- Arcipelago Laogai - https://www.laogai.it -

Dai puzzle tossici ai frullatori pazzi il difetto di fabbrica diventa di casa

Dal 2004 quadruplicati i prodotti ritirati dal mercato. Solo il 30% degli acquirenti risponde agli appelli delle  aziende a restituire gli oggetti dannosi. Nel 2009 sono stati sequestrati quasi duemila articoli in Europa. Il 60% veniva dalla Cina.

Un esercito di pericolosi killer è entrato alla chetichella negli ultimi cinque anni nelle case degli italiani. Si sono nascosti nella stanza dei bimbi, nei frigo, in bagno o in garage. Innocui all’apparenza, micidiali quando entrano in azione: Barbie velenose, auto che non frenano, passeggini-ghigliottina, fasce anti-cellulite che bruciano la pelle al posto del grasso. Le avanguardie più stravaganti e “pop” del nuovo incubo domestico del globo: i prodotti nati col difetto di fabbrica. Le mozzarelle Avatar (quelle che diventano azzurrine) sono solo l’ultimo caso.

L’elenco delle trappole casalinghe pare il catalogo di un film di Argento: frullatori trincia-dita, binocoli accecanti made in China, peluche assassini, bolle di sapone (scoperte due settimane fa in Italia) piene di batteri pseudomonas putida. Refusi dell’era della qualità globale che si moltiplicano più velocemente di un virus: dal 2004 il numero degli articoli difettosi richiamati volontariamente dalle aziende o sequestrati dagli 007 anti-frode europei – cibo e medicinali esclusi – si è quadruplicato. Nel 2009 secondo il Rapex, la centrale continentale di protezione dei consumatori, i casi sono stati 1.993. Quasi 500 giocattoli, 395 capi d’abbigliamento, 196 auto e 138 piccoli elettrodomestici.

In Italia solo nell’ultimo mese sono state bloccati e tolti dal mercato un “tappeto-puzzle” per bambini all’acetofenone, occhiali da sole per moto così scuri da rischiare di causare incidenti e un asciugacapelli della Hello Kitty reo, per un banale problema di saldatura, di mandare in corto circuito gli impianti elettrici di casa. “La globalizzazione corre (il 60% dei prodotti sequestrati nella Ue arriva dalla Cina, ndr) e i controlli di qualità non sono più quelli di una volta – prova a spiegare Francesca Magno, che ha studiato il fenomeno al dipartimento di economia aziendale dell’Università di Bergamo -. Quando si produce a ritmi forzati i margini d’errore crescono e, alla fine, il difetto di fabbrica è sempre in agguato”.

Il problema, per il consumatore, è doppio. Primo: essersi preso la fregatura. Secondo: non sapere di essersi preso la fregatura. E avere in casa, chiuso nello sgabuzzino degli elettrodomestici o (peggio ancora) tra i giochi dei bimbi, uno di questi insospettabili killer della stanza accanto. “Chiariamo una cosa – dice Raffaele Ippolito, legale di Adiconsum -. Il codice del consumo è esplicito: la responsabilità della sostituzione e del ritiro di questi oggetti è in capo a chi li ha messi sul mercato. E sempre lui deve rispondere dei danni”. Peccato che, una volta venduto un prodotto avariato, recuperarlo non sia poi così facile. “Noi facciamo il possibile per pubblicizzare l’elenco degli interventi della Ue”, spiega un portavoce del Rapex. La colonna infame di Bruxelles è un sito della Commissione europea dove settimana per settimana viene riportata la lista dei casi incriminati. Anche il governo americano ha la sua versione a stelle e strisce all’indirizzo della Food and Drug Administration. Il fatto è che ben pochi hanno il tempo, la voglia o anche solo le informazioni giuste per controllare se la loro Barbie è stata colorata con il piombo (è capitato nel 2007 alla Mattel) o se la barretta di cioccolata Cadbury in frigo (Usa e Cina, 2009) è di quelle ripiene di salmonella. E così centinaia di phon “elettrici”, bolle di sapone batteriologiche, puzzle tossici & C. rischiano oggi di essere ancora in circolazione in giro per l’Italia.

“L’unico obbligo reale per le aziende, una volta scoperto il difetto di fabbrica, è quello di pubblicizzarlo”, dice Ippolito. La caccia all’acquirente è un’altra storia. Si fa, di solito, solo quando c’è un rischio reale di dover pagare troppo per eventuali danni a persone. Il compito più facile in questo caso ce l’hanno i produttori d’auto. Le vetture difettose hanno tutte un numero di targa e di telaio e un registro dei proprietari. E nel 79% dei casi, calcola una ricerca della Rutger University, vengono ritrovate e riparate. Degli 8 milioni di Toyota richiamate a inizio 2010, già il 45% è stato rintracciato. Vita facile anche per i 12 milioni di bicchieri di Shrek in dotazione ai punti vendita McDonald’s. Quando si è scoperto che il mostro verde era stato impresso con un prodotto tossico come il cadmio, sono stati subito ritirati.

Il discorso è diverso per i beni di largo consumo. Inseguire i compratori delle mozzarelle Avatar, dei forni da bambini Easy Bake Oven (che oltre ai biscotti cucinavano anche le dita) o delle tende-assassine dell’Ikea è un lavoro assai più complicato. In genere, dice la Rutgers, la percentuale di successo è del 30%. Pubblicità e spot tv servono a poco. Sei mesi dopo il ritiro del mini-forno della Hasbro, i cui rischiosi effetti collaterali erano stati evidenziati senza badare a spese su tutti i mezzi di comunicazione, si erano registrati lo stesso altri 249 incidenti. Stesso discorso per il burro alle noccioline Peter Pan, eletto in America come residenza da simpatiche (e tossicissime) colonie di salmonella. La casa produttrice ha battuto tutti i 50 Stati Usa a caccia di barattoli, ha asfaltato tv e stampa di annunci. Ma non ha potuto impedire altri cento ricoveri in ospedale a distanza di mesi. Non solo: secondo la Rutgers, paradossalmente, il 12% degli americani mangia lo stesso il cibo anche quando ha scoperto che è avariato.

C’è qualche modo per proteggersi oltre ai siti internet ufficiali? La tecnologia sta sperimentando nuove strade. Sull’iPhone (peraltro vittima nella quarta versione di un fastidioso “difettuccio” all’antenna) esiste un’apposita applicazione “albo richiami”. Il colosso Usa degli ipermercati Costco registra sulle carte fedeltà dei suoi clienti tutti gli acquisti per rintracciare più facilmente gli acquirenti di prodotti difettosi. E i danneggiati, in molti casi, hanno impugnato l’arma della class action per cercare di avere un risarcimento. “In Italia il diritto al pagamento è scritto nel codice del consumo – conclude Ippolito -. Basta fare una contestazione ufficiale, anche se poi, per quantificare la cifra, serve un giudice”.

Il vero mal di testa, però, è quello delle aziende coinvolte: i richiami di inizio 2010 sono costati alla Toyota 30 miliardi di dollari in pochi giorni in borsa, 5 miliardi di danni e otto cause. La MacLaren, per decenni sinonimo di qualità nel mondo dei passeggini, ha visto i suoi ricavi segnare il passo quando, un anno fa, è stata costretta a riparare o sostituire un milione dei suoi prodotti, dopo che a 15 bambini erano state amputate le falangi rimaste intrappolate nei meccanismi del loro mezzo. Non è un caso insomma che, vista l’escalation di casi di questo genere, molte aziende preferiscano ormai assicurarsi contro il rischio dei difetti di fabbrica: la Perrier grazie a una copertura specifica ha ritirato negli Usa un milione di bottiglie di acqua minerale dopo che in alcune erano state trovate tracce di benzene senza spendere un dollaro di tasca sua. Nell’era del capitalismo fast food, dove risparmio e velocità contano più della qualità, è più semplice salvarsi la coscienza firmando una polizza che evita di mettere sul mercato bollicine profumate all’idrocarburo aromatico.

Fonte: La Repubblica.it, 14 luglio 2010