Gli artigli del dragone in Africa

Già dagli anni ‘60 del secolo scorso si è sviluppata una politica di mutua cooperazione e assistenza economica tra la Cina e l’Africa, paesi appartenenti al ”sud del mondo”. Questa politica fu inizialmente promossa da Zhou Enlai durante il suo tour africano del 1960-63. L’espressione più concreta e simbolica di questa “south-south cooperation” fu la costruzione tra il 1970 e il 1975 della ferrovia TanZam, un’infrastruttura finanziata dal governo cinese con più di 600 milioni di dollari e costruita grazie all’ausilio di 15.000 operai cinesi. L’utilizzazione di operai cinesi è un fatto frequente in Africa: nel 1998 un esercito di lavoratori della para-statale China National Petroleum Corporation (CNPC) partecipò alla costruzione di un oleodotto di più di 1.600 chilometri che collega il Sudan con Port Sudan sul mar rosso.
In questo ultimo decennio alle imprese occidentali è accaduto di perdere importanti commesse in Africa, soprattutto nel settore estrattivo, a favore di imprese cinesi che se le aggiudicavano con offerte fuori mercato. Quando il governo di Pechino decide che alcuni settori diventano strategici, lo stato sostiene le imprese interessate con ingenti capitali pubblici. E le materie prime, di cui l’Africa è ricca, sono il più strategico dei settori per la Cina. Tuttavia, oltre alla fame di materie prime, le motivazioni che hanno spinto Pechino a intensificare i rapporti con l’Africa sono l’apertura di nuovi mercati per i propri prodotti e la ricerca del supporto dei governi africani all’interno delle istituzioni internazionali. È grazie all’appoggio africano che la Cina ha bloccato l’ingresso di Taiwan nell’OMS  (Organizzazione Mondiale della Sanità), che ha evitato di essere condannata presso la Commissione Onu per i diritti umani e che si è aggiudicata le Olimpiadi del 2008 e l’Expo del 2010.
Nel 1993 la Cina si è trasformata da paese esportatore a importatore di petrolio. Oggi la Cina consuma il 15% dell’energia mondiale e, a differenza di quanto accade nel resto del pianeta, il fabbisogno cresce più velocemente dell’economia. Il 30% delle importazioni di petrolio in Cina vengono dall’Africa, in particolare dal Sudan, l’Angola, il Chad e la Nigeria. Oltre al petrolio, gli artigli del dragone sono alla conquista delle principali materie prime: il rame dello Zambia, l’oro, l’uranio ed il cobalto del Congo ed il carbone e lo stagno nigeriani, per fare alcuni esempi. La Cina è anche molto interessata al settore agricolo ed acquista terreni e potere.  Nello Zambia, ad esempio, il mercato ortofrutticolo è in pratica coperto da merci di aziende agricole gestite da cinesi.
Molti dei veicoli che circolano nel continente nero sono di produzione cinese e persino l’Africa ha risentito dello “tsunami tessile” del 2005, quando l’invasione di prodotti economici cinesi, nella sola Nigeria, ha costretto l’80% delle fabbriche a chiudere, facendo perdere il lavoro a 250.000 persone. Infatti la Cina importa dall’Africa materie prime e reimporta nel continente nero prodotti finiti a prezzi bassissimi, che hanno causato disoccupazione in paesi come il Sud Africa, la Nigeria e lo Zambia. Molti sono stati i casi di scioperi e rivolte di operai contro la corruzione ed il permissivismo dei governanti africani, che hanno permesso ai colleghi cinesi di fare il buono ed il cattivo tempo in cambio di “favori”. In Zambia, grazie all’opposizione guidata dal politico Sata, si è verificata una forte reazione contro l’arroganza cinese dopo l’incidente della miniera di Chambishi che causò 47 morti. In Congo vi fu una ferma opposizione dei Tutsi guidati da Laurent Nkunda. Alcuni paesi come il Sud Africa hanno iniziato ad imporre delle quote alle importazioni cinesi.  
La maggiore fonte di prestiti all’Africa è la Exim (Export-Import) Bank cinese, che ha soppiantato persino la Banca Mondiale. I prestiti servono a sostenere le offerte di imprese cinesi per appalti importanti o a liberare un paese dalla dipendenza economica dall’Occidente.
Da metà degli anni Novanta al 2004 gli aiuti cinesi all’Africa sono aumentati da 100 milioni a 2,7 miliardi di dollari. A differenza dei prestiti occidentali, quelli cinesi vengono erogati senza condizioni politiche, in virtù del principio di non interferenza, ma a patto che i progetti che vanno a finanziare siano appaltati, di solito nella misura del ‘70%, a imprese cinesi, che spesso utilizzano manodopera importata dalla madrepatria, persino detenuti dei laogai (www.laogai.it). Il 30% degli stessi prestiti spesso vanno a Joint Ventures cinesi-africane. “Quello che la Cina concede con una mano, riprende con interessi con l’altra”, scrive Stefano Gardelli nel suo bel libro “L’Africa cinese”, università Bocconi editore, 2009, che consiglio a tutti di leggere.
Si evidenzia una forte continuità nel rapporto Cina-Africa dagli anni della Guerra fredda a oggi. La retorica della cooperazione sud-sud sopravvive, così come l’intenzione di presentarsi come modello economico e sociale alternativo a quello occidentale. In contrapposizione al “Washington consensus” si è così sviluppato un “Beijing consensus”, ovvero un modello basato sulla necessità di una politica che presti un’attenzione particolare alle priorità e ai bisogni primari della popolazione, di riforme politico-economiche, pensate secondo un certo modello di sviluppo dell’economia, e della necessità di un processo di riforme fatto per gradi, con una priorità delle ragioni economiche rispetto a quelle politiche Anche se va sottolineto che la “politica di non ingerenza negli affari interni” cinese è piuttosto ipocrita, come mostrano gli esempi dello Zambia, del Congo e del Sudan, dove il regime cinese non ha esitato ad interferire nel proteggere i propri interessi economici. Nel Sudan la Cina ha armato Al Bashir e le sue milizie Janjaweed; nello Zambia ha finanziato la campagna contro il Fronte Patriottico di Sata e nel Congo ha sostenuto il presidente Kabila contro i Tutsi guidati da Laurent Nkunda.
Un altro aspetto negativo dell’influenza cinese (ma anche occidentale..) in Africa è la noncuranza verso i bisogni ambientali. Delle ONG nigeriane hanno criticato la compagnia cinese WEMPCO di scaricare rifiuti tossici nel Cross river. Anche la WAHUM, operante a Lagos, nel settore estrattivo, è stata accusata di aver scaricato sostanze tossiche nell’aria e di  violazioni sistematiche degli standard di sicurezza. L’impatto dello sviluppo economico cinese sull’ambiente è una realtà inquietante anche se poco divulgata: la rapidità dell’espansione del deserto del Gobi (circa 3000 km2 all’anno), l’ottanta per cento del mare della Cina (grande riserva mondiale di pesce) inagibile alla pesca, la classifica che vede sedici città cinesi fra le venti più inquinate del mondo e le 750,000 morti premature ogni anno a causa di inquinamento (dati della Banca Mondiale). Tutto è permesso alla Cina in nome del dio “profitto”!
Non cessiamo di ripetere che l’imperialismo economico-militare cinese in Africa, Asia e Sud America, la catastrofe ambientale prodotta dalla Cina e l’importazione dei suoi prodotti, spesso nocivi, del lavoro forzato e dello sfruttamento umano nei nostri mercati, hanno già un dirompente impatto negativo sulle nostre vite ed ancora più lo avranno su quelle delle generazioni future.
Toni Brandi

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