Diaoyu/Senkaku, la tensione arriva alle stelle

L’invio di navi da guerra nelle acque che circondano l’arcipelago delle Diayou/Senkaku “è stato un successo che dimostra come sia Pechino l’unica capitale che può vantare la giurisdizione sull’area”. Questa dichiarazione, rilasciata dal vice capo di Stato maggiore della Marina cinese Xiao Huiwu, sottolinea una volta di più il sostegno incondizionato di politica ed esercito cinesi alle proteste popolari contro le “pretese” giapponesi sulle isole contese. Oggi un migliaio di pescherecci cinesi, guardati a vista dalle 6 motovedette di Pechino già nell’area, si è recato nella zona. Secondo un anonimo funzionario del ministero della Difesa cinese, lo scopo è quello di “far capire a tutti che non si può scherzare con il nostro territorio”. Questa dichiarazione rispetta la linea ufficiale della leadership: lo scorso 13 settembre il premier Wen Jiabao aveva dichiarato che “la Cina non cederà mai neanche un millimetro della propria sovranità”. Non è chiaro il valore dell’arcipelago. Si pensa che esso abbia anzitutto un valore strategico, trovandosi sulla rotta delle più importanti vie marittime; altri affermano che oltre alle acque ricche di pesca, nel sottofondo marino vi siano sterminati giacimenti di gas. Nel 2008, come gesto di distensione, i due governi hanno firmato un accordo per lo sfruttamento e la ricerca congiunti nell’arcipelago, che tuttavia è rimasto lettera morta. Il sostegno delle autorità ha scatenato la popolazione, che ha lanciato proteste contro il Sol Levante in tutto il Paese. Migliaia di manifestanti in almeno 50 città hanno bruciato negli ultimi due giorni bandiere nipponiche e macchine di importazione giapponese, arrivando a lanciare pietre e altri oggetti contro l’ambasciata di Tokyo a Pechino. La polizia, presente sul posto, non è intervenuta. Le dimostrazioni si sono verificate anche a Guangzhou, Harbin, Nanjing, Hohhot, Changchun e Wuhan: secondo l’agenzia Kyodo, in totale più di 40mila persone hanno partecipato agli scontri. Per la Xinhua, proteste anti-giapponesi si sono svolte persino a Houston e Chicago, animate dalle comunità cinesi che risiedono negli Stati Uniti. Oltre alla politica e alla popolazione, anche la stampa cinese continua la sua offensiva contro il Giappone e parla delle eventuali sanzioni commerciali cinesi contro Tokyo che – scrive il Quotidiano del Popolo -“potrebbero far arretrare l’economia nipponica di 20 anni”. “La loro economia – scrive in un editoriale il giornale ufficiale del Partito – non è immune alle misure economiche cinesi. Sarebbero pronti a perdere 10 anni, ad andare indietro anche di 20 anni”. La crisi non ha colpito solo i rapporti politici e diplomatici fra le due nazioni. Il gigante dell’elettronica giapponese Panasonic ha infatti annunciato di aver sospeso “per il momento” le attività in tre dei suoi stabilimenti cinesi, dopo che due di questi sono rimasti danneggiati dalle proteste anti-nipponiche di due giorni fa. Un portavoce dell’azienda ha spiegato che “l’attività nelle tre sedi riprenderà domani, se le autorità garantiranno la sicurezza di strutture e operai”. Anche la Canon ha sospeso le sue attività in tre sedi cinesi, senza però dare una tempistica per la riapertura. La questione rischia di compromettere in maniera seria la totalità dei rapporti commerciali fra i due Paesi. Secondo i dati ufficiali cinesi, il Giappone è il quarto partner economico per importanza del Dragone: lo scorso anno la bilancia di scambi bilaterali ha toccato i 342,9 miliardi di dollari. Nel frattempo, gli Stati Uniti cercano di calmare le acque. Leon Panetta – divenuto Segretario alla Difesa americana dopo un lungo periodo ai vertici della Cia – si è recato a Tokyo per dei “colloqui” con i vertici giapponesi. Qui ha dichiarato: “Un errore di giudizio da una parte o dall’altra potrebbe portare alla violenza e poi a un conflitto aperto”. Il ministro si recherà oggi anche a Pechino, e ha già dichiarato che intende “porre lo stesso monito” anche alle autorità comuniste. Washington ha più volte sottolineato la propria volontà di “non immischiarsi” nelle questioni di rivendicazione territoriale – nell’area sono coinvolte anche altre isole e altri Paesi – ma ritiene che i rapporti fra la seconda e la terza economia più grande al mondo dovrebbero normalizzarsi prima di scatenare nuove crisi mondiali.

Fonte: asia News, 17 settembre 2012

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.