Crescita record della Cina (+11,9%), ma si temono bolla speculativa e disoccupazione

L’economia cinese cresce dell’11,9% nel primo trimestre 2010 rispetto a un anno prima, massimo incremento dal 2006, secondo i dati comunicati oggi dall’Ufficio nazionale di statistica (Uns). L’inflazione rimane contenuta entro il 2,2% a marzo (+2,7% a febbraio), ma il timore è che possa accelerare nei prossimi mesi, trainata dall’inarrestabile ascesa dei prezzi immobiliari e dai molti finanziamenti bancari. Esperti ritengono che Pechino debba ora aumentare il costo del denaro e rivalutare lo yuan, ma intanto ancora una volta la crescita del Paese appare avvenire a spese di centinaia di milioni di lavoratori migranti.

La crescita del Prodotto interno lordo ha superato le previsioni, trainata dalla ripresa delle esportazioni (+29% nel primo trimestre) ma anche dai robusti finanziamenti erogati dallo Stato e dall’aumento dei consumi e delle vendite al dettaglio. Ottimista il commento di Li Xiaochao, portavoce dell’Uns, che ritiene possibile “raggiungere gli obiettivi fissati quest’anno”, consistenti in una rapida ripresa economica e nell’aumento dei posti di lavoro e dei consumi.

A marzo le vendite al dettaglio sono cresciute del 18%. Spiccano le vendite di auto, cresciute del 76% nel primo trimestre 2010, con la joint venture Mercedes-Benz (China) Ltd che le ha raddoppiate. La produzione industriale è cresciuta del 18,1% a marzo, con appena un lieve rallentamento rispetto al 20,7 del primo bimestre. Esperti ritengono che ora, per evitare che l’inflazione acceleri, occorrerà contenere i finanziamenti pubblici e aumentare il tasso di interesse per i finanziamenti bancari. Il basso costo del denaro favorisce la speculazione soprattutto in campo immobiliare, con i prezzi di appartamenti e locali commerciali che in una campione di 70 grandi città risultano cresciuti dell’11.7% a marzo rispetto al marzo 2009. Il timore è che stia creandosi una bolla speculativa, favorita dal record di prestiti per 1.400 miliardi di dollari erogati in Cina nel 2009. Gli esperti concordano che la bolla speculativa va subito fermata, ma le autorità temono che alzare il costo del denaro potrebbe far fuggire molti investitori dal mercato immobiliare, con immediato crollo dei prezzi. Peraltro le stesse banche sono in crescenti difficoltà: Yang Kaisheng, presidente della Banca Commerciale e Industriale di Cina, ha spiegato che 4 tra le maggiori banche commerciali (tra cui la Banca di Cina, la Banca delle Comunicazioni e la China Construction Bank Corp.) hanno bisogno di nuovo capitale 480 miliardi di yuan (circa 70 miliardi di dollari) per essere in linea con le prescrizioni finanziarie relative all’erogazione di prestiti.

Intanto tutti gli esperti concordano che per contenere l’inflazione, Pechino sarà costretta a rivalutare lo yuan, molto sottostimato rispetto al valore reale e da 21 mesi tenuto fermo al cambio di 6,83 yuan per un dollaro. Per questo ha suscitato grande attesa l’incontro non previsto dell’8 aprile a Pechino tra il segretario Usa al Tesoro Timothy F.Geithner e il vicepremier Wang Oishan. Anche se nessuno prevede novità immediate.

Alla rivalutazione è contrario il Ministro al Commercio, che oggi ha ribadito che occorre creare milioni di nuovi posti di lavoro, cosa che sarebbe più difficile con il riapprezzamento dello yuan. Negli anni scorsi la crisi finanziaria globale ha portato il licenziamento di decine di milioni di operai e le autorità hanno cercato di convincerli a tornare nel villaggio di origine;ora molti tornano nelle grandi città, ma il mercato non riesce a riassorbire questa forza lavoro.

Fonte: Asianews, 15 aprile 2010

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