Giustizia e Pace: Il governo di Hong Kong fa passi indietro nella democrazia

L’Esecutivo del territorio ha diffuso un pacchetto di riforme politiche che ritoccano di qualche unità la struttura attuale delle votazioni, ma non garantiscono elezioni dirette del capo del governo e il suffragio universale per l’elezione del parlamento. Henry Tang: È quanto di meglio ci concede Pechino. Un seminario di studi con il card. Zen, politici e accademici.

La proposta di riforma politica lanciata ieri dal governo di Hong Kong è “un passo indietro nella democrazia” perché non prevede nessuna tappa verso il suffragio universale: lo afferma Jackie Hung, rappresentante della Commissione diocesana di Giustizia e Pace, che da tempo spinge l’esecutivo del territorio a garantire la piena democrazia per il 2012.

Proprio ieri il governo di Hong Kong ha pubblicizzato un progetto di riforme politiche entro il 2012 che dovrebbe, secondo le sue intenzioni, portare a “una maggiore democrazia” e preparare la via al suffragio universale per il 2017.

Secondo la Basic Law (la costituzione di Hong Kong, accettata dalla Cina, in accordo con la Gran Bretagna), il territorio avrebbe potuto godere di piena democrazia dal 2007. Ma Pechino ha avocato a sé ogni riforma politica.

Attualmente, invece delle elezioni dirette del governatore e del suffragio universale, a Hong Kong il capo dell’esecutivo è scelto da un Comitato elettorale di 800 membri, in maggioranza filo-Pechino. Per il parlamento, solo metà dei 60 membri sono eleggibili dal basso; gli altri sono scelti dal governo o sono rappresentanti di corporazioni.

L’abbozzo proposto ieri prevede di portare il Comitato elettorale per il governatore da 800 a 1200 e l’ aumento da 60 a 70 parlamentari per il Legislative Council (Legco).

Jackie Hung riafferma che “questa proposta è un passo indietro nella democrazia”. E ricorda che l’ultimo pacchetto di riforme elettorali del 2005 (bocciato dal Legco perché insufficiente), prevedeva 1600 elementi nel Comitato elettorale, 400 in più della proposta attuale.

“La riluttanza del governo – continua Hung – nel fare qualche grande passo nel processo democratico mostra il suo voler tenere il controllo dei meccanismi di voto e la mancanza di fiducia che esso ha verso la popolazione di Hong Kong”.

Henry Tang Ying-yen, segretario generale del governo difende la proposta dicendo che essa è “la migliore offerta” permessa da Pechino.

Secondo Pechino “forse” nel 2017 ci potrà essere l’elezione diretta del capo dell’esecutivo e “forse” nel 2020 ci sarà il suffragio universale per il parlamento.

“Quel che possiamo fare – afferma la Hung – è far crescere la coscienza dei cattolici per mostrare quanto queste riforme politiche restringono il progresso della democrazia”.

Gruppi della società civile di Hong Kong hanno lanciato l’idea di una marcia contro il pacchetto di riforme e la Commissione Giustizia e pace pensa di aderirvi.

Giustizia e pace ha in programma un seminario sulle riforme politiche, da tenersi il 17 gennaio prossimo. Il card. Joseph Zen, il parlamentare Wong Yuk-man e Ma Ngok, un accademico esperto di affari politici saranno fra i relatori.

Per passare al Legco, il pacchetto di riforme politiche richiede i due terzi dei voti. È probabile che anche questo pacchetto verrà bloccato grazie all’ostruzionismo dei democratici presenti in parlamento, in un modo simile a quanto è avvenuto con il pacchetto proposto nel 2005.

Intanto il governo ha aperto consultazioni e suggerimenti fino a metà febbraio 2010. Dopo il capodanno cinese, metterà ai voti la proposta.

Fonte: AsiaNews, 19 novembre 2009

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