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Dalla Cina ai mercati di Firenze: ecco il percorso di una borsa alla moda falsa

Dallo sbarco a Livorno ai magazzini dell Osmannoro. Abbiamo seguito la filiera del tarocco arrivando al consumatore finale.

Firenze, 24 febbraio 2017 – Dalla Cina al porto di Livorno fino alle lenzuolate fuorilegge del mercato di San Lorenzo. I magazzini con i grossi sacchi di borse contraffatte sono disseminati nelle stradine a ridosso di via dell’Ariento ma anche nelle periferie di Novoli o Scandicci e coincidono spesso con le abitazioni degli stessi venditori abusivi.

Un traffico gestito in molti casi dai cinesi e mosso dall’esercito di stranieri, prevalentemente senegalesi, che alimenta giorno dopo giorno il gran bazar dell’illegalità. E’ quanto hanno scoperto gli uomini del comando provinciale di Firenze della Guardia di Finanza che partendo dai controlli a tappeto tra i piazzisti del mercato alle porte di Santa Maria Novella hanno ricostruito anello dopo anello la catena del falso, un mercato che in Italia vale 7 miliardi di euro.

La merce, prodotta in Cina, arriva avvolta dentro robusti teli di plastica: scarpe, borse, cinture dei inarchi più celebri, praticamente identiche alle originali, prodotte nelle fabbriche cinesi e spedite verso i porti di Livorno, Genova o Napoli. Da qui, nei furgoni, partono i carichi di accessori, foulard e cianfrusaghe di ogni tipo che finiscono nelle strade del centro storico, un mercato parallelo che inizia in via dell’Ariento, sterza in Borgo San Lorenzo e arriva fino al Duomo

«I nostri controlli sono quotidiani – spiega il tenente colonnello Alessio Sgamma -. Lavoriamo su due fronti: prevenzione e repressione». La produzione quindi è concentrata prevalentemente in Cina: da qui partono le navi verso lo scalo di Livorno. Anche se gli eccessivi controlli hanno dirottato i carichi verso altri paesi europei dove spesso avviene la sdoganizzazione. Solo superati i confini italiani, la mercanzia finisce negli ingrossi cinesi concentrati nella zona dell’Osmannoro. Nelle fabbriche dormitorio – dei veri e propri loculi finiti sotto la lente degli investigatori anche per le condizioni di sicurezza da terzo mondo – arrivano modelli identici a quelli delle grandi maison ma senza etichetta. In questi casi, gli operai dei laboratori clandestini si limitano a cucire le targhette.

Una volta che gli articoli sono confezionati finiscono in mano a un gruppo di senegalesi chiamati i `capimaglia’ che, per fare cassa, si appoggiano a una ramificata rete vendita di decine e decine di connazionali: sono l’ultimo anello della catena, l’unico sotto gli occhi di tutti. Un mercato fluttuante quello dell’abusivismo alla ricerca di nuovi spazi: dal primo gennaio a oggi sono stati 10mila i prodotti sequestrati che avrebbero fruttato ai venditori fuorilegge un guadagno di oltre 200mila euro. Nel 2016 in totale sono stati 224 mila. Diciannove le persone denunciate solo nell’ultimo mese ma la posta in gioco è alta anche per chi acquista: la sanzione amministrativa va dai 200 ai 10mila euro.

La Nazione ediz. Firenze,24 febbraio 2017