Dalù, il ricordo del massacro di Tiananmen accolto in Italia

Dalù è un giornalista radiofonico che nel 1995 osò ricordare l’anniversario del massacro di studenti e operai sulla piazza Tiananmen. Da allora è stato emarginato dalla società. Nel 2010 si è convertito al cattolicesimo. Per sfuggire alla persecuzione sociale e religiosa è giunto in Italia, dove gli è stato conferito lo status di rifugiato politico.

In Cina aveva parlato pubblicamente del massacro di Tiananmen alla radio; oggi ha ottenuto lo status di rifugiato in Italia. Negli ultimi mesi mi sono adoperato, in qualità di legale, per il riconoscimento della protezione internazionale a Dalù, un nome generico che serve perché il regime non si vendichi sui suoi familiari rimasti in Cina.

Laureatosi a Pechino negli anni ’80, Dalù conduceva una trasmissione radiofonica alla domenica mattina a Shanghai. Una domenica di giugno del 1995 ha avuto il coraggio di parlare di quanto avvenuto sei anni prima in piazza Tiananmen.

La notte fra il 3 e il 4 giugno 1989, l’esercito cinese (“per la liberazione del popolo”) ha sgominato e “ripulito” la piazza Tiananmen a Pechino, dove diverse migliaia di studenti continuavano un sit-in per la democrazia e contro la corruzione. Il movimento di studenti e operai si era originato nell’aprile 1989, con i funerali del riformista Hu Yaobang, che il Partito aveva estromesso, ed era cresciuto fino a radunare almeno un milione di persone nella sola Pechino. Raduni simili erano avvenuti anche in altre città, come Guangzhou, Shanghai, Chengdu…

Secondo le stime di organismi indipendenti, nella notte del massacro sono morte dalle 300 alle 2mila persone, stritolate dai carri armati o colpite dai fucili mentre fuggivano. Il Partito ha sempre bollato come “controrivoluzionari” gli studenti ed operai del movimento e proibisce da 30 anni di commemorare l’evento.

La voce di Dalù fece scalpore e superò il confine cinese: la stampa internazionale trattò il caso ed il programma radiofonico venne immediatamente sospeso e cancellato dal palinsesto. Dalù venne licenziato in tronco dopo essere stato costretto a scusarsi. Gli dissero che avrebbe dovuto anche ringraziare il Partito per avergli risparmiato la vita. Il reporter è stato condannato all’oblio in patria, con la segnalazione nel suo fascicolo personale che lo rende uno scarto della società. Per lui non è disponibile alcun impiego.

La situazione è peggiorata con il suo battesimo cattolico avvenuto nel 2010. Nella Cina di Xi il controllo costante dell’attività religiosa si è aggiunto alle intimidazioni ricevute da Dalù, che talvolta divengono minacce alla sua vita.

Ancora adesso, sui blog cinesi – anonimi per necessità – si ricorda il suo gesto come uno dei più significativi del ‘900 in Cina.

Nel settembre 2019, Dalù riesce a fuggire e arriva nella terra d’origine del gesuita Matteo Ricci. Dopo alcuni giorni di preghiera trascorsi in Vaticano, venne notato in chiesa, nella frazione di un paesino di montagna delle Marche, dove si mimetizzava tra le poche anziane presenti alla funzione. Il suo vero desiderio era di chiedere protezione internazionale e risiedere in un luogo ideale dove recuperarsi e trovare la concentrazione per terminare di scrivere il suo libro perché – come ricorda sempre – “non bisogna mai vergognarsi di raccontare la verità”. Il caso mi è stato subito segnalato da un amico del posto, incuriosito dalla presenza di un cinese nel borgo.

Ho deciso non solo di fornire assistenza legale, ma anche di offrirgli ospitalità. È diventato uno di famiglia. Dalù ha ritrovato la dignità perduta e il ricordo di suo padre – un uomo pestato davanti ai figli durante la Rivoluzione Culturale – si è ravvivato nell’amicizia con mio padre.

L’applicazione della Convenzione di Ginevra non è mai stata in discussione per Dalù. Grazie all’esperienza professionale maturata a Shanghai, ho potuto svolgere un imponente lavoro di documentazione e ricostruzione probatoria delle persecuzioni sofferte che gli hanno permesso di ottenere lo status di rifugiato in Italia senza alcun ricorso all’autorità giudiziaria.

Nell’immaginario collettivo, il protagonista di Tienanmen rimane l’uomo che ferma l’avanzata del carro armato. Il rivoltoso sconosciuto è stato inserito da Time tra “le persone che hanno influenzato di più il XX secolo” ma anche Dalù e la sua “morte sociale” rappresentano un esempio da additare alla stampa cinese quando si avvicina il 4 giugno.

Dopo cinque anni di residenza Dalù diventerà italiano. Presto terminerà il suo libro sulle irreversibili conseguenze ambientali, sulle devastanti condizioni di lavoro e sulle crescenti disuguaglianze causate dalla rapida crescita economica cinese del recente passato, in cui sono state dimenticati diritti, democrazia e libertà.

Il giorno in cui gli è stato notificato il riconoscimento dello status di rifugiato, come segno di gratitudine per l’Italia e per la sua gente, Dalù ha esposto dal balcone un tricolore che mia madre aveva cucito tanti anni fa. Il suo è un miracolo di libertà, speranza e verità che mi onoro di aver difeso e portato all’attenzione del mondo che ha estremo bisogno della sua testimonianza.

Fonte: AsiaNews,02/06/2020

Versione inglese:

Dalù, persecuted for remembering Tiananmen massacre, welcome in Italy 

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