Di nuovo a Pechino?

Poche ore fa, il tibetologo statunitense Elliot Sperling, ha scritto nel blog che tiene per il sito Ranzen Alliance che secondo il sito in tibetano “Kha-brda” lo “United Front Office” (l’organizzazione cinese che tiene per conto del governo di Pechino i contatti con gli inviati del Dalai Lama), starebbe organizzando il 10° incontro con la delegazione di Dharamsala.

Anche se non confermata da fonti ufficiali né cinesi né tibetane, la notizia appare piuttosto attendibile dal momento che il 23 marzo è iniziato a Dharamsala il 21° incontro della Task Force creata nel 1999 dalla Central Tibetan Administration per organizzare al meglio il dialogo sino-tibetano, incontri che di solito si tengono alla immediata vigilia di un nuovo incontro.

La cosa è interessante perché, proprio nei giorni scorsi, il primo ministro tibetano Samdhong Rinpoche aveva detto con inusuale chiarezza e decisione, che da parte tibetana non sono possibili ulteriori cedimenti o compromessi. Il tutto dopo che lo stesso premier tibetano aveva rivelato l’intenzione del governo tibetano in esilio di commemorare, nel 2012, il centenario del ritorno in Tibet del 13° Dalai Lama e la sua conseguente dichiarazione di indipendenza del Tibet. E va anche ricordata la solidarietà espressa dal Dalai Lama, nel suo recente discorso del 10 marzo, alle popolazioni del Turkestan Orientale. Non è passata inosservata (tanto meno a Pechino) la scelta del Dalai Lama di chiamare con il suo antico nome di nazione indipendente, l’attuale regione autonoma del Xinjiang-Uigur.

Dunque su quali basi si riaprirà, sempre che le indiscrezioni riportate da Elliot Sperling si dimostreranno vere, il dialogo sino tibetano che dopo l’8° e il 9° incontro sembrava arrivato al capolinea? Dobbiamo aspettarci, nonostante le parole di Samdhong Rinpoche, ulteriori umilianti cedimenti da parte tibetana? Oppure, l’imbarazzante “Nota sul Referendum per una genuina autonomia”, resa pubblica nelle scorse settimane da Dharamsala potrà servire da base per la riapertura di una qualche forma di discussione?

Staremo a vedere. Forse i cinesi si sono fatti più furbi e hanno deciso di approfittare della poco saggia apertura di credito contenuta nella “Nota”, in cui tra l’altro si ribadiva che in alcun modo da parte tibetana si intende mettere in discussione l’autorità del governo comunista (né a Pechino né a Lhasa) e addirittura si riconosce che il popolo tibetano ha beneficiato di alcuni progressi sotto il governo cinese. Potrebbe anche essere che a Pechino qualcuno abbia intuito che usando con astuzia alcuni passaggi della “Nota”, si potrebbero prendere due piccioni con una fava. Usare le dichiarazioni di Dharamsala per ribadire una volta per tutte la legittimità della giurisdizione cinese sul Tibet e dare il contentino che da tempo aspettano, ai governi internazionali che chiedono alla Cina un minimo di disponibilità nei confronti del “dialogo”.

Uno scenario non proprio affascinante per i tibetani, sia per quelli in esilio sia per i sei milioni rimasti in Tibet. Vedremo se le cose andranno in questo modo o si tratta solo di previsioni destinate ad essere presto smentite dai fatti.
Francamente auspico questa seconda ipotesi.

Piero Verni

Fonte: FreeTibet, 27 marzo 2010

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