Ecco cosa c’è dietro al business dell’olio: se spendiamo 3-4 euro il prodotto è straniero

Un settore al centro di inchieste, sequestri e polemiche. Gli affari “scivolosi” delle multinazionali e i prezzi stracciati.

Slippery business, ovvero un affare viscido (o scivoloso). Così titolava The New Yorker – autorevole periodico della Grande Mela – un articolo dove si raccontavano questi «affari» legati all’olio d’oliva. Come la storia della Naxal, una vecchia e rugginosa nave cisterna che il 10 agosto del 1991 approda al porto industriale di Ordu, Turchia.

Qui pompa nelle stive 2200 tonnellate di olio di nocciola. La Naxal riparte, gira per mezzo Mediterraneo e alla fine approda il 21 settembre dello stesso anno nel porto di Barletta, Puglia, Italia.

Le certificazioni esibite alla Dogana garantiscono che il carico è puro olio d’oliva greco. Che, scaricato, viaggia verso un noto oleificio pugliese. Vi tralasciamo la fine di una storia, tutta ricostruita dalla Guardia di Finanza.

La vicenda è di un quarto di secolo fa, al potere c’erano ancora Craxi, Forlani e Andreotti.

L’articolo della rivista di Manhattan risale al 2007, quando regnava Berlusconi. Ma guardando la tv di poche sere fa sembra non sia cambiato niente.

Con l’Italia eterna recidiva, sempre beccata con le mani nella marmellata. Ricordiamo quel complicato gennaio del 2014 quando il New York Times con un fumetto raccontò la truffa dell’olio toscano, ovvero delle troppe bottiglie che sbarcavano negli Usa col suo cipresso in etichette ma all’anagrafe greche o algerine.

Prima la Puglia, poi la Toscana. C’è chi ha intitolato. «Il suicidio dell’olio italiano» . Perché nel frattempo ci sono, roba di pochi mesi fa, le denunce dei consumatori californiani contro la Berio, marchio italiano della Salov _ il colosso di Lucca e Viareggio ,appena passata sotto il controllo dei cinesi, che puntano a decuplicare il fatturato (oggi si attesta sui 350 milioni di euro).

Affari scivolosi, certo. Ma sempre affari. Ma che alla fine fanno solo le multinazionali, come il gruppo ispano-britannico che ha in casa due marchi simbolo dell’Italia. Bertolli e Carapelli. Per capire il business (scivoloso): il marchio Bertolli, solo il marchio vale 200 milioni di euro.

Perchè nei paesi anglosassoni Bertolli è sinonimo di olio, di Toscana, di cucina salubre, di cipressi di Bolgheri, di mura di Lucca. A proposito. Il marchio fino a pochi anni fa era «Bertolli – Olio di Lucca». Una battaglia legale dei consorzi della dop hanno ottenuto che Unilever, al tempo padrona del marchio, cancellasse Lucca.

Il povero, nel senso di illuso, Veronelli, sosteneva 30 anni, fa che l’olio extravergine avrebbe fatto ricchi i contadini italiani, come era accaduto col vino. Si è sbagliato il grande Gino. E di molto.

Oggi la categoria degli olivicoltori, ricorda Paolo De Castro alla guida della commissione agricoltura della Ue, è la più anziana nell’universo dei coltivatori diretti italiani. Il che la dice lunga di come se la passino in Puglia, Calabria, Sicilia ma anche nella più ricca e prospera Toscana.

Un tempo i nostri mezzadri preferivano amputarsi un braccio che tagliare un olivo. Oggi non più. L’olivo si sacrifica volentieri. Se c’è da allungare una vigna, anzi si festeggia . E’ il problema del paesaggio toscano che corre verso la monocultura del vino, con l’assessore Marson che ha cercato di frenare la deriva, subito sconfessata da Rossi.

Nella Firenze medicea un litro d’olio valeva come 5 di vino e 4 chili di grano. Da qui la scelta della Signoria di favorire l’impianto di olivi, nel Cinquecento diffusi soprattutto fra Lucca e Pescia. Oggi l’extravergine toscano, se dop, costa tantissimo. Troppo per una famiglia normale che al supermercato non può andare oltre una bottiglia da 2 al massimo 3 euro. Ma a quella cifra è difficile immaginare che l’insalata pesciatina o la lollo si condiscano con olii che non arrivino da Tunisia e Marocco.

«Il vino è moda , comunicazione, business, argomento di conversazione» ricordava il grande chef Fulvio Pierangelini. «Non so se l’olio – aggiungeva – potrà diventarlo ugualmente. Non mancano i problemi, a partire da una legislazione che non garantisce fino in fondo il consumatore : pensiamo alla difficoltà di capire da dove provengono olio e olive».

Stop all’inventore della passatina di ceci con gamberi (e olio extravergine), ma solo per ricordare che questa intervista risale al 2006.

Sono passati 10 anni e siamo ancora a chiederci che olio consumiamo. A 40 giorni dall’Expo il dramma italiano è anche questo.

Altro che polemizzare se gli sponsor si chiamano Coca Cola e Mc Donald’s (senza dimenticare Ferrero, ma sulla Nutella non si può sparare).

La verità è una sola: che l’olio – anche dal fornaio che prepara la focaccia – non può essere l’ultimo problema o un ingrediente di seconda mano. Si partisse da questo, già nei ristoranti italiani, una parte del problema sarebbe risolta.

 Il Tirreno Toscana,21/03/2015

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