Fra i tibetani in fuga in Nepal: “La Cina ci segue anche qui”

Da un lato, i pendii himalayani, dall’altro le acque infuriate del Bhote Koshi: Kodari, 1600 metri sul livello del mare, quattro ore da Kathmandu su una strada spesso dissestata dal panorama magnifico, è un caotico luogo di frontiera fra il Nepal e il Tibet, perso nei fumi neri che escono dai tubi di scappamento dei camion a benzina adulterata. Il lato nepalese è percorso da monaci tibetani avvolti nella tunica amaranto, commercianti cinesi in occhiali da sole che si spostano in taxi, newari che camminano piegati sotto carichi enormi, soldati nepalesi in tuta mimetica, trekkers occidentali e turisti indiani, a cui si accompagna un viavai fitto di personaggi improbabili. Spie? Viaggiatori eccentrici? Guru in dialogo con gli spiriti delle montagne? I romanzi di Kipling e i saggi di Peter Hopkirk saltano alla mente, e si respira un profumo di Grande Gioco contemporaneo, eccitante e pericoloso. Oltre il fiume, invece, solcato dal Ponte dell’Amicizia che unisce le due rive, a Zhangmu, l’ordine cinese incombe come un monito severo. Dall’altro lato si può solo scrutare: la Cina ha chiuso il Tibet agli stranieri, dopo l’immolazione di due monaci a Lhasa a fine maggio, e dalla sponda nepalese del Bhote Koshi anche fare fotografie verso l’altra riva è rischioso. I soldati nepalesi, che rispondono al barcollante governo maoista insediatosi a Kathmandu dopo anni di sanguinosa guerra civile, chiudono un occhio davanti alle incursioni di agenti cinesi nel loro territorio, e questi fotografano chi arriva a Kodari e pretendono di controllare e fotocopiare documenti, o anche che vengano cancellate dalle macchine fotografiche e da presa le immagini del Tibet prese da lontano. Sul lato cinese, di fianco a un nuovo muro in costruzione, c’è la bandiera rossa a cinque stelle nazionale, la città di Khasa con edifici squadrati un po’ orwelliani, numerose telecamere e le code di camion che scaricheranno dal lato nepalese prodotti di utilizzo quotidiano – materassi, spaghettini, thermos per l’acqua calda, carta igienica e bacinelle di plastica – prodotti in Cina e utilizzati qui. Malgrado l’inasprirsi dei controlli di frontiera, dal 2008 (anno della ribellione anti-cinese) dai 600 agli 800 tibetani riescono ogni anno a scappare. La maggior parte di loro lo fa arrivando qui a Kodari dopo aver attraversato le montagne, spesso a piedi, accompagnati da guide che fanno la spola. Primo rifugio è il Nepal, ma ormai questa nazione montuosa, sotto spinta cinese ha smesso di garantire lo status di rifugiato che offriva la possibilità di farsi accogliere da un paese terzo. Diki Jigme (non il suo vero nome), una giovane tibetana, racconta che «il governo di Kathmandu, o quello che ne resta al momento, ammette di ricevere forti pressioni da Pechino. I tibetani che abitano qui non hanno più il diritto di manifestare, e quando scendiamo in strada contro la Cina veniamo schedati, picchiati, detenuti, intimiditi. Anche i buddhisti nepalesi fedeli al Dalai Lama sono messi sotto controllo, adesso». In gennaio, un viaggio lampo del premier cinese Wen Jiabao ha offerto più di 100 milioni di euro al Nepal, e firmato diversi accordi, fra cui anche quello di uno scambio di informazioni su chi ha varcato la frontiera illegalmente dal Tibet. Ma del resto le strade, i progetti idroelettrici, gli aiuti allo sviluppo sono già da tempo per lo più cinesi. A tanto aiuto economico si accompagna però la volontà di impedire che il Nepal resti il principale luogo da cui si diffondono le informazioni su quanto accade sull’altipiano. «Pechino sostiene che le politiche cinesi in Tibet sono a vantaggio della popolazione locale, che ne è felice. È falso, ma tutti i canali d’informazione che contraddicono la linea ufficiale sono bloccati», dice Nicholas Bequelin di Human Rights Watch a Hong Kong. Le notizie che si ottengono a Boudha, il quartiere tibetano di Kathmandu dove sorge la sacra stupa di Boudhanath, raccontano di un Tibet dove hanno luogo arresti di massa e scontri armati, di espulsioni forzate di chi è privo di permesso di residenza nella capitale tibetana, e difficoltà di ogni tipo per i tibetani, che qui sono circa 6000. Oggi, intorno a Boudanath, fra l’odore di burro di yak e il mormorio dei fedeli che camminano intorno alla stupa sacra, le conversazioni hanno luogo in sordina, nel timore di essere uditi dalle onnipresenti spie: «Il Nepal ha fatto tantissimo per noi tibetani. Il problema è che l’interferenza cinese è sempre più invadente», dice Tenzin Wangyal (non il suo vero nome): «Il diminuire delle libertà a causa della pressione cinese è un pericolo per l’intera società nepalese, non solo per i tibetani».

Ilaria Maria Sala

Fonte: La Stampa.it, 17 giugno 2012

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