Giro di vite sui dissidenti prima del congresso cinese

Dissidenti arrestati. Attivisti politici sotto stretto controllo. Giornalisti stranieri chiamati a rapporto dalla polizia. A poche ore dall’apertura dell’Assemblea nazionale del popolo, la sessione annuale del Parlamento cinese che inizierà domani i lavori, la tensione si taglia con il coltello. Tutta colpa della “protesta dei gelsomini”, la manifestazione convocata via internet nelle due ultime domeniche di febbraio sulla scia delle rivoluzioni popolari esplose nel mondo arabo, che ha spinto la leadership cinese sull’orlo di una crisi di nervi.
Ogni anno, alla vigilia del grande happening politico di primavera che riunisce a Pechino circa 3mila delegati provenienti da ogni angolo del paese, il governo alza la guardia contro qualsiasi potenziale protesta popolare. I contadini che campeggiano in pianta stabile nella capitale per manifestare contro i soprusi e le vessazioni subite a casa propria vengono rispediti nei villaggi d’origine. I dissidenti vengono messi in stretto isolamento. E agli attivisti politici, perlopiù avvocati, professori e artisti, che riescono a destreggiarsi sul sottilissimo filo del rasoio che per il regime separa il dibattito autorizzato dal dissenso, viene “consigliato” di starsene buoni per un paio di settimane. Ma questa volta il giro di vite imposto dalla nomenklatura per prevenire imbarazzanti incidenti è molto più serrato. «Dal 19 febbraio (il sabato precedente la prima convocazione dei gelsomini in una decina di città, ndr) ben dodici poliziotti montano la guardia davanti a casa mia e mi scortano ovunque io vada», ha raccontato Zhang Xianling, la madre di uno studente ucciso durante la rivolta di piazza Tiananmen, al South China Morning Post. Ma il pressing senza precedenti del governo contro qualsiasi potenziale nemico dell’ordine non ha messo paura ai registi occulti della protesta dei gelsomini, anche perché con ogni probabilità questi signori abilissimi ad aggirare con ogni mezzo la censura di regime si trovano fuori dalla Cina. Anzi, in barba alla sacra riunione annuale del Parlamento, gli organizzatori hanno deciso di riprovarci convocando per domenica prossima un’altra pacifica adunata in un centinaio di città del paese.
Come reagirà Pechino a questa ennesima provocazione? Si spera con maggiore compostezza rispetto alla disastrosa gestione della piazza a Pechino domenica scorsa quando, in assenza di manifestanti in carne e ossa, a “creare l’evento” ci hanno pensato gli stessi responsabili della pubblica sicurezza invadendo il centro della capitale con agenti antisommossa, inscenando improbabili allagamenti stradali, e malmenando brutalmente alcuni giornalisti stranieri. Giornalisti che negli ultimi giorni sono stati convocati a uno a uno dalle autorità di pubblica sicurezza (cosa mai accaduta prima d’ora) per essere severamente redarguiti. I cronisti stranieri in Cina «devono rispettare le leggi e i regolamenti, o non ci sarà legge che potrà proteggerli», ha tuonato ieri un portavoce del ministero degli Esteri, rovesciando sulla stampa straniera la responsabilità di «aver creato la notizia» domenica scorsa. Insomma, alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea nazionale del popolo (la sessione durerà una decina di giorni), a Pechino il clima è da caccia alle streghe. Vista la latitanza fisica del movimento dei gelsomini, un movimento che finora si è palesato solo con messaggi in codice via internet, resta da capire perché la nomenklatura sia tanto allarmata dal nemico virtuale che s’agita all’ombra della rete. Per pura paranoia? Oppure perché percepisce un pericolo mortale che sfugge al resto del mondo, e cioè che l’apertura anche di una microscopica falla nella diga eretta dal regime contro il dissenso possa provocare un catastrofico sconquasso destinato a travolgere l’egemonia del partito unico?

Luca Vinciguerra

Fonte: Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2011

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