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Falsi capi “made in Italy” in vendita nei negozi

La denuncia del commerciante: «Vedo vetrine con cravatte a 5 euro, è una truffa»
Merce prodotta all’estero, soprattutto in Cina, ma venduta in alcuni negozi con l’etichetta “made in Italy”. Il noto commerciante del capoluogo Daniele Tino lancia un allarme per la sempre maggiore diffusione di capi d’abbigliamento spacciati per italiani, ma realizzati invece ben lontano dal Belpaese. «Si tratta di vere e proprie truffe – avverte il negoziante – Se volete bene al nostro Paese comprate italiano».
Il commerciante esce allo scoperto con una denuncia dettagliata e punta il dito non contro la vendita di prodotti cinesi in senso generale, ma contro la pratica – illegale, naturalmente – di rimuovere da vestiti e accessori l’etichetta originaria del Paese di produzione sostituendola con un adesivo con la dicitura “made in Italy”. «Vedo vetrine con cravatte a 5, 10 o 15 euro con l’indicazione 100% seta made in Italy – dice Tino – È impossibile. Provate ad andare da Mantero, Canepa o Ratti o da un altro produttore di tessuto, chiedete loro quanto costi un metro di questo materiale e vedrete che, sommando il prezzo di tessuto e confezione, inclusi gli accessori, è impossibile vendere una cravatta a 5 euro. La somma minima al pubblico è di 30-39 euro, fino a toccare i 90-130 euro per una bella cravatta firmata». La legge in vigore vieta l’apposizione dell’etichetta “made in Italy” in caso di prodotti non realizzati interamente – ovvero l’intera filiera – nella Penisola.
«Nel settore dell’abbigliamento – attacca Daniele Tino – c’è un marasma tale che mette il compratore in difficoltà perché la maggior parte delle volte non sa cosa stia comprando né come e dove il capo sia stato prodotto. Ci sono produttori senza scrupoli che prendono capi realizzati in Cina, Albania, Romania, Corea, Messico e chi più ne ha più ne metta, scuciono le etichette in laboratori compiacenti e le sostituiscono con l’adesivo made in Italy. Questa è un’autentica truffa al cliente».
«In barba alla legge, mancando i controlli, le truffe sono sotto gli occhi di tutti – prosegue il commerciante comasco – Un esempio: una camicia che trovate a 39 euro non può essere fatta in Italia. La sola confezione, ovvero senza il tessuto, nella Bergamasca o nel Bresciano costa da 15 a 18 euro. Sommando il tessuto, gli accessori, la stiratura e la confezione arrivate a 30 euro. Con il trasporto, la consegna e l’Iva al 21% si arriva a oltre 36 euro. Chi dunque vende a 39 euro o è un benefattore oppure vi sta truffando perché vende una camicia fatta in Cina che vale 5 euro».
La piaga, a detta del commerciante del settore, è sempre più diffusa. «Purtroppo il nostro territorio non è certo immune e non fa eccezione – dice Daniele Tino – Il prossimo passo sarà la pubblicazione di una lista di negozi che mettono in atto pratiche scorrette e illegali. Non si può tollerare questa situazione». Tino rivolge infine un appello ai comaschi, mettendoli anche in guardia. «Se volete ancora bene a questo Paese, comprate italiano, quello vero – dice – Se vedete un’etichetta adesiva diffidate, se vedete un’etichetta cucita a due punti d’ago anche. Sarete sicuri di una cosa comprando italiano: che è pulito, che è fatto da una persona pagata giustamente, assicurata, che ha uno stipendio e che mantiene una famiglia, che alle spalle ha un imprenditore che suda sette camicie, si spera “made in Italy”. Ricordatevi infine che le etichette con il nome della città sotto il marchio non sono certezza di made in Italy, anzi sono spesso un millantato credito».

Anna Campaniello

Fonte: Corriere di Como, 6 novembre 2011