa, dicendo che  il Vaticano “non deve intromettersi negli affari interni della Chiesa” e che deve rompere i rapporti con Taiwan. Per me la Santa Sede deve ignorare questi luoghi comuni, queste frasi che la Cina sa ripetendo da decenni. Nascondersi dietro queste frasi fatte è una vergogna perché sono i leader cinesi che hanno distrutto il dialogo e la fiducia. Non solo in passato, ma anche di recente. Hanno voluto sempre aver ragione e quando la Santa Sede non ha potuto compromettersi di più, essi sono passati alle prepotenze. È tempo per i leader cinesi di mostrare un minimo di sincerità. Purtroppo ancora adesso vi sono persone fra noi che si nutrono di illusioni, dicendo che forse, con la nuova leadership – che prenderà il potere a marzo – vi saranno nuove possibilità.
È ovvio, occorre conservare un po’ di ottimismo. Quando, come ora, stanno per subentrare nuovi dirigenti, bisogna dare una possibilità, ma occorre essere realisti: occorre denunciare a questi dirigenti una situazione davvero orribile.
Per me, vedendo  il nuovo capo, Xi Jinping, comincio a perdere un po’ di speranza. Quando ha fatto il viaggio nel sud, nel Guangdong, egli ha detto che occorre guardarsi da quanto è successo in Russia: se si cede un po’ troppo, si rischia di perdere il potere conquistato. Ciò significa che egli pensa ancora a una dittatura del Partito. Invece a Pechino egli sgrida i suoi quadri, avvertendoli che se non sono onesti e se non cambiano e rigettano la corruzione, potrebbero perdere il potere. Allora significa che egli ha in mente la perpetuazione del potere del Partito. Per me questo è impossibile: ormai il Partito è così corrotto che senza una partecipazione del popolo, non si purificherà mai. Senza un minimo di democrazia, è impossibile che il Partito guarisca da sé.
Allo stesso modo nella Chiesa ufficiale, soprattutto fra i suoi vertici. Ma ho molta fiducia nel popolo e nei sacerdoti che pur essendo disorientati – sotto vescovi indegni di questo nome – accettano di soffrire, di andare in prigione per la fede e continuano ad evangelizzare. Per me queste persone sono quelle che salvano la fede in Cina.
Vi sono sacerdoti che vengono arrestati, interrogati, picchiati, torturati, messi in prigione per giorni, eppure non cedono nella loro fede e nell’amore al Santo Padre; molti sacerdoti non accettano le ordinazioni illecite; vi è il caso di mons. Ma Daqin, il vescovo ausiliare di Shanghai, che ha deciso di uscire dall’Associazione patriottica e per questo è costretto agli arresti domiciliari.
Purtroppo, anche per questo caso, la Santa Sede è stata troppo tiepida, non ha appoggiato in modo poderoso questa sua scelta, usando troppa prudenza e misura. E si è persa un’occasione di aiutare anche altri vescovi in Cina: mentre mons. Ma è privato della libertà, loro – soprattutto i leader della cosiddetta Conferenza episcopale dei vescovi cinesi – vengono portati in giro in macchine blu,  a spese del Partito, a mangiare e bere nei banchetti, in cambio dell’obbedienza al Partito nel fare gesti contro il papa.
Il Comitato dei vescovi che ha condannato Ma Daqin era presieduto dal direttore dell’Amministrazione sociale degli affari religiosi, Wang Zuoan. Costui non è nemmeno capace di mostrarsi responsabile delle scelte sulla Chiesa e si nasconde dietro i vescovi, usati come burattini. In realtà, e questa è la tristezza, attraverso di lui, un Partito ateo gestisce la vita della Chiesa e di tutte le religioni.

Fonte: Asia News, 22 febbraio 2013

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