Fiumi avvelenati, piogge acide e desertificazione. Così la Cina muore

di Maurizio Stefanini

Ricordate le nuotate di Mao? Se adesso la buonanima risorgesse e provasse di nuovo a immergersi nel cosidetto “Mare” Bohai, ci resterebbe secco. Quello è ormai lo specchio d’acqua più inquinato della Cina: perfino più di quel Fiume Giallo, già culla della civiltà han, ma le cui acque sono ormai morte al 60%, e dove un terzo delle specie di pesci si è estinto in pochissimi anni. I dati ufficiali non vengono divulgati, “per evitare il panico”. Ma le stime correnti sono del 70% di fiumi e laghi ormai inadatto all’uso umano; di 320 milioni di cinesi senza acqua potabile; di altri 190 milioni che bevono acqua inquinata. Motivo principale: i 21.000 impianti chimici situati sulle rive di fiumi e mari, 11.000 lungo i soli Fiume Giallo e Yangtze.

BIOSSIDO DI ZOLFO
II 70% di fabbisogno energetico assicurato dal carbone spiega invece i livelli record di biossido di zolfo nell’aria, tant’è che secondo l’Agenzia Usa dell’ambiente almeno un quarto della contaminazione atmosferica di Los Angeles viene dalla Cina. Il Comitato Internazionale Olimpico ha chiesto addirittura di spostare da Pechino a altre città meno inquinate gli sport più dipendenti dalle condizioni respiratorie offerte agli atleti, come le corse ciclistiche o la maratona. E le autorità hanno allora risposto promettendo di bandire il traffico automobilistico durante i Giochi, e anche di chiudere le fabbriche da tre mesi prima. Ciò potrebbe però non incidere su quell’altra grave fonte di contaminazione dell’aria di Pechino che è l’incontrollata deforestazione: col deserto di Gobi che avanza verso la capitale al ritmo di tre chilometri l’anno, rovesciandole addosso violente tempeste di sabbia che ormai arrivano perfino a Shan-gai. Oltre 400 milioni di cinesi vivono su tenitori a rischio di desertificazione, malgrado il disperato tentativo di seminare erba dagli aerei e piantare alberi in Mongolia Interna, Hebei e Shanxi, per fermare la sabbia con una gigantesca “muraglia verde”. Scarichi chimici e biossido di zolfo assieme, poi, provocano le piogge acide.
Lo stesso ministero della Terra ammette che oltre un decimo delle terre agricole è avvelenato e che ogni anno bisogna distruggere circa 12 milioni di tonnellate di grano contenente metalli pesanti. Nel solo Guandong, dove la colossale discarica di lian Jiao raccoglie rifiuti da tutto il mondo, tra 1996 e 2000 i danni provocati dalle piogge acide sono stati quantificati in 4 miliardi di yuan: 525 milioni di dollari. Nel settembre 2006 per la prima volta, sulla base dei dati di 10 province pilota, è stato stimato il costo del’inquinamento per l’intero Paese: nel 2004 551,8 miliardi di yuan, il 3,05% del Pii. Mentre uno studio preliminare della Banca Mondiale calcola che l’inquinamento dell’aria e dell’acqua causi in Cina almeno 460mila morti l’anno.

Da un paio d’anni il governo ha iniziato a occuparsi del problema con un po’ più di serietà, e nel 2007 si è avuta per la prima volta una piccola significativa inversione di tendenza: -0,88% di biossido di zolfo nell’aria. La Sepa, l’Amministrazione per il controllo ambientale, confessa però apertamente che i legami perversi tra autorità locali e fabbriche inquinanti le impediscono il più delle volte di agire.

LE SANZIONI
D’altra parte, le sanzioni per gli inquinatori sono ridicole. Unilèver China e Hitachi Construction Machinery Company, sorprese lo scorso settembre da ispezioni a sorpresa a scaricare sostanze chimiche non consentite, se la sono cavata con multe da 150.000 yuan: poco meno di 14.000 euro. La massima sanzione prevista è un milione di yuan, neanche 70.000 euro: l’hanno fatta pagare alla ditta che nel 2005 aveva rovesciato 100 tonnellate di benzene nel fiume Songhua, avvelenando fino in Russia. Più che a inquinare, insomma, si rischia a manifestare contro gli inquinatori. Nel gennaio del 2006 nove agricoltori dello Zhejiang furono infatti condannati con pene fino ai 5 anni di carcere, e anche dal Guanxi sono filtrate notizie sull’arresto di contadini che avevano protestato contro una cartiera.

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