Economia della green technology

Basso costo del lavoro, tanti soldi  che circolano, abbondanza di materie prime e un governo ambizioso e determinato: la ricetta che ha reso la Cina “fabbrica del mondo“, può funzionare anche per la prossima rivoluzione industriale, quella che avrà al centro le tecnologie verdi?

C’è chi ne è assolutamente convinto e un articolo di Reuters ci narra di alcuni casi virtuosi.

Al momento, la Cina svetta già nella capacità di produrre energia eolica e solare a basso costo. E c’è molta attesa per il piano quinquiennale che verrà elaborato quest’anno, che sarà operativo dal 2011 e che dovrebbe puntare ancora più decisamente sullo sviluppo compatibile. Così investitori e imprenditori corrono verso la terra promessa.

Nella gara a sviluppare tecnologie verdi, la Cina può contare sulla sua enorme liquidità.

Alla base del boom ci sono infatti i sussidi statali che permettono di abbattere i costi dell’energia prodotta con il vento e con il sole, che dal punto di vista strettamente economico resta per ora più costosa dell’elettricità prodotta con il carbone.

I sussidi rendono l’energia alternativa competitiva, le consentono il grande salto verso l’economia di scala e quindi verso un ulteriore abbattimento dei costi che prima o poi la renderanno conveniente come il carbone. A quel punto, non ci sarà più bisogno dei sussidi. E’ un circolo virtuoso che, secondo molti analisti, dà alla Cina un notevole vantaggio su tutti i concorrenti.
I produttori cinesi stanno già cominciando a esportare turbine eoliche.
Quanto ai pannelli solari, con industrie di punta come la Yingli Green Energy e la Suntech Power, il Dragone controlla già il 50% del mercato mondiale. Il motivo è semplice: sono quelli che costano meno.

Costano meno, tra le altre cose, perché i polisilici – materia prima indispensabile ai pannelli solari – sono prodotti in Cina da altre industrie che a loro volta beneficiano di sussidi, basso costo del lavoro e ridotti costi energetici.

E quindi, se fuori dalla Cina i polisilici costano in media 60 dollari al chilo, la GCL-Poly Energy di Hong Kong – dopo aver fatto shopping di asset della Cina continentale per 3,4 miliardi di dollari – punta a venderli per 45 dollari nel 2011.

Così i pannelli cinesi costano circa il 40% in meno di quelli tedeschi o americani (1,20 euro per watt prodotto contro i 2 euro di quelli europei).

E’ chiaro che le industrie cinesi stanno svolgendo una funzione disinflattiva nel mercato globale dell’energia alternativa così come avevano già fatto con i beni di consumo: secondo Leonora Walet (Reuters) sono responsabili di un buon 40% in meno nei prezzi del fotovoltaico sul mercato internazionale.

Gli operatori cinesi di green technology beneficiano poi di altri due vantaggi: la facilità di ottenere prestiti bancari e la velocità con cui si costruiscono nuovi impianti.

Tuttavia, nonostante gli investimenti in innovazione, rimane il ritardo tecnologico da colmare rispetto all’Occidente e non solo: proprio grazie alle facilitazioni, il settore potrebbe intasarsi, determinando una crisi di sovrapproduzione e un crollo dei prezzi.

Ergo, gli investimenti in energie alternative potrebbero di colpo smettere di garantire buoni profitti.
E il mercato entrerebbe in fase recessiva.

Fonte: Agora Vox, 18 marzo 2010

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