Fuggire dalla Cina

Riportiamo la traduzione di un racconto di Liao Yiwu, pubblicato sul New York Times del 14 settembre scorso. Il noto scrittore e  poeta narra di quando ha deciso di espatriare per rifugiarsi in Germania.

Liao Yiwu è l’autore di “God is Red” e “The Corpse Walker.” Questo saggio è stato tradotto da Huang Wen dal cinese e da F.Romana Poleggi dall’inglese

di  LIAO YIWU

La provincia dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale, è da lungo tempo considerato un luogo da cui è facile espatriare per i cinesi che anelano a farsi una nuova vita fuori dal loro paese. Da quella regione è possibile attraversare di nascosto il confine via terra, passando per foreste incontaminate, o si può andare con una barca lungo il fiume Lancang che diventa poi il Mekong,  e che scorre anche nel Myanmar, nel Laos, in Thailandia, in Cambogia e in Vietnam.

Così ogni volta che ho messo piede in quei luoghi, in un paesaggio dove la terra brilla rossa sotto il sole, ho girato inquieto, e la mia immaginazione è esplosa. Del resto, sono stato incarcerato per quattro anni per aver scritto una poesia che  condannava il brutale massacro degli studenti del 1989, e mi hanno negato il permesso di lasciare la Cina per ben 16 volte.

Ogni volta mi sentivo molto tentato. In quei luoghi non importa se hai un passaporto o un visto. Tutto quello che conta è la quantità di denaro che hai in tasca. Butti via il cellulare, tagli le comunicazioni con il mondo esterno e te ne stai nascosto in un villaggio, finché trovi un contadino o un contrabbandiere disposto ad aiutarti. Dopo aver contrattato il giusto prezzo, sei portato fuori dalla Cina su un percorso segreto che si trova aldilà delle conoscenze degli esseri umani e dei fantasmi.

Fino all’inizio di quest’anno, avevo resistito alla tentazione di fuggire. Invece avevo scelto di rimanere in Cina, per continuare a scrivere della vita di coloro che occupano l’ultimo gradino della società. Poi, le istanze democratiche hanno dilagato in tutto il mondo arabo, e hanno cominciato a comparire su Internet richieste di organizzare proteste di piazza simili anche in Cina. Nel mese di febbraio e marzo, ogni Domenica pomeriggio, ci sono stati raduni pacifici presso centri commerciali e luoghi turistici in decine di città . Il governo, in preda al panico, ha messo in scena uno spettacolo ben organizzato per mostrare la sua forza, in tutta la nazione. I soldati in borghese armati pattugliavano  le strade, si infiltravano dappertutto e arrestavano chiunque consideravano sospetto.

Nel frattempo, ogni riferimento alla “Rivoluzione dei Gelsomini” della Tunisia (e anche il vocabolo “gelsomino”) è stato censurato nei messaggi di testo e sui motori di ricerca. La polizia ha arrestato avvocati dei diritti umani, scrittori e artisti. L’attivista democratico Liu Xiaobin, che aveva scontato nove anni di carcere per aver contribuito a formare il Partito Democratico Cinese, ha subito arbitrariamente una nuova condanna a 10 anni. L’artista Ai Weiwei, scomparso da aprile a giugno, vive sotto stretta sorveglianza del governo da quando a metà giugno è stato messo agli arresti domiciliari.

Io sono uno scrittore all’antica, e raramente riesco a navigare sul Web, perciò la primavera araba mi è semplicemente passata accanto senza che me ne rendessi conto. Lo stare al margine, però, non mi risparmiato le vessazioni della polizia. Quando la polizia ha saputo che i miei libri sarebbero stati pubblicati in Germania, Taiwan e Stati Uniti, gli agenti hanno cominciato a controllarmi, telefonandomi e venendo a casa in continuazione.

Nel mese di marzo, i poliziotti hanno preso a stazionare in modo permanente fuori dal mio appartamento per monitorare le mie attività quotidiane. “La pubblicazione di libri in Occidente è una violazione della legge cinese”, mi hanno detto. “Il tuo libro di memorie dalla prigione compromette la reputazione del sistema carcerario cinese e ‘God Is Red’ distorce la politica del partito sulla religione e promuove le chiese sotterranee.” Mi hanno ingiunto di annullare il contratto con gli editori occidentali; se mi fossi rifiutato – hanno detto – avrei dovuto affrontare le conseguenze legali.

Poi ho ricevuto un invito da Salman Rushdie, che mi ha chiesto di partecipare al PEN World Festival delle Voci a New York. Ho subito contattato le autorità locali per fare domanda per il permesso di lasciare la Cina, e prenotato il biglietto aereo. Però il giorno prima della partenza, un poliziotto mi ha chiamato per “il tè”, e mi informato che la mia richiesta era stata respinta. Se avessi tentato di andare lo stesso all’aeroporto, l’ufficiale mi ha detto che mi avrebbe fatto sparire, proprio come Ai Weiwei.

Per uno scrittore, in particolare uno che aspira a testimoniare quello che sta accadendo in Cina, la libertà di parola e di pubblicazione significano più della vita stessa. Il mio buon amico, il premio Nobel Liu Xiaobo, ha pagato un prezzo pesante per i suoi scritti e per la sua attività politica. Non volevo seguire la sua strada. Non avevo alcuna intenzione di tornare in galera. Anzi desideravo diventare un “simbolo di libertà” per le persone che vivono al di fuori delle altissime  mura della prigione in cui vivevo tutti i giorni.

Solo fuggendo da questa prigione colossale e invisibile che si chiama Cina avrei potuto scrivere e pubblicare liberamente. Mi sento responsabile di far conoscere al mondo la vera Cina nascosta dietro l’illusione del boom economico – la Cina indifferente allo sdegno che fa ribollire il sangue della gente comune.

Non ho parlato del mio proposito con nessuno. Non ho seguito il solito iter necessario per chiedere alla polizia il permesso. Invece, ho messo in valigia un po’ di vestiti, il mio flauto cinese, un catino tibetano e due libri preziosi, lo Shiji (“I  ricordi del grande storico”) e I Ching. Poi ho lasciato di nascosto la mia casa, riuscendo a non farmi vedere della polizia, e ho viaggiato fino allo Yunnan. Anche se faceva un caldo soffocante lì, io mi sentivo come un topo di inverno, che sta fermo sdraiato per risparmiare le forze. Ho trascorso la maggior parte del mio tempo con gente di strada. Sapevo che se avessi cercato in giro con pazienza, alla fine avrei potuto trovare una via per la fuga.

Il mio passaporto era regolare e avevo visti validi per Germania, Stati Uniti e Vietnam. Così ho cominciato a muovermi. Ho spento il cellulare dopo aver contattato i miei amici in Occidente, che avevano collaborato al piano. Alcuni giorni dopo, ho raggiunto una piccola città di confine, da cui potevo vedere il Vietnam oltre un fiume che scorre veloce. L’uomo del posto che mi stava aiutando mi ha proposto di pagare per essere traghettato di nascosto sull’altra sponda, ma ho rifiutato. Avevo un passaporto valido: ho deciso di tentare attraverso il valico di frontiera che era sul ponte.

L’uomo allora mi ha fatto alloggiare in un albergo vicino al posto di confine. Ho trascorso la notte tra acquazzoni intermittenti, a galleggiare nervosamente dentro e fuori dai sogni. Improvvisamente mi sono svegliato terrorizzato per dei colpi di qualcuno che bussava alla mia porta: era solo una prostituta congelata sotto la pioggia che chiedeva riparo. Anche se mi ha fatto molta compassione, non ero proprio in grado di aiutarla, al momento.

Alle ore 10 del 2 luglio, ho camminato per 100 metri verso il posto di frontiera, già pronto al peggio: invece c’è stato il miracolo. Il poliziotto ha controllato le mie carte, mi ha guardato solo un momento e poi mi ha timbrato il passaporto. Senza fermarmi, ho viaggiato fino ad Hanoi e mi sono imbarcato sul primo volo per la Polonia e infine sono giunto in Germania. All’aeroporto di Tegel a Berlino, la mattina del 6 luglio, il mio editore tedesco, Peter Sillem, mi ha salutato. “Mio Dio, mio Dio!”, ha esclamato. Era commosso e io ancora non potevo credere di essere veramente in Germania. Fuori dall’aeroporto, l’aria era fresca e mi sono sentito libero.

Dopo essermi sistemato, ho chiamato la mia famiglia e la mia fidanzata, che sono stati a lungo interrogati dalle autorità. La notizia della mia fuga si è diffusa rapidamente. Un amico pittore mi ha detto che era andato a trovare Ai Weiwei, che è ancora strettamente sorvegliato. Quando il mio amico gli ha detto che ero miracolosamente arrivato in Germania, il vecchio Ai ha spalancato gli occhi e ha urlato incredulo: “Davvero? Davvero? Davvero? “

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