Giudice della Corte Suprema: Basta sentenze politiche, ci distruggeranno

I tribunali cinesi “devono smetterla di pronunciare sentenze di condanna non sostenute da prove reali. È meglio rilasciare un colpevole che mettere in galera un innocente. Se continuiamo così, ci troveremo a dover affrontare una delle sfide più grandi alla legittimità stessa del nostro sistema legale”. A dirlo non è un dissidente, ma il vice presidente esecutivo della Corte Suprema del popolo cinese, Shen Deyong. Negli ultimi mesi, una serie di condanne poi rivelatesi del tutto prive di fondamento hanno fatto infuriare l’opinione pubblica. Il sistema giudiziario cinese, nonostante sia definito dalla Costituzione nazionale “indipendente da ogni altro potere”, è di fatto uno strumento del Partito comunista, che usa i tribunali per “risolvere” questioni legate ai diritti umani e civili della popolazione. Shen ha scritto un articolo sul People’s Court Daily – l’organo ufficiale della Corte Suprema – per mettere un freno a questa situazione: “Se si rilascia un colpevole il cielo non trema, ma se un innocente va in galera il cielo potrebbe caderci sulla testa. Le sentenze di colpevolezza sbagliate sono spesso il risultato di ordini ricevuti o di un abbandono dei principi legati alla nostra carica. Se cose del genere accadessero in Occidente, l’onta di chi le ha commesse non svanirebbe mai”. I processi legati al diritti penale in Cina si sono conclusi nel 2009 con il 99,9% di sentenze di colpevolezza. Ma una serie di errori clamorosi sono emersi nel tempo e hanno provocato l’ira della popolazione. Il 26 marzo scorso, la Corte Suprema della provincia del Zhejiang ha ribaltato dopo 10 anni una sentenza di colpevolezza per due uomini, incarcerati per l’omicidio di una donna ad Hangzhou. Ad aprile, inoltre, è emerso il caso di un uomo condannato alla pena di morte nel 2010 a Zhecheng. Il colpevole è stato poi rilasciato dopo che la sua presunta vittima è tornata nel suo villaggio natale. Lo scorso anno la provincia dell’Henan ha annunciato che i giudici saranno ritenuti responsabili dei loro errori “anche se sono in pensione”, ma la misura non ha cambiato di molto le cose. Teng Biao, esperto di diritto all’Università di politica e legge di Pechino, ritiene che l’articolo di Shen sia “un buon primo passo, un progresso, anche se queste sembrano opinioni personali del giudice. Anche se i tribunali dovessero cambiare, rimarrebbero comunque sotto il tallone degli organi di sicurezza interni e delle Commissioni politiche del Partito comunista”. Da diversi anni i dissidenti, gli attivisti per i diritti umani e persino i “grandi vecchi” del Partito comunista chiedono al governo di non interferire con il sistema giudiziario e assicurarne l’indipendenza. Nel dicembre del 2012 un gruppo di 71 giuristi ha presentato una lettera aperta all’esecutivo su questo tema, che tuttavia sembra essere stata del tutto ignorata.

Fonte: Asia News, 7 maggio 2013

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