Dalla Cina agli ambulanti attraverso il porto

Livorno, ecco l’iter della filiera spiegato dal comandante della Finanza, Marcello Montella

Importa il prodotto, chi lo lavora, chi lo stocca e chi lo distribuisce. E infine chi lo vende. La filiera del falso è esattamente la stessa di quella della merce regolare. Solo che i prodotti non sono autentici ma copiati, la qualità è scadente.

Le tasse vengono evase. E soprattutto ci sono i lavoratori che vengono sfruttati: spesso sono reclutati dall’estero con la promessa di un lavoro che poi si rivela una prigione. E poi c’è il danno, grosso, al made in Italy.

L’iter d’illegalità che ruota intorno alla contraffazione coinvolge anche Livorno, nel doppio binario: sia al livello di importazioni sia di vendita. Come spiega il comandante provinciale della Guardia di finanza, Marcello Montella, tutto parte dall’Asia.

La maggior parte della merce falsa viene dalla Cina, dove viene prodotta.

In Italia arriva per lo più tramite navi, che approdano nei vari porti, tra cui proprio quello di Livorno.

In altri casi, quando la merce proviene dall’Europa arriva in Italia via camion. Dal nostro porto, gli articoli ( semilavorati) vengono portati in laboratori e opifici che per lo più hanno sede a Prato e nell’hinterland fiorentino.

Il prodotto finito viene quindi stoccato (sempre nella stessa area dell’entroterra toscano) per poi essere distribuito.

Ed è a questo punto che entrano in gioco in maniera attiva le organizzazioni criminali che hanno contatti con negozi e ambulanti, per la maggior parte extracomunitari sfruttati.

A loro la merce arriva non in grossi stock ma al dettaglio: una strategia per rendere più difficile il lavoro degli investigatori

Il Tirreno Livorno,05/11/2014

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