Dalai Lama in America. E la Cina si arrabbia

Nonostante l’ira della Cina Obama vedrà il Dalai Lama, anche se l’incontro non sarà pubblico come nel 2008 con Bush.

L’incontro tra il presidente Usa e il leader spirituale del Tibet, in programma per giovedì alla Casa Bianca, lancerà un “segnale forte”, segno che la questione tibetana non si può più ignorare, afferma il portavoce del Dalai Lama, Tenzin Taklha, definendo “solita retorica” la reazione stizzita della Cina all’annuncio dell’incontro.

Il Dalai Lama ha lasciato Dharamsala, in India, sede del governo tibetano in esilio, alla volta di New Delhi, da dove partirà oggi all’alba per Washington. “L’incontro tra il presidente americano e sua santità è segno della preoccupazione della comunità internazionale e invia un segnale forte ai cinesi, sottolineando che devono collaborare con noi per trovare una soluzione”, ha affermato il portavoce, precisando che “poco importa quel che dice la Cina», perchè «la questione principale riguarda i sei milioni di tibetani e il loro bene”.

L’annuncio dell’incontro tra i due premi Nobel per la Pace, Obama e il Dalai Lama, aveva suscitato la dura reazione di Pechino, che considera il leader spirituale e “la sua cricca” dei pericolosi separatisti e ha minacciato ripercussioni sui rapporti sino-americani.

Non è stato tenero il China Daily, organo del Partito comunista cinese, che scrive: “Come la prenderebbe il governo Usa se i leader cinesi ricevessero qualcuno che vuole l’indipendenza di uno Stato americano, per esempio dell’Alaska? Obama finge di non sapere che il Tibet è stato parte della Cina per secoli, che la storia del Tibet come parte della Cina è più lunga di tutta la storia degli Stati Uniti. Se si riconoscono le ragioni del Dalai Lama, a maggior ragione bisognerebbe riconoscere il diritto delle tribù degli indiani d’America di cacciare gran parte della popolazione americana fuori dagli Stati Uniti. Incontrando il Dalai Lama Obama manca di rispetto al popolo cinese, si mostra ai nostri occhi come un uomo con un doppio standard morale e senza princìpi e ci dà l’impressione di aver detto il falso, o quantomeno di non credere alle sue parole, quando prometteva di promuovere le relazioni sino-americane”. La polemica è servita.

E se invece dell’Alaska fossero le Hawii, proprio dove è nato il presidente americano? “Non è saggio” vedere il Dalai Lama perchè il loro incontro influirà negativamente sui rapporti sino-americani, affermar Fred S. Teng, responsabile del magazine NewsChina e presidente del Consiglio per le relazioni con la comunità cinese negli Usa. In un intervento sull’ Huffington Post,, Teng ricostruisce le diverse crisi geopolitiche che hanno avuto ricadute sulle relazioni tra i due Paesi, alcune impreviste e altre, afferma l’esperto, frutto di politiche arcaiche che “non hanno più ragione di esistere nel clima attuale”.

In questo momento critico -scrive Teng- il presidente Obama dovrebbe puntare a relazioni costruttive con la Cina, e non distogliere la sua attenzione dall’obiettivo finale di fiducia e reciproca comprensione”. Ricordando che il Tibet faceva parte della Cina molto tempo prima che le Hawai diventassero uno stato americano, l’esperto si chiede come reagirebbe l’amministrazione Usa se Pechino appoggiasse il leader di un movimento che si batte per la sovranità delle Hawaii. È dunque al momento poco saggio “festeggiare un leader in esilio e quindi offendere il più importante partner estero degli Stati Uniti”, conclude Teng, esortando Obama a “dedicare più tempo a convincere il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao a discutere degli importanti temi bilaterali in agenda”.

Fonte: Affari Italiani, 18 febbraio 2010

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