Da Tiananmen, la nuova società civile. Con la violenza siamo tutti perdenti

Cai Chongguo, 53 anni, dissidente cinese di Wuhan (Hubei), lavora a Parigi. È arrivato in Francia, fuggendo dalla Cina dopo il massacro di Tiananmen nel 1989 A Pechino aveva studiato filosofia e si era impegnato, assieme al sindacalista Han Dongfang a far nascere il primo sindacato libero nel Paese. Ora è impegnato nella redazione cinese del China Labour Bulletin. Ha scritto il libro “La Cina: il contrario della potenza” , Ed. Mango (in francese). Ha un blog sul sito del francese “Le Monde”.

ricordando tiananmen attivisti in protesta

Ricordare Tiananmen significa anzitutto pensare a quei giovani dell’89 che avevano speranza nel governo, che chiedevano solo delle riforme politiche e pensavano che il governo non si sarebbe vendicato. Ma il governo non li ha compresi ed è stata la tragedia: l’incomprensione si è trasformata in odio e l’odio in repressione violenta.

Venti anni dopo quelle manifestazioni e la risposta violenta del regime, molte cose in Cina sono cambiate. Allora quel movimento era costituito soprattutto da intellettuali e studenti, che manifestavano per chiedere delle riforme politiche. Dopo quei mesi, vi è stata la privatizzazione delle imprese, l’industrializzazione massiccia, gli investimenti stranieri. È cambiata la società come pure i rapporti sociali.

Ormai nelle città ci sono circa 200 milioni di contadini che lavorano in condizioni umilianti; molti operai sono licenziati. Allo stesso tempo molti contadini hanno perduto la terra a causa di sequestri ed espropri. Ora, dopo 20 anni, sono gli operai, i contadini, i migranti che manifestano in ogni punto della Cina. Con l’aiuto di giornalisti e avvocati, sono essi i veri attori della società.

Venti anni fa le richieste degli studenti erano idealiste e forse astratte. Ma oggi gli attori di questo movimento nella società sono operai e contadini che fanno rivendicazioni precise: la terra, il salario, la pensione, le condizioni di lavoro, la loro casa, usare internet con libertà. Essi vogliono difendere i loro diritti civili, non vogliono fare delle rivendicazioni politiche. Sono richieste più pratiche, ma sempre legate alla questione sulla democrazia. Questo movimento sociale che si è costituito, inspira anche gli intellettuali, come è avvenuto con Carta 08, firmata da 300 personalità cinesi. Su quel documento si rivendica la divisione dei poteri, e questa è una richiesta concreta perché il Partito e i governi locali hanno in mano tutto il potere; in Cina non c’è giustizia indipendente, non c’è stampa indipendente e questo alimenta la corruzione dei capi locali.

Carta 08 rivendica le stesse cose di 20 anni fa, ma è ormai basata sul movimento sociale di questi contadini e operai. Tutto ciò è importantissimo: questo movimento ha creato in Cina lo spazio per la società civile, una democrazia sociale, che prima o poi diverrà la base di una democrazia anche politica.

L’atteggiamento del governo verso questo movimento è esitante e non sempre distruttivo. Adesso in Cina si riesce a discutere di molte cose: di salari, di democrazia, di ingiustizie. Si è creato un margine di manovra che prima non c’era: vi sono perfino intellettuali che discutono se affermare la democrazia come valore universale, oppure, come dicono altri, se occorre trovare una “via cinese” ad essa. Anche la repressione contro gli operai è molto minore rispetto a 20 anni fa. Una volta se degli operai manifestavano, venivano subito messi in prigione ed eliminati. Ora invece il governo giunge fino ad esortare le autorità locali a dialogare con loro.

Perché ormai tutti sanno che i contadini e gli operai manifestano non per motivi politici, ma per le loro drammatiche necessità. Le ingiustizie verso di loro sono ormai evidenti e non si può più accusare gli operai di essere dei contro-rivoluzionari che vogliono rovesciare il partito.

Queste manifestazioni avvengono ormai ogni giorno. Venti anni fa manifestazioni e scioperi erano rarissimi. Il governo, controllando anche i media, poteva dire: Sono dei cattivi, vogliono rovesciare la società… Ma ormai questa menzogna è divenuta inutilizzabile.

Dialogo e fede per evitare la tragedia

Ricordare quest’anno Tiananmen vuol dire riportare a galla la verità e non dimenticare, cercare di comprendere il perché di quella repressione, che ha reso tutti noi – governo e popolazione – dei perdenti. Da questa memoria vanno tratte alcune conseguenze per il futuro:

1) anzitutto sono necessari la libertà di stampa e il dialogo fra governo e popolazione. Se ciò non avviene, il governo non capirà quello che studenti e operai vogliono davvero. Se poi la stampa è controllata, c’è disinformazione. Il controllo sulla stampa costruisce un muro fra il governo e la società.

2) In secondo luogo bisogna escludere la violenza dal dialogo. Per questo occorre legalizzare le organizzazioni indipendenti. Senza queste associazioni indipendenti, non si può fare il dialogo sociale e politico e non c’è possibilità di comprendersi.

3) Infine va detto che adesso in Cina vi sono molti che vogliono parlare di Tiananmen. Per la prima volta 19 intellettuali hanno organizzato una riunione pubblica per parlare di Tiananmen. La riunione non era permessa, ma essi hanno osato con coraggio, pubblicando i testi delle loro discussioni e le foto dell’incontro. Anche il libro delle memorie di Zhao Ziyang, in inglese e in cinese, aiuta a discutere. Vi è perfino un pezzo grosso della Xinhua che ha pubblicato un libro di 500 pagine sulla repressione dell’89.

Questo mostra che molti cinesi vogliono parlare di questo evento. Se non si parla, non si comprende la società di oggi e non si comprende nemmeno la storia contemporanea della Cina. E non si comprende nemmeno se stessi.

Fra la gente che ha partecipato al movimento di Tiananmen, o che lavorano per i diritti umani, vi sono alcuni che a poco a poco hanno scoperto una fede religiosa e spesso sono divenuti cristiani. Fra questi vi sono Han Dongfang, Hu Jia, e io stesso, che mi pongo spesso la domanda su Dio. Quando ci si trova davanti a un regime dittatoriale, si ha ancora più bisogno di una forza spirituale. Questo regime dittatoriale è mescolato con un regime di capitalismo selvaggio e con il potere del denaro. Per questo si ha bisogno di ricercare delle fonti spirituali. Il cristianesimo dà una forza e un potere spirituale che va al di là dello stesso desiderio di successo.

Quando si spera nella democrazia, nella libertà, ci si pone anche la domanda: Ma io sono democratico? Come posso migliorare me stesso? Come posso davvero servire gli altri? Per una risposta a queste domande occorre una forza trascendente.

Infine c’è bisogno di un legame sociale, che sia basato su valori comuni e questo lo si trova nella comunità cristiana.

fonte: AsiaNews, 3 giugno 2009

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