Come farà la Cina a decidere chi è sincero e chi no?

Il sistema di crediti sociali non è solo un prodotto cinese, ma in mano a un potere autoritario ossessionato dal controllo può avere effetti micidiali. Le autorità preparano un sistema di punizioni e premi. E le prime liste nere esistono già.

La Cina vuole stabilire un sistema di “social credit” capace di creare una società basata sulla fiducia, attraverso la premiazione della sincerità e la punizione dell’insincerità. Ma come decidere chi è sincero e chi no? Il governo cinese – per ora – ha stabilito le linee guida del suo sistema fino al 2020 senza ancora stabilire regole precise e utilizzi specifici dei dati.

Come specificato nella prima parte di questo articolo sui “social credit” in Cina, il piano del governo cinese ha portato la banca centrale del Paese a chiedere ad alcuni istituti finanziari di elaborare dei propri programmi di credito sociale da cui trarre eventuali suggerimenti o spunti per il progetto che potremmo definire “governativo”.

Registriamo intanto una prima differenza. Da una parte ci sono i sistemi di “crediti” applicati da istituti bancari. Un esempio sono i punti “Sesamo” di un’azienda di proprietà di Alibaba: un programma sofisticato di Crm (customer relationship marketing, ovvero una forma di marketing che tende a fidelizzare il cliente sulla base del data mining attraverso i dati raccolti dal comportamento on line). Dall’altra parte ci sono invece i programmi che prevedono una funzione all’interno di un sistema di mercato, in grado di creare una “società armoniosa” basata sulla fiducia.

Questi programmi pilota sono stati “negati” dalla banca centrale cinese, o meglio gli è stata negata la licenza a operare per conto del governo per diversi motivi. La richiesta di implementazione nasceva principalmente dalla volontà di sondare il possibile interesse dei cinesi a vedersi offrire dei prestiti sostenibili.

Dal 2012 l’obiettivo della Cina, complice la crisi occidentale e la diminuzione delle esportazioni verso Paesi terzi, è stato quello di aumentare il proprio mercato interno. I prestiti consentono quindi di aumentare le capacità di consumo della popolazione. Alcuni cinesi – tra l’altro – neanche avevano un record finanziario: l’utilizzo di dati derivanti dal loro comportamento on line avrebbe permesso di valutare la loro affidabilità “finanziaria”.

Questi programmi però si sarebbero scontrati, secondo l’autorità cinese, con alcuni limiti: intanto hanno finito per esagerare la raccolta di dati (attraverso l’analisi dei comportamenti o del tempo passato on line), in secondo luogo perché i dati erano gestiti da enti finanziari a loro volta erogatori di prestiti e quindi era palese il conflitto di interessi.

Ma questi “programmi” hanno pesato e non poco perché confonderli con il “programma governativo” ha ridotto la narrazione del credito sociale a una dimensione puramente di “punteggio sociale”: per questo si parla spesso di “profili” o di “punteggi”, elementi che ad oggi il sistema governativo non prevede, o per meglio dire, non ha ancora formalizzato. Non che il progetto governativo non possa prevederli, ma forse l’idea di Pechino è ancora più sofisticata: presentare il piano come un programma per un futuro Stato di diritto basato sulla fiducia, nascondendo al suo interno infinite possibilità di controllo sociale (e quindi anche di repressione o addirittura prevenzione del dissenso ovunque si manifesti).

Come ha specificato a Newscientist.com Rogier Creemers, lecturer di politica cinese a Oxford, sembra quasi che il governo a un certo punto si sia reso conto “di tutti i dati che possono essere raccolti attraverso internet e il traffico mobile e abbia pensato, perché non prendersene un po’ di questi dati”. Lo stesso Creemers però ha specificato che “è veramente troppo presto per giudicare questo sistema di social credits” così come ad ora non si conosce quale sarà il “match” tra le attività delle aziende private e quelle degli uffici governativi.

A questo punto è necessaria una puntualizzazione: il sistema di credito sociale non è una prerogativa cinese, così come del resto non lo è tracciare comportamenti e unire dati. Creemers, che ha tradotto pubblicamente i documenti del governo cinese sui social credit, giustamente specifica che “la reazione negativa al progetto è tipica della copertura mediatica occidentale della Cina; praticamente tutto ciò che fa la Cina manda nel panico l’Occidente: sembra che non riconosciamo che stiamo facendo cose simili”.

La differenza è che in Occidente esistono norme sulla privacy che in Cina non ci sono e che il piano cinese è molto più pervasivo di quanto non possa sembrare. Inoltre, il fatto che due eventi negativi avvengano in più posti contemporaneamente, non trasforma questi eventi in fenomeni positivi: mal comune, in questo caso, non è affatto mezzo gaudio.

Come ha ricordato Hu Jia, noto dissidente cinese: “questo sistema che potrebbe essere descritto come positivo, diventa diabolico quando di mezzo c’è uno Stato autoritario, senza alcun concetto di privacy e difesa dei dati personali”.

Quindi, per riassumere:
– Il governo cinese ha in mente di creare un grande database nazionale (unendo dati amministrativi, economici e giudiziari) che punta alla creazione di “un codice di credito sociale unificato”.

– Al momento non è previsto un “punteggio sociale” dato dall’interazione – ad esempio – di persone e aziende sui social.

– I crediti sono da riferirsi dunque solo rispetto alle proprie posizioni fiscali, debitorie o penali.

– Alcune regioni – come ricorda il sito Chinalawtranslate “stanno sperimentando sistemi di punti locali, ma questi casi non sembrano essere la norma. Anche Shanghai, che offre un’app di valutazione del credito, non menziona tali punteggi nelle sue norme sul credito sociale regionale, e ciò porta a ritenere che l’app sia intesa più come un dispositivo promozionale educativo che come una regolamentazione legittima”.

– Il credito sociale include assolutamente ricompense e punizioni per condotta “degna di fiducia” o “inaffidabile”. In questo senso ad ora “il meccanismo di punizione principale è l’inclusione nelle liste nere per le imprese che violano le normative del settore. L’inclusione in una lista nera può limitare l’accesso a determinati settori e sottoporre a uno scrupoloso controllo normativo”. (Da questo assunto derivano le letture positive del credito sociale da parte di governi e organi di informazione pronti a fare da cassa di risonanza alla propaganda di Stato).

– Una lista nera, “rivolta a individui e organizzazioni” esiste già. Si tratta di elenchi – ad esempio – di persone che hanno avuto problemi con la giustizia o debiti di natura economico-finanziaria (per questo alcuni individui, all’interno di una “lista dei disonesti” si sono viste negare la possibilità di acquistare biglietti aerei. Ma penalità possono essere applicate anche in ambiti come l’istruzione scolastica privata, l’intrattenimento, ecc.).

Come specifica Chinalawtranslate, questa tipologia di punteggio “merita un’attenzione speciale perché è già pienamente efficace, ha ripercussioni sensazionali e in alcuni articoli è stata erroneamente collegata al sistema di crediti di operatori finanziari privati”.

In conclusione: la Cina sta approntando un sistema di crediti sociali che ricalca operazioni simili già effettuate in Occidente, ma che vanno a intersecarsi con altri elementi. Intanto un sistema a partito unico, un Paese che storicamente è sottoposto a un controllo sociale durissimo, a una legislazione carente in termini di privacy e con investimenti in tecnologie di controllo, come la videosorveglianza, e di intelligenza artificiale, come i modelli predittivi per i crimini.

Il mix cinese, dunque, potrebbe essere molto più solido, funzionale e pervasivo di altri. E potrebbe essere molto peggio perfino dei presenti possibili tratteggiati da Charlie Brooker, l’ideatore di Black Mirror. (2 – fine)

Prima parte: Con i social credit la Cina vuole imporre la sincerità a tutti


Fonte: Eastwest.eu, 12 gen 18

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