E un anno dopo il nobel Liu Xiaobo è ancora in cella

Mentre si celebra il premio Nobel per la pace conferito quest’anno a tre donne coraggiose il pensiero corre a Liu Xiaobo, il dissidente cinese vincitore del riconoscimento nel 2010 “per la sua lotta lunga e nonviolenta per i diritti umani  fondamentali in Cina”. Peccato che negli ultimi dodici mesi poco sia cambiato per Liu: in carcere era ed in carcere è rimasto. Se il comitato del Nobel di Oslo aveva sperato che il premio potesse portare a una riduzione della pena o a dei miglioramenti nella vita di tutti i giorni in Cina, oggi possiamo dire che l’operazione è fallita. Non solo Liu Xiaobo è ancora in prigione ma la moglie Liu Xia (sopra mentre mostra un’immagine del marito) è finita agli arresti domiciliari e altri attivisti sono nel mirino del regime. Ieri Amnesty International ha chiesto il loro rilascio immediato. ”Liu Xiaobo è stato condannato nel 2009 a 11 anni di carcere per incitamento alla sovversione dei poteri dello stato, a conclusione di un processo iniquo – si legge nel comunicato – . Contrariamente a quanto prevedono le stesse leggi cinesi, è stato detenuto in incommunicado da dicembre 2008. Liu Xia, artista e poeta, vive in isolamento forzato nella sua abitazione a Pechino dall’8 ottobre dello scorso anno, poche ore dopo che a suo marito era stato conferito il premio Nobel per la pace.   Senza essere accusata di un reato, senza un processo o un’altra procedimenti legale e senza avere mezzi per contestare la sua detenzione, Liu Xia è stata messa agli arresti domiciliari e da allora è praticamente scomparsa, solo perché è la moglie di una persona nota per le sue posizioni critiche nei confronti del governo”. Liu Xia è stata sentita l’ultima volta a febbraio 2011 quando è riuscita a stabilire un breve contatto sul web con un amico. Durante la conversazione la donna ha detto che era triste, che non poteva uscire e che tutta la sua famiglia era tenuta in ostaggio.  Quando all’inizio di quest’anno il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha chiesto il perché di queste ingiuste restrizioni, Pechino ha risposto che non erano state prese “misure legali attuative” nei confronti della donna. Tuttavia la donna non è stata liberata. Hu Jia, un altro attivista cinese che in passato è stato arrestato, ha provato a farle visita ma è stato fermato da una guardia prima di arrivare al suo appartamento. “Per la mia esperienza – ha detto Hu- questi si chiamano arresti domiciliari”. Anche un reporter della Bbc non è riuscito ad entrare in contatto con la moglie del premio Nobel. Negli ultimi dodici mesi la vita in Cina è diventata più difficile attivisti, blogger e avvocati. Per paura di un contagio della primavera araba il regime ha mostrato il suo volto più duro arrestando oltre 130 persone in località sconosciute senza che siano mai state emesse notifiche ufficiali del loro arresto. Molti di coloro che sono stati rilasciati non hanno parlato della loro esperienza per timore di ulteriori ripercussioni. Tuttavia, i loro amici hanno potuto descrivere alcune delle conseguenze: perdita di peso, di memoria, insonnia e altri segni di traumi. Coloro che hanno parlato, come noti artisti come Ai Weiwei, e gli avvocati per i diritti umani Jiang Tianyong e Liu Shihui hanno descritto come sono stati picchiati e presi a calci, ripetutamente interrogati, costantemente controllati, privati del sonno e obbligati a stare seduti per oltre 15 ore.

Monica Ricci Sargentini

Fonte: Il Corriere della Sera, 8 ottobre 2011

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