Gli abiti provenienti dalla Cina sono chimicamente a rischio

PRATO. Etichette che contengono indicazioni completamente false, sostanze che in Cina non sono consentite ma utilizzate per gli abiti venduti sui mercati europei, cachemire indicato nella composizione ma inesistente nel maglioncino. E tre pezzi (un abito, una felpa e un paio di jeans) che in caso di controllo della Finanza sarebbero stati sequestrati perché realizzati utilizzando ammine altamente cancerogene.

 

A ciò si aggiungono risultati diversi a seconda che si prendano a riferimento i parametri dell’Unione Europea o quelli della Cina: i 67 capi di abbigliamento esaminati dal Laboratorio dell’Istituto Buzzi, quasi tutti “made in China”, mostrano con preoccupante frequenza valori non in linea con la sicurezza chimica.

Nella foto: il presidente degli industriali Cavicchi insieme agli studenti del Buzzi

L’analisi è stata effettuata a due anni da una precedente iniziativa in cui lo stesso Laboratorio “Buzzi” ed il Laboratorio di Analisi Prove e Ricerche Tessili “Brachi“ avevano esaminato 44 capi di abbigliamento esterno per adulti e bambini con etichetta di origine “made in China”. I risultati del 2013 furono preoccupanti: quelli del 2015 sono complessivamente ancora peggiori dal punto di vista sia della sicurezza chimica sia della veridicità delle etichette di composizione. In diminuzione ma ancora molto rilevante (63% di non conformità) il fenomeno dell’”importazione dell’inquinamento” dovuto all’uso di sostanze pericolose per l’ambiente rilasciate nell’acqua di lavaggio degli abiti.

Il laboratorio. Ad effettuare le analisi è stato il Laboratorio di analisi prove e ricerche industriali “Buzzi”, dotato di sistema di qualità. Le prove sono state effettuate due volte: una prima volta dai giovani studenti dell’ITIS “Buzzi” e la seconda volta dal direttore del laboratorio, il professor Giuseppe Bartolini. “I ragazzi – ha detto Bartolini –  hanno lavorato molto bene: io ho apportato solo migliorie al lavoro già effettuato da loro. Il coinvolgimento dei nostri studenti è anche un modo per sensibilizzare e formare rispetto a queste tematiche quelli che domani saranno tecnici o imprenditori. E dall’analisi, oltre a tre casi gravissimi, sono emersi dati preoccupanti anche per quanto riguarda la reciprocità nei rapporti tra Cina e Europa”

Il campione. Dei 67 capi esaminati 64 l’etichetta avevano l’etichetta “made in China” e 2 quella “made in Bangladesh”, mentre uno non ha alcuna indicazione di origine. Si tratta di 17 capi per bambino e 50 per adulto, in maglia e tessuto ortogonale, per abbigliamento esterno, abbigliamento a contatto con la pelle ed intimo. Come nella precedente indagine, i capi sono stati acquistati in negozi della grande distribuzione, al mercato o nei piccoli negozi di vicinanza, tutti in provincia di Prato.

 I parametri. I test hanno riguardato: formaldeide libera ed estraibile; pH dell’estratto acquoso; solidità del colore ad acqua, sudore, sfregamento e saliva; coloranti azoici che possono rilasciare ammine aromatiche; alchilfenoli etossilati. Inoltre è stata esaminata la rispondenza delle etichette di composizione fibrosa alle materie effettivamente impiegate.

I parametri per la valutazione della sicurezza chimica dei prodotti della filiera moda sono diversi a seconda dei paesi.

“La Cina  – ha commentato Andrea Cavicchi, presidente dell’Unione industriale pratese – ha regole molto rigorose per i prodotti commercializzati nel loro mercato interno, ma non per l’export. L’Europa invece fa riferimento direttamente alla produzione: il Reach, con il suo rilevante carico di cautele ed adempimenti, vale indipendentemente dai percorsi della successiva commercializzazione. Semplificando, la Cina legittima l’esportazione anche di propri prodotti con una connotazione ecotossicologica pericolosa; ma nello stesso tempo, con regolamenti anche ingiustificatamente restrittivi, limita le importazioni dall’estero. In questo modo siamo penalizzati due volte: riceviamo merce di dubbia sicurezza e nello stesso tempo i nostri prodotti hanno vita difficile nel passare le dogane cinesi.”

I risultati nel dettaglio. “Secondo le regole dell’Unione Europea vigenti in Italia (ed anche secondo le norme della Cina e molti paesi del mondo) – ha spiegato il professor Bartolini, responsabile del laboratorio chimico – il 4% dei capi esaminati è da considerare come gravemente non conforme in quanto contenenti coloranti azoici che possono liberare ammine aromatiche, riconosciute internazionalmente come cancerogene. Seguendo specificamente le norme cinesi, inoltre, 18 capi su 67 (il 27%) non sarebbero commercializzabili in Cina perché fuori dai parametri di solidità ad acqua, sudore, sfregamento e saliva”.

Per quanto riguarda invece gli Alchilfenoli etossilati  è l’unico capitolo in cui si registra un miglioramento. “Tali sostanze infatti – ha aggiunto Bartolini con il supporto di tre studenti in rappresentanza della quinta F chimici (Marco Bonechi, Marco Falagiani e Giacomo Pollastri) sono presenti nelle analisi di quest’anno nel 63% dei casi rispetto al 91% del 2013. Valori migliori ma comunque ancora molto alti.– La particolarità di queste sostanze, che sono dei tensioattivi, è di sciogliersi abbastanza facilmente in acqua. Il lavaggio di un capo che li contiene, quindi, significa dispersione nell’ambiente di contaminanti in grado di danneggiare la flora e la fauna e, in alte concentrazioni, anche l’uomo. In Europa ed in gran parte del mondo non si possono usare nella produzione ma ci troviamo ugualmente il problema attraverso la circolazione di prodotti come quelli esaminati. E’per questo motivo che si parla di “importazione dell’inquinamento.”

Sorprese, come già detto, anche per le  etichette di composizione. “Per quanto riguarda la veridicità di quanto dichiarato nelle etichette – ha concluso il preside del Buzzi Erminio Serniotti – è emerso che  sia utilizzando i parametri e le tolleranze europee che quelle cinesi, leggermente diverse fra di loro, si è registrata una non conformità

sul 60% dei capi esaminati, addirittura superiore a quella già alta (53%) riscontrata nel 2013. Di cashmere, in particolare, non c’era nessuna traccia in tutti i campioni che lo dichiaravano: analoga la situazione per la lana”.

Il Tirreno,Prato,20/05/2015

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