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È vero la Cina fa affari ma l’Africa le è debitrice

Anni fa uno dei più acuti psicoanalisti italiani, Giacomo B. Contri, sottolineò che c’è perfino qualcosa di peggio che essere sfruttati ed è trovarsi in una situazione tale che nessuno vuole sfruttarti. Solo partendo da qui è possibile accostare le difficoltà di un continente, l’Africa, che pare non avere speranze e che da tempo è terra di emigrazione. Il viaggio del Papa ha richiamato l’attenzione sulla disperazione di questo mondo e bene ha fatto Benedetto XVI a rilevare come in troppi casi vi siano imprese che, appoggiandosi a questo o quel governo, spogliano tali territori delle loro risorse naturali. È però chiaro che il principale problema dell’Africa non sono le aziende stranieri presenti (abbastanza poche, a ben guardare), ma quelle assenti. Il dramma africano emerge con tutta evidenza quando si comprende che il commercio internazionale quasi ignora i paesi africani, perché è opinione comune che lì non vi siano opportunità di scambi e profitti. Per tale motivo, ancor più importante che denunciare le multinazionali che in loco si comportano male, è necessario sforzarsi di capire perché esse possono agire in quel modo e perché, comunque, tante altre aziende si tengono alla larga dall’Africa, mentre investono con soddisfazione nell’Europa orientale, nella penisola indiana o nel Sud-Est asiatico. La tragedia dell’Africa, allora, è in primo luogo da ricondurre alle satrapie che l’affliggono da un capo all’altro. E così come nessuno di noi entrerebbe in affari con un socio disonesto, ben pochi sono pronti a investire in Paesi in cui il potere è esercitato in modo arbitrario e dove non vi è il minimo rispetto per la proprietà privata. Se qualcuno si muove, allora, lo fa troppo spesso solo nella prospettiva di un guadagno immediato: nella logica di una speculazione “mordi-e-fuggi”. Così come il turismo italiano è stato sconquassato nel suo insieme dalle immagini trasmesse in tutto il mondo della monnezza napoletana, proviamo un attimo a riflettere alle pesanti conseguenze sulle strategie economiche globali che hanno avuto gli espropri in Zimbabwe o i conflitti che in questi anni hanno insanguinato Somalia, Liberia o Ruanda. E tutto ciò in un quadro che vede Europa e Nord America difendere politiche agricole protezioniste che, come denunciano anche tanti studiosi africani, impediscono ai poveri produttori africani di esportare da noi le loro derrate. Gli unici, o quasi, che anche solo per ragioni geopolitiche oggi sembrano dare credito a un futuro possibile per l’Africa sono i cinesi. Essi stanno trasferendo lì attività, determinati a rafforzare i legami politici e le collaborazioni economiche, cominciando a guardare a questo grande continente come a uno spazio di opportunità. È possibile che vogliano solo sfruttare quella gente, ma – ricordando l’aforisma di Contri – forse stanno aiutando questi giovani popoli a fare un primo passo nella direzione giusta.

Il Tempo, 22 marzo 2009