Docente cinese: Riformare il Pcc o il Paese imploderà come l’Unione sovietica

“I funzionari e i dirigenti del Partito comunista cinese sono troppi e vanno ridotti. Il rischio è che la Cina imploda come l’Unione Sovietica”. A riprendere questa tesi controversa per anni osteggiata dal regime è  Zhang Xien, professore di scienze politiche alla Shandong University. In un articolo pubblicato di recente dal People’s Forum Biweekly Political Commentary, rivista bisettimanale del People’s Daily, principale giornale del Pcc, il docente propone il taglio di 32 milioni di funzionari, soprattutto membri onorari e anziani, portando la cifra da 83 milioni a 51 milioni.
Per Zhang Xien, prima della Rivoluzione di ottobre del 1917, i bolscevichi avevano solo 240mila membri. Una volta creata l’Unione sovietica, funzionari e persone con incarichi all’interno del partito hanno iniziato ad aumentare in modo esponenziale, fino a raggiungere i 19 milioni nel 1991.  Diventato un pachiderma, il Partito comunista russo era ormai impossibile da gestire. Infatti, per decenni nessuno aveva osato istituire un meccanismo di rinnovamento. “Questa – sostiene il docente – è una lezione dolorosa per partiti di grandi dimensioni” come quello cinese.
Come primo passo, Zhang classifica i membri in tre categorie: onorari,  aspiranti e ufficiali. Il primo gruppo è quello che ha bisogno di più tagli. Esso rappresenta circa il 20% del totale ed è in gran parte composto da persone anziane, malati, pensionati che non riescono più ad attenersi alla linea del partito e alla sua evoluzione. Molti di essi “sono costretti a restare all’interno della macchina del Pcc, per salvare la faccia, o per altri motivi politici”. Il docente propone inoltre di aumentare il periodo di prova per gli aspiranti, soprattutto per coloro che non superano con successo le valutazioni interne. Egli indica anche la necessità di stilare regole precise per evitare violazioni dei diritti umani o discriminazioni per coloro che decidono di lasciare il Pcc. “La costituzione del partito – spiega – consente ai membri di aderire e ritirarsi liberamente”.
L’articolo scritto da Zhang rispecchia il pensiero di molti politici cinesi. Zou Shuin, professore associato di scienze politiche all’università di Shenzhen spiega che “in passato il ritiro  dal partito era un problema serio, perché tutti ritenevano che la rimozione fosse solo per i colpevoli di gravi errori politici”. Per evitare scontri fra fazioni avversarie, i membri venivano solo ricollocati, ma mai espulsi. “Ma oggi – continua – tutti sono consapevoli che se il partito non spazza via tutti i suoi cattivi elementi, potrebbe seguire il percorso della ex Unione Sovietica.”
Tale tesi è confermata da Li Junru, ex vice-presidente della Scuola centrale del partito a Pechino. Egli afferma che “molti anni fa il Pcc aveva deciso di provvedere al taglio dei suoi affiliati, tuttavia il piano è stato abbandonato perché considerato troppo difficile da attuare”. Zou sottolinea che la riduzione è un tema caldo all’interno dell’establishment politico, e al contrario dovrebbe essere discussa apertamente, e non nascosta. Ciò dimostrerebbe che la leadership nel Paese ha ancora abbastanza fiducia nel suo regime politico.

Fonte: Asia News, 20 maggio 2013

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