Gli abitanti di Hong Kong vogliono più democrazia che treni ad alta velocità

Frenata la proposta del governo di finanziare la ferrovia Hong Kong – Shenzhen- Guangzhou con circa 6 miliardi di euro. Manifestazioni attorno al parlamento. La grande partecipazione è segno di “sfiducia verso il governo locale”. Pechino deve dialogare con i democratici del territorio. L’impegno dei cattolici.
La proposta del governo di varare una ferrovia ad alta velocità fra Hong Kong e Guangzhou (Cina) trova resistenza fra la popolazione, che invece chiede più democrazia.
L’esecutivo del territorio ha proposto da tempo il finanziamento di 66,9 miliardi di dollari di HK (circa 5,95 miliardi di euro) di una linea ad alta velocità fra Hong Kong- Shenzhen e Guangzhou, che andrebbe a legarsi a una rete di 42 linee ad alta velocità in costruzione nella Cina popolare, da costruirsi nei prossimi 3 anni.
Il governo sottolinea che se Hong Kong non si lega a tale sviluppo, in modo inevitabile il territorio verrà emarginato e isolato dal punto di vista economico.
La proposta è in discussione al Legco (Legislative Council, il parlamento di Hong Kong), nella sezione finanziaria, ma è ostacolata dai diversi rappresentanti dei partiti democratici. Anche varie fasce della popolazione sono contrarie al progetto. Fra questi, soprattutto gli abitanti di Tsoi Yuen Tsuen, un villaggio nei Nuovi Territori che dovrebbe essere eliminato.
Lo scorso 8 gennaio la discussione al Legco non si è conclusa e verrà ripresa il 15 gennaio prossimo.
Ma l’8 gennaio, fin dal pomeriggio, migliaia di persone hanno circondato l’edificio del Legco, in Central, domandando il blocco del progetto e soprattutto una democrazia totale nel territorio (v. foto). Essi chiedono il suffragio universale per l’elezione del capo dell’esecutivo [che attualmente è eletto da un comitato di 800 persone in massima parte voluto da Pechino – ndr] e l’eliminazione delle “functional constituencies” [i gruppi corporativi, che hanno diritto a rappresentanze nel Legco – ndr] che, secondo analisti, genera parlamentari che proteggono solo gli interessi degli investitori e del governo.
Fra i manifestanti vi erano anche membri della Commissione diocesana di Giustizia e Pace.
La lotta per una maggior democrazia è stata anche il tema di un marcia tenutasi il primo dell’anno, con proteste davanti all’ufficio di Pechino, La Cina infatti ha stabilito che si potrà parlare di democrazia nel territorio solo “forse” nel 2017. La marcia ha radunato oltre 30 mila persone, più di quanto gli stessi organizzatori avessero previsto.
Secondo il prof. Kuan Hsin-chi, un accademico cattolico, questo incremento dei partecipanti è dovuto allo scontento della popolazione verso le scelte del governo (fra cui la proposta della linea ad alta velocità). Un altro motivo è la critica contro la sentenza emessa contro il dissidente Liu Xiaobo.
Kuan fa notare che molte inchieste dimostrano che circa il 60% della popolazione di Hong Kong (circa 6,5 milioni) sostiene il suffragio universale e che sarebbe impressionante se tutti i sostenitori partecipassero a una manifestazione.
La protesta contro Pechino – continua Kuan, professore emerito di pubblica amministrazione alla Chinese University di Hong Kong – mostra che la gente ha perso fiducia verso il governo locale e spera che Pechino vorrà dialogare con i democratici locali e ascolti le richieste della base per una più grande democrazia.
Come cattolici – conclude – la dottrina sociale della Chiesa chiede a noi di giocare un ruolo profetico e di partecipare in modo attivo nella democratizzazione della società.
Josephine Clancey, una giovane studentessa universitaria, cattolica, ha partecipato alla marcia del 1° gennaio. “La democrazia – dice ad AsiaNews – è molto importante perché ogni persona devo poter far ascoltare la sua voce. Il processo democratico è stato ritardato troppo. Come membro di questa società, esprimo le mie idee attraverso la marcia”.
Fonte: AsiaNews, 11 gennaio 2010

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