Crisi finanziaria in Cina: in ritardo, ma arriverà

La Cina è davvero il modello da imitare per il rilancio dello sviluppo economico? Oppure può rimanere competitiva e tagliare i costi di produzione solo perché l’offerta di forza lavoro è abbondante?

Non si contano gli articoli che descrivono la Cina come l’ancora di salvezza dell’economia mondiale, il modello da imitare per rilanciare lo sviluppo, con la sua crescita ferma all’8% nonostante la crisi finanziaria internazionale.

Quando si parla della Repubblica popolare come motore dell’economia mondiale si tende a dimenticare, o quanto meno a trascurare, che la Cina può rimanere competitiva e tagliare i costi di produzione perché l’offerta di forza lavoro è talmente abbondante da permettere ai distributori desiderosi di guadagnare nuove fette di mercato vendendo prodotti sempre più convenienti di rivolgersi ad aziende capaci di mantenere costi di produzione irrisori, in una prospettiva comparata. La mano d’opera cinese, infatti, continua a preferire impieghi temporanei e straordinari, privi di qualsiasi garanzia sanitaria e sociale per guadagnare qualche yuan in più. E anche chi produce è interessato (o costretto) ad assottigliare i margini di guadagno per strappare ai concorrenti le commesse delle multinazionali straniere.

Non è questo il contesto per giudicare la sostenibilità o la validità di questo modello. Quello che va messo in evidenza è che chi sostiene l’utilità di copiare la Cina dovrebbe rendersi conto che, oltre ai problemi legati alla sfera dell’etica del lavoro, imitare Pechino porta con se’ il rischio di importare una crisi simile a quella che ha travolto il Giappone vent’anni fa.

In Cina starebbero quindi per andare fuori controllo la borsa e il mercato dell’immobiliare? Per gli analisti di Forbes sì.
Difficile dar loro torto, se si osserva che il governo si autofinanzia imponendo debiti alle grandi aziende statali o vendendo la terra a prezzi stellari a enti di sua proprietà. Tutto con alle spalle una Banca Centrale che continua ad immettere abbondante liquidità nel sistema. Per non parlare della moneta nazionale, che a forza di mancate rivalutazioni ha tolto ai piccoli investitori locali la convenienza di spostare capitali all’estero.

“In nessuna economia i crediti insoluti possono continuare a crescere senza correre il rischio di una crisi”, sottolinea Pivot Capital Management, un fondo di investimento di Monaco, e in Cina il rapporto tra crediti (pubblici e privati) e Pil è oggi del 160%, e potrebbe salire al 200% nel 2011, raggiungendo così lo stesso livello del Giappone nel 1991.

Rimane difficile prevedere se la crisi cinese avrà come conseguenze la deflazione (giapponese), l’iperinflazione (russa) o la stagnazione (americana). Pechino sta cercando di correre ai ripari con esperimenti di finanza creativa, ma senza una profonda ristrutturazione del sistema economico nazionale difficilmente la Cina potrà rimanere finanziariamente solida.

Fonte: Panorama.it, 15 dicembre 2009

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