Due aziende di Parma citano in giudizio la Cina per la pandemia

Operano entrambe nel settore petrolifero e denunciano danni per quasi 18 milioni di euro. Il ministero della Salute cinese dovrà comparire in Tribunale nel luglio del 2021.

Dopo l’Hotel de La Poste di Cortina di d’Ampezzo, che nell’aprile scorso ha citato a giudizio la Cina, altre due aziende italiane (si trovano a Parma e operano nel settore petrolifero) portano in Tribunale il ministero della Salute del gigante asiatico per aver omesso e ritardato le informazioni all’Oms sulla diffusione dei contagi di Covid-19. E chiedono il risarcimento dei danni subiti per la chiusura dell’attività imposta dal lockdown nazionale disposto dal governo con la prima ondata pandemica. «Gravissime le perdite subite a causa della chiusura completa», scrivono nell’atto di citazione a giudizio del ministero cinese, invitato a comparire davanti al Tribunale della città emiliana il 9 luglio del 2021. Entrambe le imprese fanno capo alla stessa proprietà.

L’una gestisce su scala nazionale diversi impianti di distribuzione di carburante. L’altra opera nel settore della distribuzione con marchio proprio “TAP” ed “ENI”, ed è proprietaria di una rete commerciale di stazioni di servizio con annessi esercizi pubblici, concentrata principalmente nel Nord-Est. I danni accertati, per il crollo dei ricavi, sfiorano complessivamente i 18 milioni di euro. Importo al quale, secondo i legali che assistono le due aziende emiliane – Giovanni Franchi e Francesca Surano – va sommato il danno non patrimoniale, da quantificare. Nelle sedici pagine degli atti di citazione, già notificati al ministero della Salute cinese, vengono ripercorse le varie tappe della diffusione del virus.

Già a partire dal novembre del 2019, quando – secondo uno studio italiano – «il nuovo coronavirus aveva iniziato a circolare» e si erano riscontrati i primi casi di pazienti che mostravano i sintomi di una polmonite di causa sconosciuta a Wuhan, la città più popolata della parte orientale del Paese, con circa 11 milioni di abitanti, che ha incubato il virus.

Solo il 31 dicembre del 2019, però, secondo quanto ricostruito dai legali delle due aziende, le autorità sanitarie cinesi comunicano l’esistenza di questi casi anomali di polmonite all’Organizzazione mondiale della sanità. Il resto è storia nota. Con le autorità sanitarie cinesi che i primi di gennaio isolano il virus e condividono la sequenza genetica. E con Pechino che il 23 gennaio di quest’anno vieta i voli dall’Hubei al resto della Cina ma non dall’Hubei al resto del mondo: gli aerei da Wuhan per Londra, Roma, Parigi New York e San Francisco, per tutto gennaio, continuano a decollare. Questo fino all’effettivo stop voluto dall’Europa. Conclusione: secondo le due aziende, «in base al diritto internazionale la Cina aveva il dovere di informare i governi di tutto il mondo di quanto stava avvenendo: a fronte di questa omissione le circa 150 nazioni ferite dall’epidemia hanno il diritto di agire legalmente».

Fonte: Il Sole 24Ore,31/10/2020

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