Ferrara città di smistamento per l’immigrazione clandestina cinese

Inchiesta di Procura e Polizia a carico di 40 persone: il processo il 19 settembre. Tra gli imputati una funzionaria delle prefettura,  una avvocatessa e tre donne imprenditrici cinesi. Da tutto il Nord Italia venivano presentate pratiche nei nostri uffici  per ricongiungere i parenti in modo illecito.

Negli ultimi 3 anni Ferrara è diventata una centrale di smistamento per l’immigrazione irregolare di cittadini cinesi. Da tutto il nord Italia chi voleva accelerare pratiche di ricongiungimento familiare (far arrivare mariti, mogli e figli in Italia) presentava pratiche alla prefettura di Ferrara, perchè qui – secondo l’accusa – una funzionaria dello sportello immigrazione favoriva queste pratiche, mettendo il visto. Mentre tre imprenditrici cinesi, ritenute le mediatrici di tutta l’organizzazione (tra cinesi e chi approvava le pratiche), offrivano un “pacchetto”, per la pratica chiavi in mano: oltre i documenti, anche una casa dove intestare la residenza, fittizia e temporanea, regolarizzare le posizioni dei familiari in arrivo e quindi poter presentare le pratiche allo sportello. Il prezzo per il “pacchetto” era in media di 7/8000 euro a prestazione, e dal calcolo eseguito nell’indagine, il giro di denaro sarebbe di oltre 150mila euro.

Procura e Polizia – squadra mobile e l’Ufficio immigrazione della questura – hanno impiegato 3 anni per chiarire tutte le posizioni e concludere l’inchiesta: 40 le persone imputate per reati che vanno dalla corruzione (la funzionaria della prefettura) al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e reati vari legati a questo reato, falso materiale commesso da pubblico ufficiale presentando documenti falsi per ottenere i permessi di soggiorno: i capi di imputazione contestati sono 39, e il vaglio delle accuse è fissato per il 19 settembre in tribunale, quando all’udienza preliminare davanti al gip, discuterà la richiesta di rinvio a giudizio decisa dai pm Nicola Proto (che iniziò l’indagine) e Giuseppe Tittaferrante che l’ha conclusa. Oltre alla funzionaria della prefettura (secondo l’accusa avrebbe fatto tutto questo ottenendo soldi e facilità, tra cui regali e inviti nei ristoranti cinesi) c’è anche una avvocatessa del Foro di Ferrara, accusata di aver concorso al favoreggiamento avendo presentato diverse pratiche per conto dei cittadini cinesi.
Nel conteggio degli imputatati vi sono oltre le due italiane, un tunisino e un marocchino (con compiti di mediazione anche loro), mentre, dicevamo, al vertice di tutto c’erano queste tre imprenditrici cinesi: secondo quanto riferito dalla Polizia, le tre donne sono conosciute come Li, titolare di un ristorante cinese a Ferrara che aveva anche aperto una sorta di agenzia pratiche; Kelly che gestisce un ristorante a Porto Garibaldi e infine Silvia, che gestisce un bar nel centro città, chiuso nelle settimane scorse dalla polizia per problemi di ordine pubblico.
Le tre con questa girandola di contatti e conoscenze, fornivano un pacchetto a tutti i cinesi che lavorano già in Italia e che chiedevano di poter far venire i propri parenti nel nostro paese: da qui la necessità – e l’obbligo per legge – di aver una casa in cui fare abitare i familiari. Ecco allora che spuntavano le case per tutti: in città in via Foro Boario, Via Garibaldi, via Oroboni, via Comacchio, via Porta Catena, via 4 Novembre, e via Zandonai (affittate da cittadini ferraresi alle cinesi, ignari del loro utilizzo illegale) . Mentre altre case si trovavano a Migliarino (la tranche gestita dalla titolare del ristorante comacchiese) case che si trovano in via Meucci, via Forti e via Travaglio.
L’indagine è partita nel 2012, dalla denuncia di una filippina che diceva di essere stata truffata e che aveva pagato senza ottenere la pratica. Poi le indagini hanno appurato che non era del tutto vittima ma faceva parte lei stessa del giro. Le indagini si sono concentrate su oltre 200 persone, hanno visto intercettazioni per 7000 telefonate, con difficoltà nelle traduzioni visti i dialoghi in cinese. Tutto questo, per la prima volta verrà analizzato davanti al giudice terzo che dovrà valutare se rinviare a giudizio tutti i 40 imputati o no. I difensori sia della impiegata della prefettura che dell’avvocatessa invitano alla cautela poichè spiegano «all’udienza preliminare siamo convinti di poter dimostrare la estraneità alle accuse contestate».

Fonte: La Nuova Ferrara, 7 lug 16

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